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Thursday, 19 October , 2006 / ermes

Malati di poker


giulio-romano-donatio-constantini-musei-vaticani.jpg “La Chiesa non è e non intende essere un agente politico”: parole sante verrebbe da dire, del futuro, sicuro santo, d’altronde già in vita appellato e lasciantesi appellare “Sua Santità”, Benedetto XVI. Epperò subito dopo, è lo stesso finissimo (mah!) teologo Ratzinger a proclamare Veronae et Orbi la raccomandazione di promuovere “la famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unioni che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale”. Prima dice una cosa, poi la nega volgarmente, in modo davvero volgare, volgare, non sottile, né accorto, ormai si può dir tutto e il contrario di tutto spudoratamente, senza pudore… ed è contento il Papa… e sono contenti i cattolici nostri… E tutti insieme ci si arrende alla prepotenza e alla violenza. E’ la stessa tecnica della Constitutum Donatio Constantini, non dico altro: vivano gli Umanesimi, i Rinascimenti e i Valla, vivano gli Illuminismi, i Filangieri e i Beccaria!

Forse mi sbaglio, forse non son altro che colpi di coda di un potere ormai vecchio e allo stremo, un potere che vede e trema – tout simplement – di fronte alla possibilità della sua fine. Forse mi sbaglio, e si tratta soltanto delle ultime manifestazioni di una realtà ormai già nelle soffitte del tempo, una attualità che è passata, non interessa e non porta all’interesse altrui, all’interrogarsi di chi ascolta, all’attenzione di chi ha la ventura di sentire, una realtà che non trova né produce comunione di idee, corrispondenza di sensi, non porta a stimoli, reazioni altre se non i biascicati balbettii dei pappagalli di corte, dei ripetitori e megafoni di regime. Forse mi sbaglio, e “la vita è altrove”, con i suoi drammi, le sue stanchezze, le sue fughe di rabbia e immaginazione, i sorrisi più candidi, le soffitte più ascose, forse davvero la vita pullula nelle megalopoli ingovernate e ingovernabili, nelle chiesine di un “curato di campagna”, vede l’esplosione di armi nucleari e la perdita della memoria, il “ragionevole sregolamento dei sensi” e il “carnaio” dei tramonti… e ritorno a Kundera, e ritorno a Bernanos, e ad Unga’, eppoi Rimbaud…

Mi vien fatto di pensare che la vita, le vite non sian più chiuse ormai, e decise (e recise), organate, stabilite nelle stanze scintillanti di “palazzi di potere”, di suk e bazar di fattucchieri venditori d’ori, stoffe e spezie, che le vite ormai vadano oltre, come e con Pasolini, si siano aperte nuove strade, abbiano sfrangiato i confini dei silenzi, delle vuote preghiere, degli imposti supplizi, delle mattine grigie ed oscurate da drappi neri avvoltolati e volti a dare cupa tristezza, rimpianto, nostalgia di un tempo che mai fu, di regni che mai imperarono, a dare sensi di colpa immani ed immondi perchè forse s’è pensato di amare, di credere altro, sentire desiderio di una carezza, di un affetto… Mi vien fatto di pensare che i bambini corrano liberi di correre, ignari dei voleri degli intabarrati di turno, in Iran come in Sudan, talebani e vaticani… Mi vien fatto di pensare che la vita, le vite per fortuna si dimenino ancora, sguscino via, si sviluppino ed emancipino, trovino mille strade diverse anche di fronte all’imposizione più codina, violenta, retrogada, come l’asino che vuole amare ancora, o i cammelli che ancora pensano nei racconti di Canetti, di tra “le voci di Marrakech”…

Chissà, davvero c’è altro e altro si crea, si moltiplica, si genera fuor delle “segrete vaticane”, dei chiostri vaticani, donne e uomini che vivono altro, sanno di poter essere altro, altro immaginare e costruire. Chissà, davvero tutto ciò a cui assistiamo in questi mesi, così chiaro, così leggibile a chi voglia – e si fornisca di lenti adatte alla lettura -, non è altro che il canto (stonatissimo) del cigno di un pre-potere che sente il sapore di morte sul palato. Chissà, davvero lor signori vedono svaporare le catene su cui han fondato il loro principato feudale e baronale sulle menti per secoli, e pertanto disperati pensano a sulfurei fumi ultraterreni insinuatisi nelle cucine delle genti, nelle stanze da letto, nelle aule di tribunali, nelle sale di ricevimento, a sparigliar un pre-teso ordine supremo di natura: ed invero è solo brulicar di vita ciò che li circonda, è costruirsi vita, l’amarsi delle vite, ed invero i miasmi sono altri, son quelli che han portato per centinaia di anni a inquisizioni sui pensieri, sui retropensieri, sugli abbozzi di pensiero, sul pensare stesso… e dir di Gide che è omosessuale – e basta, e tanto basta – e quindi non va letto, vada all’Indice difilato, e prim’ancora rappresentare il Demonio con gli occhiali, “todo modo”, perfettamente, logicamente, come ricorda ed eterna Sciascia…

Probabilmente sentono ballare la terra sotto i piedi, si accorgono che sempre più attrae l’individuo il pensar con la propria testa, invoglia, dà senso e gioia, divertimento e piacere – reietta parola. Probabilmente si stanno incrisalidendo ormai, avvinghiandosi e coprendosi con quanto resta, arrendondosi a sparare sempre più in alto e sempre più grandemente, come naufraghi presi dal panico a lanciar dardi in alto mare, o sì come sorde bombarde che tutto ambiscono radere al suolo per tutto riedificare da tabula rasa. Probabilmente procedono vagabondi, anime vagolanti in cerca di riparo, dacché abituati a (s)governar lo mondo, mentre oggidì van perdendo lo scettro e si fan pallidi pertanto, più bianchi del canutismo cui ci rendono e condannano, bianchi di spavento… forse son pavoni spiumazzati ormai, che posti davanti ad uno specchio urlano e pretendono che siano loro resi maestosi omaggi, onori inveterati, statue crisoelefantine che raffigurino i lor propri idoli, vitelli d’oro a dar immagine comunque alla loro primazia, e carte bollate immodificabili, guarentigie ignobili, e privilegi sommi, diritto di legare e sciogliere ogni capestro, e in cielo e in terra.

Non so, può esser che siano alla frutta, siano alla fine, ma io non lo credo, non riesco a crederci, a convincermene, a rassicurarmene: anzi, vieppiù m’appaiono decisi, robusti, corroborati da passate sfide, coscienti delle proprie debolezze e prontissimi a farsene punto di forza. Non so, così mi pare, che abbian il formidabile apparato argomentativo, educativo, conoscitivo, razionalistico, empiristico (ore e ore di pratica…), logico della tradizione gesuitica a loro completa disposizione e che con padronanza estrema tale strumento applichino sempre più prepotentemente, impunemente e scopertamente (chi li denuncia?) oggi che tutto può loro sfuggire. Non so, mi sembra che quanto più si accorgano, anche sol appena percepiscano il pericolo di un mondo che non obbedisca più sic et simpliciter, ma cominci a chieder conto, a far di conto e voler contare, quanto più l’umanità e le umanità ambiscano emanciparsi ed essere coscienti, tanto più i nostri mastri teologi mi pare che intervengano in anticipino, a brigar combutta preventivamente, a mischiar le carte e intorbidare l’acque: acché nulla più si com-prenda, possa essere preso con sé, capito, pensato, sognato dall’individuo che vuol farsi artefice della sua fortuna, del suo destino.

