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Wednesday, 4 October , 2006 / Iperione

State attenti, politici tutti…


Conosco un uomo. Quest’uomo ha cinquantanove anni e lavora da che ne aveva ventidue. Sto parlando di un uomo che , come tanti ha speso la sua vita, il suo tempo, le sue passioni, per il lavoro, per il dovere, per l’onestà.

Ho sentito le infamie pronunciate da qualche cialtrone, tra i più rispettati e temuti in seno alle Istituzioni: è vergognoso che si vada in pensione a cinquantasette anni. E’ fuori d’ogni regola; fuori d’ogni rispetto per chi “sul lavoro ci muore”.

Ho visto ogni tipo di riforma, ascoltato ogni tipo di costruzione filosofica sui lavoratori, sui sindacati; ho visto mille e più volte i sindacati scendere in piazza per lottare per una seggiola da raccomandare e per i milioni da raccogliere per i rinnovi contrattuali. Tutto questo mentre i muli tornano dal campo pensando già al mattino dopo.

Ho immaginato quest’uomo di cui vi racconto, a colloquio con il suo capodelpersonale, mentre attende la sua sentenza, mentre attende di scoprire qual è il suo prezzo. Attende di scoprire quanti soldi vale la sua vita di lavoratore. Quanti ne vale la sua dignità d’uomo.

Immagino l’incerta sicurezza con cui ha perfino firmato il “super-bonus” berlusconiano, rinunciando per sempre a far valere questi anni di lavoro, in cambio di un altro prezzo: il vituperio dei colleghi, tutti troppo giovani e forti per intendere che il giorno del macello arriva, che si sia pronti o no.

Immagino, ancora, l’amara malinconia nell’apprendere che un altro dei suoi vecchi compagni d’ufficio non c’è più, morto chissà dove e chissà perchè. Uno impiccato, uno divorato da un cancro. Uno assediato dai postumi di quelle piccole, invisibili fibre d’amianto, respirate nei locali aziendali, che pure l’azienda aveva costruito e inaugurato in un passato fatto d’oro e di cui è difficile scusarsi.

Lo immagino mentre osserva un foglietto come un altro, solo che lì ci sono i nomi di quelli che cadranno. Lo immagino mentre legge il suo, di nome. Lo immagino mentre pensa che un altro anno l’avrebbe potuto fare. Lo immagino mentre fa i conti con l’indifferenza di chi ti crede ormai inutile, con l’arroganza dei collusi con la politica, con il tradimento di un sistema che improvvisamente ti guarda come fossi carne da macello.

Tornato in me stesso mi pare di capire, di realizzare quanto perverso sia questo sitema e chi lo dirige nella “dittatura monocratica” che osano chiamare alternanza. Non ci sono altre spiegazioni: quando chi ti governa ti dileggia fino al punto di lasciarti credere che esistano “euro4” molto e poco inquinanti, che il nostro Paese sia riuscito a superare il concetto pur evoluto di certificazioni europee; quando avere il diritto di andare in pensione pare sia un’oscenità agli occhi della società; quando non volerci andare è un reato da pagare con l’esclusione, allora si capisce tanto. Si capisce quanto scollegata sia questa società, l’Italia intera, dico. Quanto stia correndo verso il suo stesso suicidio, culturale, sociale, politico.

Non riesco a trovar sbagliate le conclusioni di un Oscar Giannino, che al termine di un’analisi serrata dei commi, delle virgole, degli apici dell’ultima Legge Finanziaria, conclude:«Mi dispiace ma io lo dico chiaro: di fronte a questo, evadere la rapina di Stato è pura autodifesa. Irriducibile battaglia di libertà». Non si tratta d’essere dei Che Guevara, si tratta d’essere uomini; si tratta d’esser trattati come tali.

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