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Tuesday, 3 October , 2006 / ermes

Berlin, Achmatova, Pasternak, Hemingway, Dos Passos, Bloomsbury, Leningrado, Bologna…


Cambiare regime: ecco l’obiettivo di mille (o forse pochissime) iniziative politiche sparse per il globo; cambiare regime politico e regime delle menti, regime di governo e regime culturale: quello pretesco in Iran che vieta alle donne i riccioli de’ capelli fuori dal velo che le intabarra, quello patetico in Bielorussia che impedisce alle patrie modelle di sfilare su passerelle straniere, quello ierocratico in Corea del Nord ove è una mummia il Capo di Stato assoluto, il corpo imbalsamato di Kim il Sung, e le riunioni di governo s’iniziano con la voce registrata del defunto che apre le assise… ma qual Medioevo, questi sono i dipinti di Goya, e Fussli e Munch e Schiele…

Ebbene, regime change… il problema è come, con quali mezzi, modalità, strumenti, fortune, occasioni… In taluni casi, il conflitto armato si è reso – storicamente, nel passato, nel tempo del relativo umano – persino necessario: si pensi a cosa sarebbe oggi l’Europa sgovernata da Goring e Keitel e von Papen e Goebbels e Donitz e Himmler e Speer e Bormann e Ribbentrop ed Eva Braun. Certo, tuttavia, in moltissimi contesti, situazioni, drammi, l’arma dell’azione preventiva il più possibile nonviolenta avrebbe potuto – forse, forse, appunto il nostro è il mondo del relativo – evitare persino il ricorso al cozzar degli eserciti.
Prometto nel tempo fornirò notizia di numerosi indirizzi internet, bibliografie, commenti, interventi, saggi, biografie riguardanti il mondo delle “armi di attrazioni di massa”. Appunto: non già armi di distruzione, ma armamentari di idee, progetti, iniziative, tentativi, proposte, fallimenti, “congetture e confutazioni” (Popper docet) volti a scardinare i sistemi di governo e le formae mentis autoritarie con la forza dell’attrazione delle società aperte.

Le società aperte (concetto idealtipico che vede il suo proporsi, a cavallo tra Otto e Novecento, nelle riflessioni di Bergson), società non perfette ma perfettibili, fallibili e falsificabili, non chiuse, tolleranti, pluraliste, democratiche, laiche (non già atee, né agnostiche o clericali… semplicemente laiche), tali società non autoritarie né autocratiche, non totalitarie né totalistiche, hanno storicamente dimostrato di poter esercitare una formidabile forza di attrazione per donne e uomini sottomessi al tacco di sistemi di governo violenti e repressivi. Repressivi innanzitutto del desiderio umano di emancipazione, miglioramento, sviluppo intellettivo ed economico, sociale, culturale.

A far solo un esempio: in Iran uno dei punti di frizione con la popolazione (per due terzi di età inferiore ai trent’anni… ah la nemesi delle politiche demografiche ipernataliste!) più destabilizzanti per il sistema di sgoverno degli ayatollah è costituito dalla proibizione agli innamorati di tenersi per mano e baciarsi in pubblico. In un caso simile, il divieto di ascoltare la musica di quell’omosessuale volgarmente meticcio afro-indio-britannico di Zanzibar che risponde al nome di Freddie Mercury, la classe pretesca è dovuta scendere a più miti (?!) consigli, onde evitare di fomentare il malcontento sociale e rischiare il rovesciamento dell’ Ancien Régime“.

Abbiamo una letteralmente dinamitarda santabarbara di possibilità per creare scisti in quelle dighe monumentali che sono i sistemi di governo autoritari disseminati nel mondo: e non già per esportare la democrazia – non è questione di esportare alcunché se non le nostre forze e capacità e determinazioni – bensì per ascoltare le voci liberali e riformatrici che sorgono dai Paesi oppressi e repressi, e incoraggiarle, sostenerle (in ogni senso, per esempio economicamente), in una parola provuoverle.