Ho paura che vogliano ridurre l’uomo ad automa incapace di metter insieme soggetto e predicato, agendo sulla perversione del soggetto e del predicato, che vogliano sottrarre all’uomo la libertà di dire che due più due fa quattro, di poter pensare e credere a quanto gli appaia autoevidente, di dire che il pane è il pane e il vino è il vino. Ho paura del loro gioco sporco, del far di tutta l’erba un fascio, di affasciare le teste, fascistizzare i cervelli, identificare tutti come modaioli, egoisti, parolai, ondivaghi, irrispettosi, libertini, presuntuosi; del loro catapultarsi ad appiattire tutti sotto il termine di relativisti, anche chi relativista non è, chi relativista non è mai stato – così come mai è stato assolutista, fondamentalista, totalistico e totalitario come loro, giacchè il suo assoluto, il fondamento del suo agire, di tutto il suo essere vuol che sia, forse non è, ma vorrebbe che fosse il diritto altrui a crescere, vivere ed essere qual crede. Ho paura di quanto son bravi, bravissimi, sopraffini giocatori di poker: sanno bluffare di continuo, mandano in confusione l’avversario (per loro vi sono solo corsorterie e avversari, non altro), imbrogliano costantemente, vincono a mani basse eppoi, con coerentissimo processo da psicologi repressi che pretendon la parcella del servizio reso esigendo pur le scuse del paziente, rivendicano ed obbligano i fedeli a somme confessioni di peccati mai commessi… di più, letteralmente inesistenti… giacchè manifestamente impossibili.

40 Comments

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  1. NickPolitik / Oct 19 2006 7:55 PM

    A volte (quasi sempre) nella Chiesa Cattolica si agisce in questo modo contro (che brutto dover dire “contro”, ma davvero non so quale termine sia più adatto) coloro che mostrano di pensare con la propria testa: li si mette da parte, si fa finta che non esistano; in breve, censura. Mi riferisco anche a coloro che, pur sentendosi parte della Chiesa di Roma, vogliono in qualche modo cercare di ammodernarla. Ma costoro non seguono la Tradizione della Chiesa Cattolica. Sottolineo che ho messo la T in maiuscolo, perchè si distingue tra tradizione e Tradizione. La prima è quella volgare, quella non accettata da loro in primis. La seconda è tutto ciò a cui si appellano per dire che la Chiesa non può seguire con lo stesso ritmo l’evoluzione del contesto sociale del mondo. E allo stesso tempo dicono che la Chiesa è al passo con i tempi (ma non è una contraddizione…guai a dire che la Chiesa è contraddittoria). Adesso Galileo è quasi santo.
    Eppure Gesù si scaglia contro il concetto di tradizione, senza fare distinzioni fra maiuscole e minuscole.
    Mi sembra che la Chiesa, a volte, voglia a tutti i costi trovare la “pezza a colori” per giustificare il suo impianto rigidamente attaccato a dogmi autoimpostasi, che col tempo sono risultati obsoleti e, per non fare brutta figura e rinnegarli, si arrovella per cercarne di nuovi che giustifichino momentaneamente i dogmi su cui potrebbe vacillare il pensiero cattolico. Sperando che i nuovi tengano meglio (un po’ come la struttura posta a copertura sulla centrale nucleare esplosa a Cernobyl).
    Bho, mi sembra che più si vada avanti con questi dogmi, più ci si allontani da ciò che ha voluto intendere Gesù. Sicuramente mi sbaglio. Sono nel dubbio e non me ne vergogno. Il bello è che i sedicenti cattolici contestano il mettere in dubbio i precetti della Chiesa Cattolica, al punto dal non ritenere cattolico chi ritiene che l’aborto o la fecondazione assistita o il divorzio o l’eutanasia possano essere giusti (giusti lo sussurro…non mi sento di gridare a gran voce la giustizia di una cosa…ma di porla in dubbio, se questa sembra sbagliata, sì).
    Non amo definirmi cattolico, anche quando mi trovo a parlare con persone non cattoliche. Mi sembra che sia un modo simile al dirsi “di sinistra” o “di destra” o “di centro” (giusto per non scontentare nessuno).
    Allo stesso modo ho paura a definirmi cristiano. Cristiano è uno che va dietro Cristo. Io, facendo un mea culpa addolorato, sento di non riuscire ad andare dietro Cristo. Perchè andare dietro Cristo, secondo me, significa fare, fare, fare il bene, e mai sentirsi soddisfatti e con la coscienza a posto. Si tratta insomma di un lavoro serio ed impegnato per cui non esistono ferie.
    Ma è il mio punto di vista.
    E sinceramente, per quanto lo faccia, mi sembra sbagliato etichettare i sedicenti cattolici come “bigotti”. Forse sono io che non voglio avere orecchi per intendere. Chissà!

  2. mOrg / Oct 20 2006 11:05 AM

    Vabbè!

  3. mOrg / Oct 20 2006 11:33 AM

    «Oggi ai cristiani è chiesto di non venir meno al loro compito di annunciare il Vangelo, ma questo annuncio non può essere disgiunto da una buona comunicazione, un comportamento limpido, una pratica cordiale dell’ascolto, del confronto e dell’alterità. Sì, l’annuncio cristiano non deve avvenire a ogni costo, né attraverso forme arroganti, né con un’ostentazione di certezze che mortificano o con splendori di verità che abbagliano. Infatti, come ricordava già Ignazio di Antiochia all’inizio del II secolo: “il cristianesimo è opera di grandezza, non di persuasione”.»

    dall’articolo “Il vero cristiano sa comunicare la gioia”
    di Enzo Bianchi, fondatore e priore della comunità monastica di Bose
    (ho evitato che qualcuno andasse a cercare bianchi su wikipedia, vero?)

  4. mOrg / Oct 20 2006 11:40 AM

    Le gabbie continuate a crearvele da soli!
    Forse potremmo vivere un pò di più e demonizzare un pò meno, o no?

    (scusate per i 3 pensieri alla rinfusa ma li ho scritti così come mi sono venuti alla mente! Non li avevo preparati…io la notte dormo!)

  5. NickPolitik / Oct 20 2006 12:15 PM

    E sì, meglio non demonizzare. Per fare questo d’ora in poi, almeno per quel che mi riguarda, chiudo gli occhi e, come si dice da queste parti, “attacc u ciucc e dò vol u patron”. Se chiudessi gli occhi, infatti, non vedrei le gabbie (e magari approfitterei per dormire)! Buon consiglio MOrg!

  6. mOrg / Oct 20 2006 1:53 PM

    Vivi POLITIK!
    Vivi POLOTIK!
    Il mio non era un consiglio a dormire ma a VIVERE!
    A provare a VIVERE la nostra (o dovrei dire mia?) fede!
    PUNTO E BASTA! CA….SPITA!

