Che differenza c’è tra un vivo ed un morto?

Sarà la stanchezza, sarà che non capisco proprio quale voglia essere il punto, ma mi permetto di indire il concorso:

SECONDO VOI, L’AUTORE DELL’ARTICOLO QUI RIPORTATO, DOVE VUOLE ANDARE A PARARE?

NEUROSCIENZE
Una concezione riduttiva della razionalità vorrebbe ricondurre le attività cerebrali a reazioni chimiche. Ma non funziona

Scienza, ragione «ristretta»

Le nostre azioni non sono una mera conseguenza meccanica degli antecedenti fisici attivati nel cervello

Di Filippo Tempia

L’uso della ragione imposto dalle scienze della natura è sempre più considerato come il tribunale ultimo per giudicare ciò che è vero anche rispetto alla vita di tutti i giorni. Si considera “vero” solo ciò che le “scienze” ci dicono essere “vero”. Questo uso “ristretto” della ragione impone un’idea di uomo come un mero meccanismo, quasi un oggetto meccanico, che, come tale, non può essere capace di un solo atto libero. A maggior ragione, in quest’ottica, appare assurda l’idea che l’uomo sia esigenza di infinito. Se questo fosse vero, non resterebbe all’uomo che adattarsi passivamente agli scossoni dell’ambiente, come un buon meccanismo che non voglia sciuparsi, rinunciando alle esigenze che il cuore umano impone – che impone tanto potentemente, che chi si pone in quest’ottica è costretto a censurarle. Questa concezione è rafforzata da un’interpretazione superficiale, che oggi è prevalente nell’opinione pubblica, dei risultati che continuamente giungono dagli esperimenti di neurofisiologia. Da un lato c’è la nostra attività mentale, che comprende ogni nostra esperienza cosciente, dalla più semplice come la percezione del dolore alle esperienze più complesse come l’attività pensante di un ragionamento che mi porta ad operare una determinata scelta di vita; dall’altro lato c’è l’attività cerebrale, che consiste in segnali elettrici e chimici che avvengono nel cervello. Mentre l’attività mentale la posso conoscere direttamente solo in me stesso, l’attività cerebrale è indagabile mediante misure di segnali elettrici e chimici. La neurofisiologia ci dimostra chiaramente che questi due diversi aspetti dell’uomo sono strettamente connessi. Infatti, ogni evento mentale è correlato con una variazione dell’attività cerebrale, misurabile con parametri fisici o chimici e utilizzando di conseguenza le metodologie e le regole imposte dalle scienze fisiche e chimiche. Una conseguenza illecita che viene sovente tratta da questa correlazione è che anche gli eventi mentali stessi po ssano essere studiati, “visualizzati”, con metodi fisico-chimici. Tra coloro che riescono a scorgere l’assurdità di questa posizione, sovente rimane la convinzione che la razionalità “ristretta” di queste scienze sia adeguata per indagare il pensiero e gli affetti umani. La divulgazione scientifica predominante riporta addirittura ad un localizzazionismo delle funzioni mentali, in apparenza giustificato dal fatto che, qualunque cosa io pensi e qualunque emozione o affetto io provi, questo pensare o provare è correlato con delle variazioni di attività nervosa localizzate in alcune aree cerebrali. Si è quindi tentati di attribuire qualunque evento mentale all’attivazione di una particolare area cerebrale: esisterebbe per esempio un’area dell’esperienza della bellezza, della giustizia, dell’amore. È vero che questa conclusione si basa sui dati sperimentali delle neuroscienze? Se studiamo le aree cerebrali che si attivano durante il giudizio estetico di bello/brutto, notiamo che sono ampiamente sovrapposte a quelle del giudizio morale di giusto/ingiusto. A ben vedere, si tratta delle aree cerebrali la cui attività è correlata al pensiero razionale, in cui vengono ponderati esplicitamente e coscientemente tutti gli elementi in gioco al fine di giungere ad una decisione del comportamento da attuare o del tipo di giudizio da scegliere. Questa valutazione razionale non utilizza solo elementi puramente logici, ma tiene conto anche delle emozioni e degli affetti. Infatti, sono questi ultimi i più importanti per le decisioni della nostra vita, come testimoniato dal fallimento delle vite di persone che hanno lesioni cerebrali che impediscono al loro ragionamento di tener conto delle emozioni e degli affetti. In altre parole, non esiste un’area del “bello” e del “giusto”, che si “accende” come una lampadina quando proviamo le sensazioni di bellezza e giustizia, ma esistono delle aree di corteccia cerebrale che si attivano durante il pensiero razionale, esteso agli elementi emot ivi e affettivi. Certamente non è un caso se queste aree cerebrali sono praticamente esclusive dell’uomo, essendo quasi assenti o minime persino negli animali a noi più simili: le scimmie antropomorfe. Una possibile concezione, con cui concordo pienamente, è che l’attività correlata fisico-chimica e mentale in queste aree sia il substrato della libertà di decisione dell’uomo, del libero arbitrio. Ovvero, l’esito della ponderazione razionale che avviene nella correlazione tra queste aree e gli eventi mentali, non è una mera conseguenza meccanica degli antecedenti fisico-chimici del cervello. L’idea di conseguenza meccanica completamente determinata dagli antecedenti fisico/chimici è giustificata solo se si censura il fatto, inconfutabile, che essa non è l’unico attore di questa scena, ma che la condivide con gli eventi mentali ad essa correlati. Mentre è in corso la valutazione razionale, le attività cerebrale e mentale procedono vagliando tutti gli elementi a cui possono accedere. Durante questo processo di valutazione cosciente, in qualunque istante la decisione razionale può cambiare. In altre parole, l’esito di tale valutazione non è predeterminabile come avviene per gli eventi meccanici. L’idea di non prendere in considerazione l’esistenza di un’attività mentale correlata ai parametri fisico-chimici del cervello è un esempio di restrizione ingiustificata della ragione. Ancor più illogica è un’altra posizione: di applicare all’attività mentale le stesse leggi e le stesse metodologie che hanno successo nel campo della fisica e della chimica. Concezioni di questo tipo derivano dall’assunzione che la razionalità di queste scienze esaurisca tutti i generi di ragione possibili e utilizzabili. Allargando l’ambito della ragione, è molto più facile evitare di cadere in trappole della ragione “ristretta” che impediscono di valutare la realtà in base a come essa è realmente, anziché come ci costringe a pensarla una razionalità derivata da un sottoinsieme delle scienze.

