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Sunday, 29 October , 2006 / ermes

“Guardiani della moralità”


Dalla prima del Corriere della sera di oggi, domenica 29 ottobre 2006, qui Medioevo:

Aveva 25 anni e si stava divertendo a una festa con altri giovani: musica e un po’ d’alcol. Una cosa normale per una ragazza di quell’età. Ma non a Teheran, dove le feste sono proibite. E dove le milizie islamiche, i controllori della moralità, intervengono per reprimere gli svaghi proibiti. Così, per sfuggire ai guardiani, alle frustate, al carcere e alla vergogna, giovedì scorso la ragazza ha tentato di uscire dalla finestra, è caduta dal quarto piano ed è morta.

La politica estera è il regno dello scontro di pesi e contrappesi, equilibri fragili, fragilissimi, instabili. Il regno del male minore, della scelta dell’alleanza tattica e non strategica, o strategica e non tattica alla bisogna. E’ tutto vero, e verosimilmente anche necessario, e quanto. Di fronte a Hitler si cerca l’accordo con Stalin. Tuttavia, è anche vero e necessario che la bussola del politico e del diplomatico mai impazzisca, che il punto di riferimento di fondo, l’obiettivo di base per l’ottenimento del quale si vuole, si accetta di pur giungere a “patti col diavolo”, non sia mai dimenticato: la promozione, il sostegno, la difesa dei diritti individuali di base ovunque nel globo deve restare, divenire il primum, dopo che s’è visto Auschwitz. Ecco perchè bisogna parlare dei pasdaran e dei mullah komeinisti anche a prescindere, anche molto molto prima che essi diventino, si configurino come una minaccia alla sicurezza delle nostre frontiere e dei popoli ivi contenuti (volenti o nolenti).

clerical-iran.gif Degli ayatollah repressi e frustrati, e ingrigiti di polvere di quello che fu – e in tanta parte ancora resta – lo stupendo mondo persiano, è opportuno si discuta anche per le repressioni tremendamente perpetrate all’interno del Paese, nelle case dei sudditi, nelle scuole, nelle camere da letto, nei circoli, nelle moschee, nelle chiese. L’idea nefasta che giudica tale diritto e dovere di ingerenza negli affari interni degli Stati quale una violenza delle culture altre, un attacco alla libertà di essere diversi, una spada tranciante il corpo vivo di un sistema sociale, religioso, intellettuale del tutto indipendente dal nostro, tale idea, tali convincimenti mi appaion sempre più egoistici, se non financo venati di un irriflesso razzismo ideologico.

Parlo del razzismo di chi ritiene doveroso “vivere e lasciar vivere in pace”, per nulla preoccupato, sconvolto da quanto gli accade d’intorno, a mille o diecimila miglia di distanza. La storia farà il suo corso, spesso si dice, spesso – se pure – si pensa. Quei popoli, gli altri popoli, i senza voce della Terra, devono alzarsi da soli, se lo ritengono, se ne sono capaci, e quando ne saranno capaci. Sì come noi ci si è ribellati al dominio perverso del fascio, sì pure giungerà il tempo, se crederanno, in cui anche gli altri potranno, sapranno, vorranno… Peccato che da noi giunsero spie inglesi (ah le polemiche su Cia, Mossad etc. etc., e forse, si dimentica, fu una spia inglese ad uccidere il nostro amato Duce), soldati polacchi che ora riposano in cimiteri abbandonati, marines e aviotrasportati americani, truppe neozelandesi…

Ciò detto, non è però alle milizie che ora si deve guardare, almeno finchè il cangiabile non ci sembri definitivamente irreparabile. Oggi, piuttosto, in Iran abbisognano di un nostro sguardo, anche un sol piccolo occhio inquisitivo, ma puntato diuturnamente, costantemente, ora dopo ora, secondo dopo secondo, istante dopo istante. I preti neri e lor zeloti devono sentire vigile nostro torvo cipiglio: è la stessa tecnica – ma su un piano nonviolento – che si applica nella tortura da interrogatorio, quando la luce è sempre accesa, il riposo non esiste, le domande battono le tempie, giunge la spasmofilìa, si porta l’indagato alla febbre, allo sregolamento dei sensi. Dobbiamo circondarli con nuove “radio Londra”, “radio Liberty“, devono piovere soldi ai dissidenti, vanno creati scambi interculturali che consentano – non obblighino – dal basso i cambiamenti, a Shirin Ebadi seguano altri Premi Nobel, a Akbar Ganji sia data ospitalità e voce nelle nostre università, nei nostri incontri di partito, nei giornali, si traducano libri e nascano critiche – critiche, critiche appunto, a limare le illusioni, a inverarne le speranze…