  7. NickPolitik / Oct 20 2006 4:43 PM

    Caro MOrg, avversario degno di rispetto nelle mie infinite liti, persona con la quale si può dialogare, amico sin dall’infanzia,
    vivere è quello che facciamo tutti, chi in un modo, chi nell’altro. Ognuno a suo modo si crea delle gabbie, ha una certa ottica, un certo modo di imporre il proprio sigillo sulla lunga pergamena degli uomini che sono passati e stanno passando.
    La fede è di chi ha sentito parlare di qualcuno che sta in una dimensione da noi mai conosciuta e che ci invita a seguire un certo cammino di speranza nel mondo. Ma quella diversa dimensione è percepibile solo perchè in noi c’è il seme dell’eternità, una sensazione di smarrimento, la percezione di un avvolgimento costante nella nube protettrice dell’Amore.
    La fede tua, mia e di tanti altri nel mondo non è e non deve essere in discussione. La fede è unica e appartiene a tutti coloro che la riconoscono in quanto tale, siano essi cristiani, ebrei, mussulmani (ho controllato sul vocabolario, si può dire mussulmani e musulmani), induisti, buddhisti, taoisti, animisti, ecc.ecc.
    Come dice il mio caro Renato Zero in una canzone “Siamo tutti sotto questo Cielo”.
    Poi il modo di trasportare la fede sul piano materiale, con lo stile di vita, con le idee, con le opere, è tutto relativo. C’è chi dice che se un nemico ti attacca puoi difenderti anche uccidendolo, e c’è chi si fa martire non reagendo. La Chiesa Cattolica (come mi diceva l’amico herpes) contempla tutte e due le possibilità. Poi sta alla coscienza individuale decidere, scegliere ciò che sembra giusto o sbagliato.
    Per esempio io critico ferocemente (come penso anche tu) l’adorazione fatta a Padre Pio (giusto per fare un esempio). Ma se questo è il modo con cui una persona decide di mettersi in contatto con l’eterno (bada alla lettera minuscola, perchè non voglio confondere il mio e il tuo Eterno con il concetto di “eterno in generale”), non mi sento di criticarlo.
    Se a volte critico è perchè a molti è stato dato di poter comprendere, ma a volte si rifiutano di farlo.
    Forse nella critica che faccio agli altri rientro anch’io.
    Ecco perchè mi metto io prima di tutto in discussione, e poi metto in discussione tutto ciò che percepisco.
    Penso di essere libero di fare quel che voglio riguardo alla mia fede e al mio agire.
    Il tuo consiglio l’ho ascoltato. Poi, forse, deciderò.

    P.S.: Carissimi Ermetici, Virus Erpetici, Abeonisti, Franscemi e tutti voi che visitate questo sito, mi piacerebbe sentire anche la vostra. Sempre se volete.

  8. francemo / Oct 23 2006 6:41 PM

    Ermes, ho letto solo ora la tua poesia… mangiato pesante quel giorno, eh!?

  9. Iperione / Oct 23 2006 7:57 PM

    Probabilmente bisognerebbe cercare di capire il punto del discorso di ermes.
    Anche in riferimento all’articolo di francemo mi piacerebbe evidenziare che “anti-clericale” (che è ciò che state pensando di ermes) è un’idea molto più profonda e rispettabile della figura di “ossesso” cui siamo abituati a pensare. Io credo che il punto sia tutto politico, e tutto umano. E’ politico perchè non possono sfuggire alcune realtà che mi pare superfluo ricordare, visto che ne abbiamo già parlato abbondantemente in altre sedi. E’ umano perchè, che piaccia o no, che sembri giusto o meno, che suoni vagamente eretico o no, il “pre-potere” (come lo chiama ermes) di certa Chiesa, è divenuto, lentamente, gas nervino per qualunque cultura diversa, impossibilitata ad una giusta convivenza, dove per “giusta” intendo equa, vissuta alla pari, sullo stesso piano etico e giuridico.
    Chissà cosa penserebbero alcune categorie della nostra società pacioccona se leggessero qualche rigo dell’enciclica segnalata da francemo:

    Rivoluzione

    31. E tuttavia sappiamo che l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande.

    Detto questo, mi accomodo sulla sedia degli eretici.

  10. ermes / Oct 6 2007 1:55 PM

    “Lui che non credeva in nulla, se non in una certa dignità umana – di cui non avrebbe saputo dare una definizione precisa – e nella libertà, o quanto meno nella libertà di pensiero, arrivava a sospettare che Xavier Malate avesse poteri malefici”.

    (Georges Simenon, Il Presidente, Adelphi, 2007 – prima ed. 1957 – pag. 40)

  11. Jean Masot / Oct 16 2007 1:18 AM

    L’onore

    Povera società senza giudizzio!
    Povera nobbirtà senza decoro!
    diceva un rospo verde in campo d’oro
    dipinto su uno stemma gentilizzio. –

    Che diavolo direbbe l’antenato
    se doppo dieci secoli a di’ poco
    sapesse ch’er nepote vince ar gioco
    cor mazzo de le carte preparato?

    Va’ là! – je fece un’Aquila d’argento
    appiccicata su lo stemma stesso. –
    Quell’antenato che stimamo adesso
    nun era che un teppista der trecento.

    È er tempo che nobbilita: per cui
    è inutile che peni e te ciaffanni.
    Er nipote che rubba, tra mill’anni,
    diventa un antenato pure lui.

    (Trilussa)

  12. Etta Add / Jun 9 2008 4:55 PM

    Più assuefatti di così…

    “If the faith is to flourish, however, it needs to strike deep roots in Asian soil, lest it be perceived as a foreign import, alien to the culture and traditions of your people. Mindful of the manner in which Saint Paul preached the Good News to the Athenians (cf. Acts 17:22-34), you are called to present the Christian faith in ways that resonate with the “innate spiritual insight and moral wisdom in the Asian soul” (Ecclesia in Asia, 6), so that people will welcome it and make it their own.

    “In particular, you need to ensure that the Christian Gospel is in no way confused in their minds with secular principles associated with the Enlightenment. On the contrary, by “speaking the truth in love” (Eph 4:15) you can help your fellow citizens to distinguish the wheat of the Gospel from the chaff of materialism and relativism. You can help them to respond to the urgent challenges posed by the Enlightenment, familiar to Western Christianity for over two centuries, but only now beginning to have a significant impact upon other parts of the world. While resisting the “dictatorship of positivist reason” that tries to exclude God from public discourse, we should welcome the “true conquests of the Enlightenment” – especially the stress on human rights and the freedom of religion and its practice (cf. Address to the Members of the Roman Curia at the Traditional Exchange of Christmas Greetings, 22 December 2006).”

  13. VaticaNick / Feb 10 2009 11:28 AM

    Cosa ci leggete in queste due cose?
    1) http://www.corriere.it/ultima_ora/notizie.jsp?id={75A50EA6-1E3D-4910-8284-AFAF3B8CD4DA}
    2) http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_10/Famiglia_Cristiana_leggi_razziali_Maroni_contrattacca_e_querela_marco_cremonesi_99a43870-f747-11dd-8e36-00144f02aabc.shtml
    Potrebbero sembrare buone azioni, ma io ci vedo solo un losco gioco di potere: nel primo caso una promessa elettorale, nel secondo un voler ad ogni costo imporre la propria morale.