ops! L’articolo è preso dall’Avvenente di oggi.


8 Risposte a “Che differenza c’è tra un vivo ed un morto?”

  1. lagiardiaintroversa Dice:

    ouch! yeah! ouch! yeah! ouch! yeah!
    thank you

  2. Oggi sono uno stupido Dice:

    Senza parole.

    (Il mio nome dice tutto…)

  3. NickPolitik Dice:

    D’altronde è da neuropsichiatri l’uso del cilicio (leggi Paola Binetti)!

  4. ermes Dice:

    Il vivo vive, il morto non muore…

  5. herpes Dice:

    …maddai, ermes! ne sai una in più del diavolo!

  6. ermes Dice:

    Oh caro Herpes, hai colpito nel segno ancora una volta! Temo proprio che chi esca dalle scuole dei saccenti estensori degli articoli pubblicati su Avvenire et similia, davvero alla fine della fiera giunga a complicare anche le questioni più piane… e talvolta a far più facilmente ricorso alle forze angelico-demoniache che alla limitata e stupenda ragione umana. Si costruiscono totem da abbattere, feticci che si odiano mentre si adorano – se ne invidia la perfezione magnetica e mesmerica, come in un rimando di specchi che neanche Carroll… Si creano bersagli polemici inesistenti contro cui scagliare la più virulenta acrimonia, nel banalizzare gli argomenti del discutere, si evocano dagli inferi spiriti mefistofelici che invero sfuggono al controllo degli stessi maestri sciamani, peggio ancora che nelle pagine di Goethe o di Marlowe… Oh Santi Numi, di qual scienza mai parlano, di quali dottor Mengele – ho terrore nel dirlo -, a qual mai realtà “come essa è realmente” si riferiscono, quali hegeliani mondi fan precipitare e impongono dall’Empireo sulla nostra nuda terra? Come fanno, oh come riescono a brandir al pari di sciabole al vento concetti quali l’illiceità, le trappole, le assurdità, la superficialità?
    E al solito, l’unico antidoto che resta è rifugiarsi nel già scritto:

    “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
    lo dichiari e risplenda come un croco
    perduto in mezzo a un polveroso prato.