sanctions-on-iran.gif Le sanzioni internazionali a punizione di un “rough State“, di un “Paese canaglia” non devono consistere soltanto nell’imporre loro il bando del commercio di armi, restrizioni all’acquisto di materiali ritenuti pericoli, sanzioni economiche, limitazioni del diritto di voto in consessi intergovernativi (un sogno peraltro!), ma anche e soprattutto nel costringerli ad accettare l’apertura dell’etere, e quindi l’inondazione del territorio da parte di network informativi indipendenti, periodi di studio all’estero degli studenti, tutela delle diverse fedi religiose, minime libertà di associazione, di incontro, di strette di mano… Altrimenti noi vivremo in pace, è vero, la pace della buona coscienza a buon mercato… E altrove ancora la pace, è vero, la pace del silenzio, che nasce ove non è voce, ove non è musica né ballo…

lettera.pdf ; lettera-2.pdf ; ganji.pdf ; ganji-2.pdf

6 Comments

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  1. ermes / Apr 11 2007 11:15 AM

    Di seguito un articolo di Fiamma Nirenstein, pubblicato oggi 11 aprile 2007 sul Giornale. Mi chiedo dove siano i pacifisti così rumorosi su quando voglion esser esplosivi… A margine, ancora complimenti alle così tanto osannate Nazioni Unite… bella roba, davvero.

    Marchio d’infamia per i prof. dissidenti in Iran

    Comincia nella stessa università dove il 16 dicembre dell’anno scorso Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano, fu fischiato, insultato, sfottuto dagli studenti, la persecuzione organizzata anche dei professori. Infatti da ora in poi anche loro verranno esaminati nel loro comportamento da una commissione che se non li troverà confacenti nel pensiero e nelle azioni alle norme islamiche della Repubblica, li marcherà prima con una stella, poi con due, poi con tre. La prima stella serve da ammonimento o a non rinnovo dell’incarico nel caso non si sia assunti con contratto a tempo indeterminato, la seconda comporterà la riduzione dei mezzi a disposizione per studi e ricerche, la terza porterà al licenziamento o al prepensionamento. Per gli studenti di molte università questa procedura è già in voga da tempo (anche se le punizioni sono ovviamente altre, fino all’espulsione): «stellato» si dice in slang giovanile per indicare uno studente indipendente e critico e quindi già marchiato.
    In gennaio, nel corso di un’offensiva contro le teste calde democratiche delle Università, Mohammed Mehdi Zahedi, il ministro della Scienza, Ricerca e Tecnologia agli studenti dell’Università di Ahvaz annunciò che i postgraduati sarebbero stati segnati con una stella accanto ai loro nomi per motivi disciplinari. E aggiunse: «Allora, dovranno stare attenti che questo non si ripeta, o avranno dei problemi».
    Un Paese come l’Iran khomeinista, e adesso ancora più estremo data la gestione di Amadinejad, non deve spiegare di quali problemi si tratta: gli arresti, le botte, le detenzioni per chi non è o non è ritenuto fedele al regime sono comuni e spaventose, a volte gestite dalle Guardie Rivoluzionarie, a volte dalle strutture repressive dello Stato. Il sistema delle stelle è diffuso da quando, raccontavamo, all’università di Amir Kabir, conosciuto come il vecchio Politecnico, Ahmadinejad, chiamatovi da una petizione firmata da 16mila universitari, cercò di domare la folla accademica. Ma gli studenti accolsero il presidente tenendo alla rovescia le sue foto e gridandogli «abbasso il dittatore». Da allora, è stata una pioggia di stelle, sono state chiuse organizzazioni studentesche come quella di Bu Ali Sina, sono stati ammoniti direttori di bollettini come quello dell’università di Shahrud, nella stessa università 11 studenti sono stati ammoniti, altri sospesi all’università Azad, altri a quella di Shiraz. Ma le università, rifugio dell’opposizone moderna, che cinque anni e mezzo fa con grandi sacrifici dettero vita a manifestazioni contro il regime finite nella repressione e nel sangue, seguitano ad essere la punta di un’opposizione crescente contro il Presidente. Il fatto che adesso il regime abbia deciso di stellare anche i professori ci parla di una insicurezza per altro già avvertita alla liberazione dei marinai britannici. «Anche in quella occasione – ci racconta Menashe Amir, un iraniano che vive in Israele e tramite il suo programma alla radio parla tutti i giorni con Teheran – la critica della gente è arrivata fino sui giornali che dicevano: “Se volevi compiere un atto di misericordia liberando gli inglesi, perché non lo hai fatto prima dell’ultimatum di Tony Blair? Forse, invece, hai avuto paura? E se avevano violato le acque territoriali perché non li hai processati? E se non le hanno violate, perché li hai rapiti creando il gran pasticcio?”». Un paio di settimane or sono il fratello di Alì Larjani (il capo della missione che negozia la questione nucleare), Mohammed Javad Larjani, che insegna fisica all’università, ha detto che «il presidente appare molto stanco, dovrebbe prendersi una vacanza» e il suo commento è stato ripreso da un membro del Parlamento, Khosh Chehreh, che ha ripetuto: «L’ho incontrato il 21 di marzo, l’ho visto molto stanco». Battute che richiedono molto coraggio. Come ieri ha richiesto coraggio per il Parlamento, racconta Amir, avviare l’orologio d’estate contro l’opinione del Presidente. Anche i commenti sul discorso tenuto sul nucleare sono delusi: «Non c’era niente di nuovo, e allora perché quella grande festa?» dicono gli iraniani.
    La critica striscia, ma non è capace di produrre un cambiamento di regime, oberata di persecuzioni e minacce. L’unica strada è quella del cambio di regime, che è anche la sola per bloccare la costruzione delle strutture di arricchimento atomico. «Intanto – dice Amir – spingiamo perché la commissione per i diritti umani dell’Onu difenda gli studenti e i professori, e cerchiamo di finanziare il loro movimento».