  14. Avvenick1 / Feb 10 2009 4:34 PM

    solo per non dimenticare in futuro…

    1-ENIGMATICA E INQUIETANTE DICHIARAZIONE
    Signore, tieni stretto a te quel suo padre Beppino
    MARINA CORRADI
    È morta. La notizia irrompe sui tg e dalle radio nella quiete domestica dell’ora di cena. E benché quella di Eluana Englaro sia stata la morte più annunciata di questi anni, è come un pugno quel secco flash sulle agenzie. È morta, nell’immaginario collettivo, la splendida ragazza bruna che sorride in cento foto, incantando chi la guarda.
    Come fosse oggi Eluana, nessuna immagine lo ha mostrato. La ricorderemo con quegli occhi neri, con i bei capelli sciolti sulle spalle. Eluana Englaro, morta a 38 anni, nella memoria degli italiani resterà per sempre ragazza. Per diciassette anni è stata chiusa in un sonno continuo. E però viva, e capace di un libero respiro. Il destino di questa donna è umanamente un mistero. Sappiamo solo che nella clinica di Lecco dove ha vissuto fino a pochi giorni fa questa sua assoluta fragilità aveva trovato in risposta l’amore materno di tre suore. Materno nell’accezione più grande del termine: un darsi con pazienza, senza alcun risparmio, ogni giorno; gratuitamente, senza nemmeno mai un sorriso in cambio, e non chiedendo mai: fino a quando? C’è qualcosa di estremo, di radicale nella storia di una donna che ha consumato nella immobilità la sua giovinezza. Era una figura inaccettabile Eluana, in questo tempo succube dell’efficienza, del diritto alla salute, dell’’attimo fuggente’ da cogliere. L’attimo fuggente della ragazza di Lecco si è incenerito in un istante, sul ghiaccio di una curva, una notte di gennaio. Suo padre ha detto in una intervista che, dall’inizio del coma, sua figlia ‘non è più esistita’. Che per lui era morta da diciassette anni. Non più lei in quel letto, dunque, ma solo un povero corpo. E Eluana invece così tenacemente attaccata alla vita, con il suo respiro flebile ma regolare. Il mistero di quel lungo sonno è stato, per chi ha incrociato la sua faccia sui giornali, come una dura domanda: come mai, perché un simile destino? La vita ci appartiene, o è di un altro?
    Molti hanno risposto con una viscerale ribellione. Il padre, un uomo ostinato, ha fatto del ‘diritto alla morte’ di sua figlia la battaglia della propria vita. Una battaglia, diceva, ‘di libertà’. L’ansia di «liberare» Eluana dal suo piccolo angolo di ospedale era diventato il simbolo di una insofferenza diffusa e profonda: la vita è nostra, ci appartiene, a noi decidere il giorno, e l’ora. Intanto, mentre tg e giornali non parlavano che di lei, Eluana se ne restava immota e uguale sotto le cure delle suore. L’ansia di ‘regalarle la morte’ cresceva: come ci si toglie dagli occhi una immagine di dolore. Come, forse, oggi si lotta per togliere dai muri il crocifisso, scandaloso emblema di pietà e sofferenza. È morta mentre il Parlamento correva per salvarle la vita, improvvisamente riscosso all’urgenza del suo destino. Pensiamo, questa sera, a suo padre, che ha detto soltanto: «Ora voglio stare solo».
    Ha detto anche: «Ho fatto tutto da solo», aggiungendo un misterioso: «Voglio finire da solo». Non c’è bisogno di dire che cosa queste parole ci inducono a pensare. Ci limitiamo a invocare: Signore, ora aiutalo tu. Solo tu puoi riuscirci. Ma pensiamo anche a quelle suore, per cui Eluana era una figlia. Una fine così rapida fa pensare al lasciarsi morire di certi vecchi, quando restano soli. È morta di sete, o dell’assenza di quelle voci, di quelle mani? Ieri sera alla notizia la gente in casa, nei locali, è ammutolita. Qualcuno voleva appropriarsi della vita e della morte, come fossero disponibili cose. Ma il silenzio dopo l’annuncio improvviso ha detto solo ancora una volta che niente è nostro, e nulla ci appartiene. È il regalo più grande che Eluana ci ha fatto.

  15. Avvenick2 / Feb 10 2009 4:35 PM

    2-COSA VUOL DIRE IMBATTERSI NEL DOTTOR DEFANTI
    Quell’ineffabile medico così abile a dissimulare
    LUCIA BELLASPIGA
    « I l suo stato fisico è ottimo, resisterà più a lungo della media…
    Eluana è una donna sana, mai avuto malattie, mai bisogno di un antibiotico. Dal momento della sospensione del cibo alla morte potrebbero passare altri 12-14 giorni…». Lo aveva ripetuto per tutta la domenica e ieri lo aveva ribadito: mentre Eluana stava per esalare l’ultimo respiro, quello che ancora si autodefinisce «il suo neurologo da 15 anni», colui che avrebbe dovuto conoscerla come e più di se stesso, ancora una volta dimostrava di non sapere nulla di lei. Eluana moriva e lui ancora dichiarava che la fase critica era lontana, ironizzava sui timori di chi da giorni parlava di una tosse nuova e devastante, tacciava di ignoranza chi temeva il precipizio nella corsa contro il tempo tra la vita e la morte: «C’è troppa disinformazione – sosteneva ieri sicuro di sé – sono troppe le idiozie giocate sull’ignoranza». Defanti era uno degli «autori» del protocollo di morte – del primo fatto conoscere alla stampa, come del secondo, tenuto ben nascosto –, lo aveva studiato ben bene e non perdeva occasione di rassicurare l’opinione pubblica con bonomia: «Non soffrirà, sono tutte panzane quelle che vi raccontano». Ancora nel pomeriggio – ben lungi da Udine e dalla stanza in cui intanto si consumava la tragedia personale e collettiva di Eluana – era impegnato a Bergamo in una sparuta manifestazione pro morte, e da lì precisava: «Le condizioni dei suoi organi interni sono buone, è un fisico giovane e forte…». Avevamo imparato a conoscerlo nei mesi, avevamo già avuto a che fare con la disinvoltura delle sue affermazioni, ce lo ricordiamo il giorno in cui – era ottobre – Eluana a Lecco rischiò di morire per una gravissima emorragia e lui, allargando le braccia, ci faceva sapere che «anche questa volta ce l’ha fatta, è una donna troppo sana…». Ci eravamo abituati.
    Ma questa volta forse era troppo anche per lui, se da Bergamo ieri pomeriggio, come in una premonizione di ciò che sarebbe accaduto, cercava già di autoassolversi: «In ogni caso sto facendo la cosa giusta, aiuto una persona a compiere la propria volontà…». Da quando Eluana era arrivata a Udine la sua salute era precipitata e le mani maldestre che l’avevano accolta nella sua nuova e ultima dimora per procurarne la morte non riuscivano a trovare i gesti per darle sollievo. Solo quattro giorni di fame e sete non dovevano stroncare quella solida vita, «non era previsto», come adesso si affanna Defanti a spiegare. Ora ci racconta della sua sorpresa, parla di una fine così repentina che non si poteva immaginare, per giustificarsi arriva a dire che «la natura è sempre più forte e imprevedibile di noi», si chiede che cosa sia successo, forse «qualcosa che ancora non conosciamo».
    Strano, dottor Defanti, che esista ancora qualcosa di oscuro alla vostra équipe al cui controllo nulla sfugge, nemmeno la coscienza misteriosa di una persona in stato vegetativo, neppure le risposte di quello che voi chiamavate un vegetale, una persona morta da 17 anni, ma che ancora era viva e vi dava le sue risposte inascoltate.
    Strappata alle mani di suore che non avevano una laurea in medicina ma applicavano le semplici regole umane dell’amore e della cura per il fratello indifeso, forse aveva cominciato a morire già da quel colpo di tosse con cui, prima volta in tanti anni, aveva sputato il sondino.
    Forse nella corsa contro il tempo a voler correre è stata lei. Una sola verità ha sempre detto suo padre Beppino: «Eluana è un vero purosangue».