    “Ah l’uomo che se ne va sicuro,
    agli altri ed a se stesso amico,
    e l’ombra sua non cura che la canicola
    stampa sopra uno scalcinato muro!

    “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

    (Eugenio Montale, Non chiederci la parola, in Ossi di seppia, 1925)

  7. Lucy Estatiche Dice:

    …..della probabilmente imprecisa definizione/cognizione di morte neanche a parlarne, no? No, infatti, di sicuro è un’esperienza mistica post mortem, perché è CERTO che fosse morta.
    la pubblicità del caffè suo omonimo lo ha troppo impressionato sull’aldilà…

    E lo scienziato si arrese all’anima
    DI ANDREA LAVAZZA
    « M i considero un neuroscien­ziato ’spirituale’. Nella mia prospettiva, l’anima si rife­risce all’essenza ‘non fisica’ della persona che si manifesta come coscienza, pensiero, sentimenti e volontà. Questa parte spiri­tuale dell’essere umano continua a esistere dopo la morte fisica del corpo». Mario Beauregard, ricercatore dell’Università di Montréal, ha appena pubblicato un libro divulgativo che già dal titolo ( The Spiritual Brain. A Neuroscientist’s Case for the Exi­stence of the Soul) sfida le convinzioni dif­fuse tra i suoi colleghi. E sta prepa­rando un volume rivolto agli addetti ai lavori contro la visione materiali­stica dell’uomo.
    Perché la maggior parte dei neuro­scienziati nega l’esistenza dell’ani­ma?
    «Le neuroscienze sono lo studio del cervello nei suoi vari livelli di orga­nizzazione, con un’impostazione necessariamente materialistica e naturalistica. Perciò quasi tutti gli studiosi ritengono che la loro ricer­ca non abbia nulla a che fare con l’anima, perché essa rappresenta l’aspetto ‘non materiale’, mentre il materialismo costi­tuisce la tesi metafisica di base. Di conse­guenza, le funzioni mentali superiori, la coscienza e il sé possono ridursi a processi neurochimici e neuroelettrici. E anche le e­sperienze religiose, spirituali e mistiche ( Ersm) diventano sottoprodotti dell’attività cerebrale. In questa cornice ideologica, l’a­nima è semplicemente un’illusione».
    Che cos’è allora il ‘cervello spirituale’ del titolo del suo libro?
    «Sono le strutture e le reti cerebrali coin­volte in vari tipi di Ersm. Il concetto è lega­to alle ‘neuroscienze spirituali’, un nuovo ambito di ricerca all’incrocio tra psicolo­gia, religione, spiritualità e neuroscienze. Il principale obiettivo è quello di esplorare le basi neuronali delle Ersm. È decisivo, però, sottolineare che la comprensione del sub­strato neuronale di tali esperienze non di­minuisce, né svaluta il loro significato e il loro valore».
    A questo proposito, Lei ha condotto ricer­che su un gruppo di suore cattoliche…
    «Abbiamo usato la risonanza magnetica funzionale per misurare l’attività cerebrale di alcune carmelitane durante lo stato sog­gettivo di unione mistica con Dio. Il punto di partenza era l’ipotesi, avvalorata da stu­di su persone epilettiche intensamente re­ligiose, che il lobo tem­porale fosse la specifica area del cervello asso­ciata alle esperienze di fede. I nostri risultati dicono, al contrario, che sono attive almeno dodici zone diverse del­l’encefalo durante le fa­si di estasi mistica. Zo­ne che normalmente vengono coinvolte in varie funzioni, dalla percezione alle emozio­ni alla rappresentazio­ne corporea. Ciò contraddice l’idea di un’’area di Dio’ specificamente localizza­ta ».
    Ci sono prove scientifiche dell’esistenza dell’anima?