Ripeto: nel corso del tempo fornirò altre indicazioni sulla panoplia delle possibili iniziative di attrazione nonviolenta di massa storicamente realizzatesi e/o immaginate, approntate, studiate. Oggidì mi limito a riportare alcuni passi di un libello che vo leggendo da qualche giorno, intitolato “Le arti in Russia sotto Stalin” di Isaiah Berlin. L’autore, nato nella triste Riga di inizio Novecento, filosofo e storico delle idee (toh, qual professione arcigna!), è stato tra i massimi pensatori liberali del secolo, maestro di Oxford, eppoi diplomatico in giro per il mondo, raramente tradotto nel nostro Belpaesino ben cinto dalle Alpi e… il resto lo si può immaginare – o, per dinci, trovare online.

isaiah-berlin.jpg Nel 1945, Berlin torna in Russia come funzionario del Foreign Office. Ha lasciato quel mondo undicenne, nel 1920. Le cose sono molto cambiate, si guarda attorno, da Mosca va a Leningrado. Incontra tra gli altri, due autori i cui nomi dicon tutto, Anna Achmatova e Boris Pasternak, che gli illustrano la complessa situazione della cultura russa sotto il regime staliniano. Senza volutamente citare le fonti, di tale situazione scrive in una dotta relazione che inoltra ai servizi diplomatici inglesi, che affianca ad un altra minuta che analizza più da vicino il suo soggiorno a Leningrado. Stesi inizialmente ad uso interno, Berlin rielaborerà trent’anni dopo questi due scritti sotto forma di saggi, in Italia usciti per i tipi dell’Archinto nel 2001 (sic!)

Ecco, di seguito ripropongo alcuni passi giustappunto da tale seconda minuta: Berlin non progetta politiche coerenti, non poteva allora progettare, deve peraltro limitarsi, per il compito proprio del suo ufficio, a riferire quanto toccato, visto. Egli non propone al governo di Sua Maestà britannica di organare una rete di iniziative volte a carsicamente erodere dall’interno il regime sovietico, forse prospettiva ritenuta neppure plausibile. Sicuramente, vieppiù, non poteva conoscere quella(e) corrente(i) di pensiero andata(e)si strutturando nel tempo – e quanto per il contributo del Mahatma Gandhi! – intorno ai concetti di diritto di intervento umanitario, primazia del diritto umanitario internazionale, rivoluzione democratica incruenta “di velluto”, promozione dei sistemi di governo liberaldemocratici, vigore delle società aperte, arsenale nonviolento delle armi di attrazione di massa…

Eppure, leggendo i passi che riporto, pare che tali concetti ivi si chiariscano, si creino, plasmino, configurino, ivi vengano prendendo forma e linea e maturazione e comprensibilità. Sembra che, qui ed ora, nel momento stesso del proceder della lettura, politiche coerenti si strutturino e staglino e organizzino, che un network di possibilità di regime change venga a catapultarsi al cuore del senso che possiamo ipotizzare per la realtà delle relazioni internazionali. A dire quanto un seme piantato con cura ieri, possa ben fiorire oggi una allora insospettata foresta di colori.

“… pareva desiderosissimo di mantenere contatti di questo genere con i membri dell’ambasciata inglese; raccontava anche con orgoglio della quantità di libri che era riuscito a vendere ai funzionari e giornalisti inglesi e americani dal 1942. A questo proposito (… ) si lamentò amaramente di un giornalista inglese che, in un libro recente, lo aveva citato in modo denigratorio, cosa che trovava gratuita e ingiusta. Raccontò dei suoi progetti di aprire a Mosca una libreria con almeno cinque stanze, di cui una dedicata alla colonna straniera, dove i suoi clienti stranieri potessero incontrare, circolando per le altre stanze, importanti moscoviti con interessi affini. Pareva del tutto inconsapevole del genere di difficoltà che avrebbe incontrato un simile progetto (… )

“Rachlin raccontò dei giorni dell’assedio, in cui il massimo nutrimento consentito ai civili era una razione di 125 grammi di pane e niente altro; disse inoltre che in quel periodo spesso le famiglie dei morti e degli sfollati gli vendevano grandi quantità di libri, ma i suoi clienti erano troppo deboli per riuscire a portare libri pesanti, per cui compravano libriccini leggeri, oppure strappavano i volumi e si portavano via, lungo le strade gelate, un capitolo o un racconto alla volta. Ci riferì particolari raccapriccianti sulle difficoltà di seppellire i morti, e ci fece un racconto vivido del sapore della colla da falegname che soleva diluire con un po’ di acqua fredda e bere come zuppa (… )

“Tutti gli scrittori con cui ho parlato chiedevano libri inglesi, dicevano di avere avuto molta difficoltà a ottenerli attraverso il VOKS (Società dell’Unione per i Rapporti Culturali con l’Estero, l’organo di governo preposto alla censura delle idee che potessero pervenire da oltreconfine [in corsivo mia notazione]), che consideravano incapace e ostruzionista; e ci indicavano i modi per inviarli. Abbiamo discusso a lungo di letteratura inglese a americana (… )