  16. Avvenick3 / Feb 10 2009 4:36 PM

    3-SFORZO IMPONENTE PER DARLE UNA MORTE BRUTALE
    Un abbandono estremo forma più grave d’eutanasia
    FRANCESCO D’AGOSTINO
    Pur con tutte le sue terribili ombre, pur rendendosi responsabile di innumerevoli delitti, l’Occidente è riuscito, con sforzi straordinari e grazie all’innesto decisivo della tradizione ebraico-cristiana, ad affermare un principio assolutamente decisivo: i soggetti deboli vanno aiutati e protetti. È su questo punto, e non su altri, che si misura quel cammino che noi chiamiamo civiltà. Se questo è vero, la morte di Eluana Englaro, simbolo di quei soggetti che sono i più deboli tra i deboli, è un terribile momento di regresso in questo faticosissimo cammino. Al momento non sappiamo esattamente quali sono state le cause della morte improvvisa di Eluana, al termine di una giornata in cui erano stati diffusi comunicati che attestavano come il suo organismo possedesse ancora una normale funzionalità. Si stanno già moltiplicando le domande in merito: altri avranno il compito di dare risposte ed altri ancora di verificarne la plausibilità. A noi spetta unicamente fare una brevissima riflessione: qualunque sia la causa ultima della morte di Eluana, anche se si fosse trattato di una morte avvenuta per sopraggiunte, imprevedibili, naturalissime cause, resta il fatto incancellabile che essa è morta in una clinica, nella quale era stata portata con un’unica intenzione, quella di farla morire. Questo dato di fatto è sufficiente per farci gridare ad alta voce che è stata abbandonata, come paziente, come donna, come cittadino, come essere umano. Coloro che l’hanno abbandonata, coloro che hanno favorito o addirittura plaudito a questo abbandono, attivando strepiti mediatici e inventando sofismi giuridico­costituzionali, non riusciranno mai, probabilmente, a rendersi conto che in questo abbandono dobbiamo vedere la forma più estrema e più grave di eutanasia. Eluana infatti non è morta a causa del gesto compassionevole, estremo e disperato di un familiare o di un medico chino sul suo letto, ma dopo che era stato elaborato un ‘protocollo’ burocratico­sanitario, finalizzato a rendere ‘dolce’ la sospensione di ogni forma di supporto vitale, affidato per la sua materiale applicazione a ‘professionisti’ e a un’associazione di ‘volontari’, costituita esclusivamente a questo fine. Intorno ad Eluana, ricoverata ad Udine, si è mosso quindi uno straordinario numero di persone. Eppure, la finalità oggettiva di tutte queste persone era una soltanto: non quella di starle vicino, ma quella di accompagnarla a un destino di morte. Chi così ha agito si dirà forse convinto di aver abbandonato Eluana ‘al suo destino’ e dichiarerà, se vorrà essere conseguente, di non provare alcun rimorso e forse nemmeno alcun turbamento per la sua morte. Nessuna critica, nessuna ammonizione riuscirà probabilmente a scalfire la coscienza di persone così sicure di sé e così narcisiste da ritenere di poter individuare lucidamente e senza alcun dubbio il ‘destino’ degli altri, al punto da agire perché esso possa realizzarsi fino in fondo. Mi auguro solo che queste persone cessino di chiamarsi ‘laiche’ o almeno che cessino di reiterare, come fanno ogni volta che ne hanno l’occasione, l’elogio del ‘dubbio’. Su Eluana, né i giudici, né il padre, né gli altri che lo hanno aiutato a portare a termine il suo progetto hanno avuto alcun dubbio: essa doveva morire.
    Si è cercato di impedire la tragedia finale. Non ci si è riusciti. Eluana è morta. Abbandonata.
    Nessuna critica riuscirà probabilmente a scalfire la coscienza di persone così sicure di sé

  17. Avvenick4 / Feb 10 2009 4:41 PM

    3-Le istituzioni locali hanno pesanti responsabilità amministrative e giudiziarie per aver temporeggiato»
    Gigli accusa chi non fermò il percorso di morte
    DI FRANCESCO OGNIBENE
    L ui che s’era battuto con tutte le forze per fermare la macchina di morte in piena corsa nella sua Udine, quando s’è trovato davanti i ra­dicali che alla notizia del de­cesso di Eluana applaudivano davanti alla «Quiete» non ce l’ha fatta più: «Mi sono vergo­gnato per loro», dice pochi mi­nuti dopo la notizia con la vo­ce piegata dalla sofferenza. Gian Luigi Gigli, neurologo al­l’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine e tra i promotori del Coordinamen­to friulano «Per Eluana e per tutti noi», è un fiume in piena: «Questa è una morte annun­ciata, ma prematura. Com’è possibile? Non ci dicevano che dopo tre giorni senza nutrizio­ne la ragazza era ancora in buo­ne condizioni? Come si spiega questa fine così repentina? O­ra vogliamo saperlo».
    Professore, di cosa può essere morta così improvvisamente Eluana?
    «Adesso si può solo dire che E­luana è morta di ideologia. Le cause cliniche ce le dovranno far sapere presto e senza reti­cenze: perché, allo stato, que­sta tragica soluzione appare in­spiegabile per una persona gio­vane, dal corpo resistente, di costituzione sana, che non ha mai avuto bisogno di farmaci particolari. Va data risposta ai molti interrogativi su tempi e modalità».
    Fino a poche ore dalla morte si attendeva ancora un possibi­le intervento di magistratura o Regione…
    «…che invece hanno solo fatto melina fino alla fine, mentre il Senato stava approvando la legge. Ci sono pesanti respon­sabilità giudiziarie e ammini­­strative ».
    Cosa chiede ora?
    «È indispensabile un’autopsia con accurate indagini farma­cologiche e tossicologiche, oc­corre sapere quali medicinali le sono stati somministrati e in che dosi. Occorrono precise garanzie di trasparenza asso­luta, l’opinione pubblica non può essere ingannata. Il proto­collo che è stato applicato su Eluana è un pessimo prece­dente, che getta discredito sul­la sanità in Friuli. A Udine la medicina ha compiuto uno spaventoso salto all’indietro: in un colpo solo è stata tradita la nostra millenaria civiltà fon­data sul rispetto della persona e la tradizione ippocratica. D’o­ra in poi il medico potrà ucci­dere ».
    Ha ancora senso lavorare a u­na legge come quella che sta­va varando il Parlamento?
    «Certamente, se Eluana è di­ventata un agnello sacrificale, quando la legge arriverà in porto potremo dire che il suo sacrificio non sarà stato vano ma avrà impedito che la mano di chi uccide possa ancora le­varsi su una persona innocen­te ».
    Lei ha appreso la notizia della morte proprio mentre stava i­niziando la mobilitazione del Coordinamento. Cos’ha pen­sato?
    «Che siamo al cospetto di una lordura senza limite, un im­barbarimento che mi disgusta come medico e come uomo. Chi ha sentimenti umani pro­va compassione per i familiari e vicinanza profonda a chi è nelle stesse condizioni di Elua­na e ora può temere per la pro­pria vita. Di cos’è capace que­sta cultura di morte che ucci­de per fame e sete una perso­na viva?».
    Negli ultimi giorni si è fatta u­na massiccia opera di con­troinformazione, Cosa resta di questo sforzo, che apparente­mente non ha avuto successo?
    «Una lezione formidabile: ci spetta di ricostruire pezzo per pezzo una nuova cultura della vita, un’opera nella quale i cat­tolici avranno una parte cen­trale trovando com’è accaduto sin qui insospettabili alleanze. Il dolore di questa giornata di lutto si trasformerà nella de­terminazione ad andare avan­ti, nel nome di Eluana».
    «Questa fine appare inspiegabile per una persona giovane, di costituzione sana, che non ha mai avuto bisogno di farmaci particolari»

    A proposito di costui, all’inizio della puntata dello sciacallo per antonomasia (porta a porta) ha subito insinuato un avvelenamento, alimentando la bava alla bocca del conduttore, che ha girato la domanda a due neurologi in studio, di opposte vedute sul caso Eluana Englaro. A domanda “si aspettava questa morte improvvisa?” entrambi hanno risposto con un secco “sì”.

  18. Avvenick5 / Feb 10 2009 4:44 PM

    non bastavano le quintalate di plastica ed acqua sprecate per ridicole manifestazioni…..

