Crediti formativi

“Invece che regalare a ogni studente 18 mila euro di tasse l’anno, basterebbe trasformare questo sussidio a fondo perduto in un prestito. A differenza dell’istruzione primaria, che ha importanti ricadute sociali, l’università è un investimento in capitale umano di cui beneficia principalmente lo studente. È quindi giusto fornire agli studenti gli incentivi per valutare se il gioco vale la candela”.

count_for_something.jpgUniversità a prestito

Se gli studenti dovranno restituire il sussidio, chiederanno corsi sempre più qualificati. E i prof incapaci resteranno senza mercato

di Luigi Zingales, L’Espresso 27.09.07

Il libro verde sulla spesa pubblica ha impietosamente (ma giustamente) messo in luce i problemi dell’università italiana. Ma, dato il sistema di incentivi presente, quello che stupisce non è tanto lo sfascio della nostra università, quanto l’esistenza di alcune sacche di qualità ed efficienza. Il nostro è un sistema perverso, dove lo Stato distorce sia la domanda che l’offerta per l’istruzione universitaria, causando una forte riduzione della qualità. Lo Stato crea la domanda, riconoscendo valore legale ad un pezzo di carta conseguito secondo regole puramente formali, indipendentemente dal contenuto di sapere. Se non bastasse questo bisogno indotto, lo Stato crea domanda anche sussidiando l’acquisizione della laurea. Mentre allo Stato una laurea breve costa 56 mila euro, lo studente in media ne paga solo 2.100.

Questo sussidio garantisce la sopravvivenza alle università, indipendentemente dalla qualità del servizio offerto. E riduce le pretese degli studenti: dato il basso costo pagato, lo studente medio non è così sensibile alla qualità del prodotto ricevuto. Si accontenta di ottenere il famoso ‘pezzo di carta’. Privi di alcun feedback dal mercato, i professori continuano ad insegnare quello che vogliono (o sanno) senza alcuna attenzione a quello di cui gli studenti avrebbero bisogno.

Il prodotto ‘laurea’ si è talmente svalutato da metterne in dubbio la sua stessa utilità. L’Istat ci informa che a tre anni dalla laurea solo il 62 per cento dei giovani ha un’occupazione. E paragoni internazionali rivelano che il reddito dei 30-34enni italiani in possesso del titolo universitario supera quello dei diplomati solo del 26 per cento, contro il 100 del Portogallo e l’80 di Regno Unito e Stati Uniti.

Di fronte a questo sfascio, l’idea del ministro Mussi di aumentare le risorse dedicate all’università è pura follia. Dal 1995 al 2004, la spesa per l’università è passata dallo 0,65 per cento allo 0,78 del Pil, un aumento di 7 miliardi di euro a valori costanti. Abbiamo visto alcun miglioramento? No.

Il problema non è tanto di quantità di spesa, ma di qualità di spesa. Come dice giustamente il libro verde, “si registra la sostanziale assenza di qualunque meccanismo di mercato che premi gli atenei meglio in grado di rispondere adeguatamente alla domanda proveniente dalle famiglie e dalle imprese”.

Per risolvere questo problema non occorre aumentare la spesa. Anzi basta ridurla. Invece che regalare a ogni studente 18 mila euro di tasse l’anno, basterebbe trasformare questo sussidio a fondo perduto in un prestito. A differenza dell’istruzione primaria, che ha importanti ricadute sociali, l’università è un investimento in capitale umano di cui beneficia principalmente lo studente. È quindi giusto fornire agli studenti gli incentivi per valutare se il gioco vale la candela. Questa valutazione finanziaria spingerà gli studenti a richiedere dei corsi sempre più qualificanti. Solo con maggiore sapere possono sperare di ripagare l’investimento effettuato.

Questa pressione per corsi migliori aumenterebbe maggiormente se il titolo di studio fosse privato di ogni valore legale. Se una laurea ad Harvard vale di più che una alla San Bernardino University, non è perché il governo riconosce una piuttosto che l’altra, ma perché la qualità dell’insegnamento dell’una è riconosciuta dal mercato come superiore a quella dell’altra. E questa differenza significa più domande di iscrizione ad Harvard e la possibilità di far pagare tasse universitarie più elevate. Non solo la mia semplice proposta migliorerebbe il sistema universitario, ma ridurrebbe sostanzialmente la spesa. Gli 11 miliardi di spesa per l’università diventerebbero 11 miliardi di prestiti, riducendo il deficit statale dello 0,8 per cento.

La tipica obiezione è che questa riforma svantaggerebbe i più poveri. Ma si tratta di una falsità. Se il sussidio si trasforma in prestito, chiunque ha accesso oggi all’università, l’avrebbe nel nuovo sistema. Al contrario, il sistema dei prestiti è più equitativo di quello attuale. In un Paese dove solo il 27 per cento degli studenti va all’università, il sussidio alle tasse universitarie è fortemente regressivo: i contadini calabri pagano l’università ai figli della borghesia milanese. Con il mio sistema almeno questi ultimi pagherebbero di tasca loro. E, trasformando i sussidi ai ricchi in prestiti, si potrebbero ampliare le risorse per rendere effettivo il diritto allo studio dei meno abbienti, per esempio offrendo alloggi per attirare studenti meritevoli fuori sede. Lungi da colpire i meno abbienti, questa proposta colpirebbe i professori meno capaci, che si troverebbero senza mercato. Ma visto che il libro verde ci dice che nel nostro sistema ci sono più professori che ricercatori, un po’ di sfoltimento al vertice non farebbe certo male.

7 Risposte a “Crediti formativi”

  1. Enza Immin Dice:

    E similmente, un po’ prima:

    Scuole migliori (anche le private) con il «buono» – Salvatore Carruba, Il Sole 24 Ore 14.12.07

  2. Ugo Lino Dice:

    Per favore, un po’ di mercato…

    Il numero chiuso? Aumentiamolo – Roberto Perotti, Panorama 27.09.07

  3. Lino Type Dice:

    Un sistema che condanna al parcheggio e alla frustrazione…

  4. Ivo Bagl Dice:

    Piccolo feudo antico…

  5. Eva Disert Dice:

    Sedotti e abbandona(n)ti…


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