“Descrissero (… ) le difficoltà di educare i figli secondo gli standard “europei” che avevano conosciuto prima della guerra; comunque, malgrado tanti ostacoli, le cose erano più facili a Leningrado che a Mosca, perché il numero di persone istruite al di fuori delle scuole di Stato continuava a essere maggiore che da altre parti , di conseguenza i bambini crescevano in un ambiente colto, evitando così di diventare tecnici standardizzati – anche in letteratura – pericolo che correvano altrove (… )

“Le possibilità di viaggiare, a quanto mi dissero, erano limitate, infatti nessuno scrittore poteva andare a Mosca, ad esempio, di propria volontà senza un invito formale o del presidente dell’Unione scrittori o del segretario del Partito comunista e, anche se tali inviti ogni tanto potevano essere ottenuti per vie traverse, farlo di frequente era umiliante oltre che difficile. Gli scrittori s’informavano con molto interesse sugli autori stranieri, in particolare su Richard Aldington e John Dos Passos. Hemingway era il più letto tra i grandi romanzieri in lingua inglese (… ) La conoscenza della letteratura inglese dipende ovviamente da quello che viene tradotto e, in grado minore, da quello che il VOKS permette che venga fornito ai singoli lettori di lingue straniere. Talvolta i risultati sono curiosi: così a Leningrado, i nomi di Virginia Woolf e E.M. Forster (… ) erano sconosciuti (… ) La fonte dei libri stranieri è Mosca, e se si potesse inventare un modo di fornire agli scrittori russi testi di letteratura anglosassone, essi ne sarebbero felici. Anna Achmatova era particolarmente contenta per via di un articolo sulla sua poesia uscito sulla “Dublin Review” e per una tesi sulla sua opera assegnata all’Università di Bologna. In entrambi i casi gli autori avevano avuto una corrispondenza con lei (… )

“Speravano, in modo davvero patetico, che, appena Leningrado si fosse sviluppata in un porto comunicante con il mondo esterno, vi sarebbe stato un maggiore afflusso di informazioni, la città sarebbe stata visitata da un maggior numero di stranieri, e loro avrebbero preso contatto con il mondo, da cui si sentivano profondamente isolati. Mi dissero che le mie visite, anche se organizzate apertamente grazie a una conoscenza che avevo fatto in libreria, erano state le prime, letteralmente le prime dal 1917, ed ebbi l’impressione che sarebbe stato meglio se non ne avessi parlato troppo. Gli scrittori in questione dissero che leggevano avidamente la “Britanskij soyuznik”, e che ogni riferimento fatto alle opere letterarie russe, ad esempio le recensioni di libri e roba simile, era estremamente apprezzato.

“A Leningrado non ho trovato traccia di quella xenofobia di cui si percepiscono segni anche nelle menti degli intellettuali più illuminati a Mosca, per non parlare dei funzionari governativi e gente simile. Leningrado si considera – e sotto certi aspetti è così – la sede della vita intellettuale e artistica rivolta ad Occidente. Gli scrittori sui giornali letterari, gli attori nei teatri e i commessi di quella mezza dozzina di librerie in cui ho comprato dei libri, o anche i passeggeri sui tram e sugli autobus, paiono tutti un po’ più istruiti ed educati dei moscoviti, che sono più calorosi ma più primitivi. Se la mia impressione è corretta, qualsiasi seme piantassimo in questo terreno, germoglierebbe con maggior gratitudine che in qualsiasi altra parte dell’Unione Sovietica. Che poi sia una cosa praticabile – se, per esempio, aprendo un consolato inglese a Leningrado, i rapporti sarebbero ancora relativamente facili e informali come paiono oggi – è tutt’altra questione, e molto reale. L’attuale libertà di circolazione potrebbe benissimo essere dovuta al fatto che qui non risiedono rappresentanti di istituzioni e paesi stranieri, il che agevola il compito della sorveglianza di coloro che passano attraverso l’inevitabile (e sorprendentemente ampia) porta girevole dell’Hotel Astoria, e preoccupa meno le autorità.”

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3 Comments

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  1. ermes / Oct 7 2006 7:00 PM

    Sembra Angius dei Ds… povero Berlin!

  2. mauretto / Aug 11 2007 7:19 AM

    as-94783-sa

    concordo…

Trackbacks

  1. Dare futuro alla memoria « Abeona forum

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