    Alemanno: «Colosseo acceso per lutto tutta la notte»
    Oggi «il Colosseo resterà acceso per tutta la notte». L’annuncio è stato dato dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, appena ha appreso la notizia della morte di Eluana Englaro.
    «È questo il modo con cui vogliamo testimoniare il nostro profondo lutto per la morte di Eluana – ha dichiarato il primo cittadino della Capitale –. Al di là di tutte le polemiche politiche, non possiamo liberarci da un senso di profonda commozione e di sgomento per una vita che poteva e doveva essere salvata». In questi anni lo storico Anfiteatro Flavio, simbolo di Roma, è stato illuminato in occasione delle Giornate mondiali «Città per la vita, città contro la pena di morte» e ogni volta che uno Stato nel mondo ha abolito la pena capitale o l’ha risparmiata a un condannato.

  19. Avvenick6 / Feb 10 2009 4:45 PM

    6-Non morta, ma uccisa
    Adesso però vogliamo sapere tutto
    Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tollerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini.

    Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte» messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.

    Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi sentenziata, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.

    Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.

    Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.

    Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana?
    Marco Tarquinio

  20. Avvenick7 / Feb 10 2009 4:48 PM

    per la cronaca le prime parole della Roccella in studio sono state per la sofferenza di quelle povere suore….non una citazione per i genitori, i parenti della Eluana. Loro sono colpevoli e basta.

  21. Avvenick8 / Feb 10 2009 4:58 PM

    dal sito del cosiddetto movimento per la vita….

    ELUANA E’ MORTA.
    CHE IL SIGNORE L’ACCOLGA
    E PERDONI CHI L’HA PORTATA A QUESTO PUNTO

    (della serie, perdoni sé stesso per averle fatto fare un incidente…)

    CHE ALMENO NON SIA MORTA INVANO:

    I fatti parlano da soli e alimentano i più gravi sospetti.
    Una camera appartata ed isolata perché nessuno entri e possa vedere,
    il cambiamento dell’iniziale protocollo per renderlo più breve e micidiale,
    la diffusione di notizie evidentemente false che Eluana stava ancora bene
    in modo che nella gara a chi arriva primo vincesse la morte.
    Si aggiungano gli errori ripetuti ed intrecciati della magistratura e le errate interpretazioni del rapporto tra poteri dello Stato.
    Speriamo almeno che Eluana non sia morta invano e che la indisponibilità
    della vita umana sia riaffermata in pieno in tutta la sua estensione e chiarezza.
    Speriamo che la rivolta morale del Paese faccia aprire gli occhi a tutti sul tema
    del diritto alla vita e della sua dignità fin dall’approvazione in tempi rapidi
    di una buona legge sul Fine-vita.
    Nell’immediato chiediamo il corpo della povera Eluana venga sottoposto
    ad autopsia per evitare che i sospetti che nascono spontanei possano essere dissipati o i colpevoli puniti.
    E chiediamo che almeno il disegno di legge governativo che non è riuscito ad arrivare in tempo vada avanti bruciando le tappe come era previsto per rassicurare ed esprimere solidarietà almeno alle mille e mille altre Eluane che ancora vivono.

  22. Original Avvenick / Feb 10 2009 5:07 PM

    Per favore la smetti di nominare il mio nome invano?
    :)

    Ma non chiedevano perdono per chi l’ha uccisa? Sembra che adesso vogliano punire i colpevoli…

  23. Giordanick / Feb 10 2009 8:43 PM
  24. Mina Dopa / Feb 10 2009 8:51 PM

    Questi è in preda ai più allucinanti deliri

  25. Pina Pirenze / Feb 11 2009 1:13 PM

    dal sito elpais.com

    ANÁLISIS: Italia después de Eluana
    Pidan perdón a Beppino Englaro
    ROBERTO SAVIANO 11/02/2009

    Como italiano, siento la necesidad de esperar que mi país pida perdón a Beppino Englaro. Perdón porque a los ojos del mundo ha demostrado ser un país cruel, incapaz de comprender el sufrimiento de un hombre y de una mujer enferma. Y que se ha puesto a gritar, y a acusar, animando a uno y otro bando. Pero no había bandos. No se trata de apostar por la vida o la muerte. No es así.

    Beppino Englaro no era partidario de la muerte de su hija, y hasta su mirada muestra las huellas del dolor de un padre que ha perdido toda esperanza y felicidad, e incluso belleza, a través del sufrimiento de su hija. Beppino debía ser respetado como hombre y como ciudadano independientemente de lo que cada uno piense. También, y sobre todo, si no pensaba como Beppino. Porque ha sido un ciudadano que se ha dirigido a las instituciones, y porque luchando dentro de las instituciones y con las instituciones sólo ha pedido que se respetase la sentencia del Tribunal Supremo.

    Sin duda, quienes no comparten la postura de Beppino (y la que Eluana había transmitido a su padre) tenían el derecho y el deber, impuesto por su propia conciencia, de manifestar su oposición a que se interrumpiesen la alimentación mediante sonda y la hidratación. Pero la batalla debía hacerse siguiendo la conciencia de cada uno, y no intentando intervenir poniendo trabas al Tribunal Supremo. Beppino ha preguntado a la ley y la ley le ha confirmado que tenía derecho. ¿Ha bastado esto para desencadenar la rabia y el odio contra él? ¿Es la caridad cristiana la que hace que le llamen asesino? Hace que un grupo de personas que no saben nada del dolor de una hija inmóvil en una cama le increpen como a un conde Ugolino que, igual que en el Infierno de Dante, devora a sus hijos por el hambre. Y dicen estas idioteces en nombre de un credo religioso.

    Pero no es así. Yo conozco una iglesia que en mi pueblo es la única que se encuentra en territorios más complejos, junto a las situaciones más desesperadas, la única que ofrece dignidad de vida a los inmigrantes, a quienes son ignorados por las instituciones, a quienes no consiguen salir a flote en esta crisis. La única que proporciona alimento y que está presente entre aquellos que no encontrarían a nadie que les escuchara. Los padres combonianos, igual que la comunidad de San Egidio, el cardenal Sepe, y también el cardenal Martini, son órdenes, asociaciones y personalidades cristianas fundamentales para la supervivencia de la dignidad de mi país.

    Conozco esta historia cristiana. No la de la acusación a un padre indefenso y solo y con la fuerza del derecho. Beppino, por respeto a su hija, ha difundido fotos de Eluana sonriente y bellísima, precisamente para recordarla en vida, pero podría mostrar el rostro hinchado y deformado de los últimos años que ha pasado tumbada en una cama, sin expresión y sin pelo. Pero no quería vencer con la fuerza del chantaje de la imagen, sino sólo con la fuerza del derecho que hace que una persona decida su propio destino. A quienes pretenden hacer méritos con la Iglesia fingiendo a menudo afecto hacia la pobre Eluana les pregunto: ¿dónde estaba la Iglesia cuando atronaba la guerra contra Irak? ¿Dónde están los políticos cuando la Iglesia pide humanidad y respeto para los inmigrantes apiñados entre Lampedusa y los abismos del Mediterráneo? ¿Dónde están estos políticos cuando la Iglesia, a menudo en ciertos territorios la única voz de resistencia, solicita una intervención decisiva en el sur y contra las mafias? Sería bonito poder pedir a los cristianos de mi país que no crean en quienes sólo se sienten con ánimos para especular sobre debates en los que no hay que demostrar nada con hechos, sino sólo tomar partido.