    «Non ancora. Tuttavia, esistono alcuni dati aneddotici relativi a casi di esperienze di quasi-morte (Nde). Quello della cantante americana Pam Reynolds è il più noto, e inspiegabile secondo la scienza materiali­stica. Nel 1991, le fu diagnosticato un gran­de aneurisma cerebrale inoperabile. Il neurochirurgo Robert Spetzler di Phoenix propose di tentare con la tecnica dell’arre- sto cardiaco ipotermico: alle basse tempe­rature agire sui vasi è più agevole, mentre i tessuti possono resistere più a lungo senza ossigenazione. La Reynolds accettò il ri­schio. Durante l’intervento, la si poteva considerare ‘morta’: il suo cuore fu ferma­to e il suo elettroencefalogramma divenne piatto. Il tronco encefalico, responsabile delle funzioni automatiche, e i suoi emisfe­ri cerebrali non davano più risposte, men­tre la temperatura corporea scese a 22 gra­di. A quel punto, i medici aprirono il cranio con una sega speciale. Successivamente, Pam riferì che in quel preciso momento si sentì proiettata fuori del corpo e fluttuante sul tavolo operatorio. Ma la cosa più note­vole è che raccontò nei dettagli l’intervento (che non conosceva) e quello che diceva l’équipe in azione. Infi­ne, entrò in un tunnel, al cui termine vide una luce calda, e speri­mentò un’unione della propria anima con Dio.
    Il caso è importante perché tutto accadde mentre la paziente era ‘clinicamente morta’ e ciò era certificato da persone esperte dotate di strumenti precisi; i­noltre, Pam raccontò fatti verificabili che non avrebbe potuto sapere se non fosse stata cosciente nel momento in cui avveniva­no ».
    Tutto ciò che cosa dimostrerebbe?
    «Innanzitutto, indica che la mente, la co­scienza e il sé possono prolungare la loro esistenza quando il cervello è totalmente ’spento’ e si è in presenza di morte clinica. In secondo luogo, in quelle condizioni, si hanno comunque le Ersm. E ci si può per­fino spingere ad affermare, sulla base di molti altri racconti diffusi in tutto il mondo e in tutte le culture, che abbiamo la possi­bilità di connetterci, a livello mentale, con una coscienza superiore, cosicché i nostri atti mentali diventano distinti dal cervello, sebbene osservabili per mezzo di esso».
    Le neuroscienze che cosa possono dire sulla religione?
    «Le tecniche di visualizzazione del cervello possono mostrarci che cosa avviene nel cervello – dal punto di vista chimico ed e­lettrico – durante le esperienze religiose, spirituali e mistiche. Tuttavia, queste infor­mazioni non ci dicono nulla circa la feno­menologia di tali esperienze (la prospettiva di prima persona; l’oggetto cui si riferisco­no). Inoltre, la realtà esterna di Dio non può essere né confermata né smentita dal­l’individuazione dei correlati neuronali delle Ersm. Ecco perché, a mio parere, non
    ha senso parlare di neuroteologia».
    Ricapitolando, quali sono gli argomenti contro un’interpretazione strettamente materialistica della mente?
    «La scienza che adotta questa prospettiva è costretta a negare o a respingere o a cerca­re di dissolvere tramite una spiegazione tutti i fenomeni che sfidano il materiali­smo. E si tratta di una mole crescente che, oltre alle esperienze di quasi-morte, com­prende anche l’effetto placebo (modifica­zioni fisiologiche indotte dalla semplice credenza di aver assunto una sostanza,
    ndr). Soltanto una prospettiva non mate­rialistica può offrire spiegazioni scientifi­che di questi fenomeni elusivi, che la ricer­ca attuale accantona».
    Parla il canadese Mario Beauregard, autore di «Spiritual brain», successo editoriale e sasso nello stagno delle neuroscienze pregiudizialmente materialistiche


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