  2. ermes / Apr 26 2007 12:22 PM

    E ancora:

    La Repubblica – Iran, la guerra dei vestiti

    Naturalmente, non sentiremo un pacifista, un girotondino, un “no global”, un “si global ma…”, un “new global”, un “new glocal”, un antiamerikkkkano che si straccia le vesti per il destino della base militare di Vicenza, un esponente del nuovissimo e gerontocraticissimo (Italia patria degli ossimori…) Partito Democratico, un Presidente della Camera che dichiara di parlare non nell’esercizio delle sue funzioni (ancora un ossimoro: scusate ma si tratta di un tipico caso di scissione ubiquitaria della personalità e della responsabilità politica…)

    Non vi sarà una parola dall’anticomunista estimatore dell'”amico Vladimir”, non sentiremo un sedicente liberale forzitaliota, un missino, un già missino, uno straccio di telegiornale, uno straccio di corrispondenza estera, non avremo una trasmissione di Vespa o di Santoro, di Costanzo o Biagi, di Fede o di Floris, non inchieste, non dibattiti…

    Non avremo borse di studio per i dissidenti, non pubbliche offerte di ospitalità sul nostro territorio per studiosi, professori laggiù linciati, studenti segnati dalle stelle della delazione e dell’infamia, non le adunate oceaniche che si realizzano contro Guantanamo, non si discuterà punto, sarà come se nulla fosse mai accaduto, di Israele vs resto del mondo continueremo a pensare come di un avvincente videogame…

    Ecco la nonviolenza gandhiana, credo: farsi carico, qui ed ora, di ciò che oggi accade in Iran, senza aspettare di criticare sempre e comunque quegli imperialisti armati yankees brutti e cattivi che van dietro al petrolio, al dio denaro, all’alienazione dell’uomo etc. etc. (sarà pur vero, non lo so, non credo: ma da che pulpito continuano a riversarsi tali quintali di prediche!)

  3. ermes / Aug 3 2007 1:26 AM

    Vietati anche i capelli “all’occidentale”…

  4. ermes / Jan 24 2008 12:16 PM

    Un sueño

    En un desierto lugar del Irán hay una no muy alta torre de piedra, sin puerta ni ventana. En la única habitación (cuyo piso es de tierra y que tiene la forma de círculo) hay una mesa de maderas y un banco. En esa celda circular, un hombre que se parece a ti escribe en caracteres que no comprendo un largo poema sobre un hombre que en otra celda circular escribe un poema sobre un hombre que en otra celda circular… El proceso no tiene fin y nadie podrá leer lo que los prisioneros escriben.

    Un sogno

    In un luogo deserto dell’Iran c’è una torre di pietra non molto alta, senza porta né finestra. Nell’unica stanza (il cui pavimento è di terra e che ha la forma del cerchio) c’è un tavolo di legno e una panca. In quella cella circolare un uomo che mi somiglia scrive, in caratteri che non comprendo, un lungo poema su un uomo che in un’altra cella circolare scrive un poema su un uomo che in un’altra cella circolare… Il processo è senza fine e nessuno potrà leggere ciò che i prigionieri scrivono.

    (da La cifra, 1981; in Jorge Luis Borges, Tutte le opere, volume secondo, Milano: Meridiani Mondadori, 2005, pagg. 1218-9)

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