    Lo que ha faltado estos días, como siempre, ha sido la capacidad de percibir el dolor. El dolor de un padre. El dolor de una familia. El dolor de una mujer inmóvil desde hace años y en una situación irreversible y que había expresado a su padre una voluntad. Y que personas que ni siquiera la conocían y que no conocen a Beppino ahora pongan en duda esa voluntad. Y que demuestran poco o ningún respeto al derecho. Incluso cuando se considera que no es posible compaginar este derecho con la moral de uno, y precisamente porque es un derecho se puede ejercer o no. Ésta es la maravilla de la democracia. Comprendo la voluntad de empujar a las personas a no disfrutar de este derecho. Pero no a negar el derecho en sí. El espectáculo que en España, igual que en Europa, ha dado Italia de un país que ha especulado por enésima vez. Muchos políticos han vuelto a utilizar el caso Englaro para tratar de crear consenso y distraer a la opinión pública, en un país al que la crisis ha puesto de rodillas, y en el que la crisis está permitiendo a los capitales criminales devorar a los bancos, donde los sueldos están congelados y no parece que haya solución.

    Pero ésta es otra historia. Precisamente en un momento de crisis, de frases hechas, de poco respeto, Beppino Englaro ha dado fuerza y sentido a las instituciones italianas y a la posibilidad de que un ciudadano de nuestro país aún pueda tener esperanza en las leyes y en la justicia. Creo que esto debe ser evidente también para quienes no aceptan que se quiera suspender un estado vegetativo permanente y consideran que cualquier forma de vida, incluso la más inerte, debe ser tutelada. Quizá el error de Beppino haya sido la ingenuidad y la corrección de creer en las posibilidades de justicia en Italia. Y en cambio, debía emigrar, igual que emigran todos los que quieren una vida mejor y distinta. Desde Italia ya no se emigra sólo para encontrar trabajo, sino también para nacer y para morir. Y para obtener justicia.

    Me he preguntado por qué Beppino Englaro, como, por otra parte, alguien le había sugerido, no consideró oportuno resolverlo todo a la italiana. En los hospitales muchos susurraban: “¿Por qué convertirlo en una batalla simbólica? Se la lleva a Holanda y asunto concluido”. Otros aconsejaban el acostumbrado método silencioso, dos billetes de 100 euros a una enfermera experta y todo se habría resuelto enseguida y en silencio. Eutanasia clandestina.

    Como en la película Las invasiones bárbaras [Denys Arcand], en la que un profesor canadiense con una enfermedad terminal y presa de horribles dolores se reúne con sus amigos y familiares en una casa junto a un lago y, gracias al apoyo económico de su hijo y de una enfermera competente, practica la eutanasia de forma clandestina.

    Y quizá sólo en estas circunstancias consigues explicarte la historia de Sócrates y sólo ahora entiendes, después de haberla escuchado miles de veces, por qué bebió la cicuta en lugar de escapar. Todo esto se vuelve actual y resulta evidente que ese querer permanecer, esa vía de escape ignorada, y de hecho aborrecida, es mucho más que una campaña a favor de una muerte digna individual; es una batalla en defensa de la vida de todos.

    Beppino Englaro, con su batalla, ha abierto un nuevo camino, ha demostrado que en Italia no existe nada más revolucionario que la certeza del derecho. Si en mi tierra fuera posible dirigirse a un tribunal para ver reconocido, en un plazo de tiempo adecuado, la base del propio derecho, no sentiríamos la necesidad de recurrir a otras soluciones.

    Y a él le corresponde el mérito de habernos enseñado a allanar el camino de las instituciones, y a recurrir a la magistratura para ver afirmados los derechos de uno en un momento de profunda y tangible desconfianza. Y a pesar de todas las peripecias burocráticas, al final ha demostrado que en el derecho tiene que existir la posibilidad de encontrar una solución.

    Por una vez en Italia la conciencia y el derecho no emigran. Por una vez no hay que salir fuera para obtener algo, o solamente para pedirlo. Por una vez no buscamos que nos escuchen en otro lugar; es imposible que un ciudadano italiano, independientemente de su forma de pensar, no considere a Beppino Englaro un hombre que está devolviendo a nuestro país esa dignidad que a menudo nosotros mismos le quitamos.

    Imagino que Beppino Englaro, al mirar a su Eluana, sabía que el dolor que ha sentido su hija es el dolor de cualquier individuo que lucha por la afirmación de sus derechos. Ha hecho que se descubra de nuevo una de las maravillas olvidadas del principio democrático, la empatía, cuando el dolor de uno es el dolor de todos. Y así, el derecho de uno se convierte en el derecho de todos.

    Estas palabras mías terminan dando las gracias a Englaro, porque si mañana en Italia cualquiera puede decidir si en caso de encontrarse en estado neurovegetativo quiere ser mantenido en vida por las máquinas durante décadas o elegir su final sin emigrar, como siempre, se lo deberemos a él. Es esta Italia del derecho y de la empatía la que permite respetar y comprender también elecciones distintas en las que sería hermoso reconocerse.

  26. Fisichella al GPII / Feb 11 2009 7:47 PM

    E’inutile, finisce sempre fuori pista.

  27. Pina Benzodiaze / Feb 11 2009 8:25 PM

    dal sito del guardian

    The Pope should let Eluana die in peace

    Mary Warnock The Observer, Sunday 8 February

    It is not surprising that the Italian courts should have taken longer to reach the judgment that Eluana Englaro should be allowed to die than it took for the House of Lords to reach the same judgment in the case of Tony Bland in 1993. The religious environment is quite different and, in such matters of life and death, religion is bound to play a part. Yet the cases were very much alike. Both were young people disastrously injured in accidents. Both had been diagnosed as being in a permanent vegetative state, Englaro for as long as 17 years, Bland for only two.

    In both cases, too, the family and friends wanted them to be allowed to die. In Bland’s case, it was the medical profession who argued that it was their duty to keep him alive. The appellate court found, however, that it was lawful to withdraw treatment from a patient when that treatment was futile, that is doing him no good, and that therefore artificial nutrition and hydration might lawfully be withdrawn. The Italian court of appeal presumably relied, in the end, on the same argument. The Pope, in seeking to overturn this judgment, was doing so in the name of the principle of the sanctity of life, an essentially religious principle and was thus going far in the direction of turning Italy into a theocracy in which, if a law is not accepted by religion, it is not a law.

    But what about the patient herself and her family? Does the principle of the sanctity of life, whether or not it is enshrined in law, have such moral force as to override all considerations of compassion or common sense? No one in Italy or England or in any part of the civilised world would deny that human life is of enormous value – but there is no human life unless it is lived by somebody. It is not some abstract stuff called Life that we value, but the people who live and enjoy it. Life is nothing but in its being lived.

    When there is no hope of a patient’s living his life any more, then other values must be weighed against the value of that life, including the suffering of his relatives. The idea that one’s child in such a state may even outlive one’s self is intolerable. This is what must be considered in the prolongation of futile treatment.

    And the sanctity of life is seldom invoked except in cases when shortening a pitiful life is contemplated. Roman Catholics believe that the life of every embryo is sacred from the moment of its conception, but they do not believe that the principle should entail that just wars may not be fought, in which many human lives will be lost. If human life were really sacred it would be at least doubtful whether one might properly kill someone in fear that you would yourself be killed. Such exceptions to the sanctity principle have long been allowed by the church. It is not then held that since life was a gift from God, it is for God alone to take it away. And if that were an absolute principle, what would be the morality of prolonging a human life by medical intervention, when God had visited the human being with a heart attack or an infection that would once have been fatal?

    We may and should uphold freedom of religion. We may be prepared to argue with our last breath that people should hold what beliefs they like and follow the practices of their faith. But faith should not be imposed on those who do not share it. Above all, we must resist the theory that religious beliefs, however strongly held, should take precedence over the law. The law holds society together and, being human, we must live in society. It is to be hoped that Italy remains a humane as well as a human society.

    guardian.co.uk © Guardian News and Media Limited 2009

  28. Pina Carbamaze / Feb 12 2009 8:21 PM

    da Av del 12 febbraio 2009

    i protagonisti
    «Stati vegetativi, feriti i pazienti e le famiglie»
    di Francesco Napolitano *

    E’ ormai chiaro a ciascuno di noi (?) che Eluana, pur nella sua disabilità, era una persona autonomamente viva, vitale, capace di dare e ricevere amore, cioè proprio quel sentimento, quell’afflato per cui siamo stati creati e che comunque costituisce il valore supremo dell’uomo. Sappiamo che Eluana era accudita amorevolmente e che non aveva clinicamente bisogno di nulla, se non di acqua e cibo.
    Sappiamo che c’era possibilità di avere da lei, nel tempo, qualche risposta in più rispetto a tutte quelle che, a saperle quotidianamente cogliere nel vivere assieme a lei, era già in grado di dare, come ci hanno detto le suore che per tanti anni hanno vissuto con lei e come ben sanno tutte le famiglie (si è scritto che sono circa 2.500) che nel nostro Paese vivono assieme a congiunti che si trovano nella stessa situazione.

    Ci conferma tutto ciò il fatto che nessuna di queste altre 2.500 famiglie (con alcune delle quali eravamo presenti lunedì a Montecitorio, a dire quanto ci si sentiva offesi nel profondo, poche ore prima del decesso di Eluana) ha mai pensato di avere vicino una persona non degna di vivere; tutte anzi sanno che l’amore che si può ricevere da persone come Eluana sopravanza abbondantemente quanto di affetto a esse si può dare, e che questo amore e questa vita dati e ricevuti valgono non solo a darci ogni giorno la misura della umiltà che deve contraddistinguere la limitatezza del genere umano, ma valgono nello stesso tempo a illuminarci ogni giorno della luce che è nel corpo e nell’anima di ciascuno di noi.

    Ci conferma tutto ciò il fatto che nessun medico e nessun argomento scientifico è stato in grado di superare questi sentimenti e soprattutto queste osservazioni.
    Nessuno ha potuto dimostrare che Eluana non fosse clinicamente e spiritualmente viva, autonomamente, splendidamente viva: tanto è vero che, quando un presuntuoso medico ha avuto l’infelice idea di affermare che Eluana era già morta 17 anni fa, tutta la categoria medica, quasi compattamente, ha disconosciuto questa assurda e offensiva affermazione.
    Se è così (ed è così), allora si può dire che Eluana è stata uccisa, perché è stata volutamente soppressa la sua vita. Qualcuno deve averlo fatto. L’ha uccisa chi arrogandosi il diritto di interpretare un suo presunto desiderio di suicidio, ha pensato che quella fosse una vita non degna di essere vissuta, senza ascoltare chi operativamente accudiva Eluana e tutte le famiglie – come le nostre – che in silenzio accudiscono i propri congiunti nella medesima situazione. C’è un modo diverso per ‘vivere’ assieme a queste persone, un modo fatto di amore. L’ha uccisa un provvedimento della Cassazione, quando ha ritenuto che possa esserci una legge, non scritta, che consenta di avallare l’uccisione di una persona in una situazione di grande disabilità.
    L’ha mandata verso la morte la Corte d’Appello di Milano che, inspiegabilmente, disattendendo quanto in anni precedenti aveva essa stessa già deciso, con una superficialità di indagine ingiustificabile, ha ritenuto di autorizzare una persona a sopprimerne un’altra; tre persone dietro un tavolo hanno deciso che una persona ‘viva’ potesse morire, perché così un’altra persona aveva chiesto.
    L’ha uccisa un sistema di giustizia che non è stato in grado di reagire a un atto così efferato e anzi si è arroccato dietro sue intoccabili posizioni. L’ha uccisa un mondo politico che, pur lodevolmente intervenuto in extremis, non è stato però in grado di trovare la strada per salvare un suo cittadino tra i più indifesi. L’ha uccisa un sistema giuridico­pubblico arrivato a pensare che la Carta costituzionale possa e debba accettare di non consentire di salvare una vita umana. L’ha uccisa una sconcertante disinformazione, dove molti si sono arrogati di intervenire in cose che non sapevano e a questi molti è stato dato uno spazio mediatico ingiustificato e immeritato. L’hanno uccisa quei medici, avvocati, professionisti vari che hanno assecondato un disegno di morte, contro ogni regola di deontologia professionale, scritta o non scritta.
    Di tutto questo ciascuno di noi fa parte, in quanto ognuno di noi è cittadino di questo Stato democratico di diritto. Quel che è certo è che abbiamo perso un pezzo della nostra civiltà.

    Da cattolico, il mio animo mi porta ad aggiungere che i disegni del Signore sono a noi sconosciuti e che certamente Egli sa e che la Sua misericordia è infinita.
    in da ora è certo che Eluana è un fiore, che vale già a colorare il deserto e l’aridità che questa vicenda ha creato.
    Insieme a lei, ci viene il profumo di tutte le altre persone che si trovano nelle stesse condizioni e di tutte le tante altre che sono in situazioni di grande disabilità.
    Solo da loro possiamo, con l’aiuto di Chi ci guida, trovare la forza e il modo giusto per pulire le nostre coscienze, superare la vergogna che assale i nostri animi e ricominciare a innaffiare il deserto, fino a farlo diventare un campo di grano, rappresentato anche da uno Stato che sappia dare risposte assistenziali adeguate a chi si trova in situazioni di così grave disabilità.
    * presidente Associazione Risveglio
    Giudici, politici, medici, avvocati, mass media e quanti hanno acconsentito a un disegno di morte contro ogni regola deontologica: ognuno di loro porta un pezzo di responsabilità La denuncia piena di dignità del presidente di un’associazione che assiste malati e congiunti

  29. Eva Desist / Feb 13 2009 1:19 PM

    C’è chi vuole scomunicare e chi non vuole scomunicare non perché non è d’accordo, ma perché il codice di diritto canonico non prevede bla bla bla…

    Come dire, il peggio del peggio.

  30. Eva Sinterrogh / Feb 13 2010 2:54 PM

    “Magistrale” intervento di S.S.
    Questo passo ancora una volta pone la domanda “ma ci è o ci fa?”
    «La storia – ha detto ancora il Papa – ha mostrato quanto possa essere pericoloso e deleterio uno Stato che proceda a legiferare su questioni che toccano la persona e la società, pretendendo di essere esso stesso fonte e principio dell’etica».

    tutti ridono
    (sipario)

  31. Eva Imbrogli / Apr 22 2010 10:24 PM

    Sinallagmaticamente… FisiKent!

    Cioè-a-dire: critica della ragion im-pura…

  32. Eva Puntualizz / Dec 1 2010 3:27 AM

    Momento di profondo smarrimento:
    “Ho chiesto al Papa se c’era problema serio di scelta nel maschile piuttosto che nel femminile”, ha raccontato Lombardi nella conferenza stampa di presentazione del volume.

    Momento di catarsi liberatoria:
    “Lui mi ha detto di no”.

    P.S.: Immensi, assolutamente straordinari… non c’è che dire, sono davvero inarrivabili nel loro grottesco kamasutra mentale… Son dieci minuti che rido senza sosta!

  33. Eva Sacralizz / Feb 3 2011 9:39 PM

    “Se Benedetto XVI fosse ancora iscritto come donatore di organi la conseguenza, per assurdo, sarebbe la donazione di reliquie”.

  34. Eva Riesum / Sep 19 2011 1:01 PM

    Orgogliosamente… (ci manca davvero un nuovo) Kant.

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