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Wednesday, 15 November , 2006 / ermes

Entrare nel merito


scrivinapolileggiitalia.jpgAncora una volta Francesco Giavazzi e Gian Antonio Stella… ancora una volta parlare di corporazioni in Italia significa parlare di spartizioni e sparizioni, cooptazioni e colazioni, silenzi e silenziati, giuramenti similmafiosi (o meglio ancora camorristici, lo ripeto: perfettamente camorristici: o’ Sistema campano – e non solo, spess’anche pugliese e calabrese e romano – come patria della criminalità senza vertice unico, convivenza e connivenze in autoequilibrio di mille pari pre-potenti), sopraffazioni edulcorate da gentilezze di paraninfi, autocelebrazioni e autoassoluzioni, peccaminosità e peccatucci per il Bene, bardature torreggianti e bandiere di fazione, codardie e codini, stragi degli innocenti e scuse ufficiose, detti e non detti per non dire e dire, sottintesi e sottane svolazzanti, accumulo di debiti morali, economici, culturali insanabili, galleggiamenti e galli cedroni, liquidature e liquidità, oscurità del sapere e sonno della memoria.

Errori e miti sull’università

Francesco Giavazzi, 14 novembre 2006

Le università nella maggior parte dei Paesi europei, non solo in Italia, funzionano in base a quattro principi, tutti sbagliati: l’istruzione universitaria non è pagata dalle famiglie, ma dai contribuenti; il contratto di lavoro e le regole di assunzione dei docenti sono quelli del pubblico impiego; le leggi e le procedure che regolano le università sono spesso centralizzate e quasi sempre rigide; le retribuzioni dei professori non sono differenziate e il fine più o meno esplicitamente dichiarato della politica universitaria è l’equiparazione della qualità dell’insegnamento e della ricerca tra i diversi atenei.

La discussione sul futuro delle università è piena di miti che negli anni hanno prodotto politiche per lo più sbagliate. E non è una sorpresa, perché i professori hanno un forte incentivo ad impedire che ciò che non funziona venga corretto e talvolta cercano di proteggere i propri privilegi usando la loro influenza anche come opinion makers.

Una tipica lamentela è la mancanza di risorse: «I nostri stipendi sono miseri e in più non ci sono soldi per la ricerca». Innanzitutto non è vero (si vedano i confronti di Roberto Perotti tra costi e produttività nelle università in Italia e Gran Bretagna, che Alberto Alesina ed io abbiamo spesso citato). Ma perfino se il problema fossero le risorse, buttare più denaro in queste università senza prima cambiare le regole arcaiche che le governano significherebbe aumentare sprechi e privilegi, perpetuare un sistema che impedisce la concorrenza fondata sul merito, non migliorare la ricerca.

Prima dei finanziamenti conta la struttura degli incentivi: in Italia una volta entrati nell’università ci si resta per sempre, anche chi non fa più nulla. Lo stipendio cresce solo con l’anzianità, il merito è irrilevante: perché fare uno sforzo per eccellere? Le nomine sono governate da un complesso procedimento burocratico che implica innumerevoli «giudici» scelti in tutto il Paese. Questo processo dovrebbe «garantire » la scelta dei migliori, ma non è così. In realtà i «giudici» favoriscono i gruppi d’interesse interni e i loro protetti, invece di privilegiare la qualità della ricerca o dell’insegnamento.

E’ vero che nell’università i giovani sono pagati poco, ma queste retribuzioni fanno parte di un patto implicito: in cambio della cattiva paga chiunque abbia un posto lo mantiene automaticamente. Non c’è bisogno di produrre ricerca di buon livello. E poiché le retribuzioni sono basse i presidi chiudono gli occhi di fronte a insegnanti pigri e assenteisti e a scarsa ricerca. È certamente vero che alcune ricerche sono costose, che i buoni cervelli non sono a buon mercato. Ma solo introducendo un po’ di concorrenza tra le università le risorse si sposteranno dalla mediocrità all’eccellenza.

Non sorprende più nessuno che le università americane attirino i migliori studiosi d’Europa. Ciò che è sorprendente di fronte a questa fuga di cervelli è il potere della lobby dei professori universitari— spesso gli stessi che pontificano sul beneficio della concorrenza in altri settori—nel bloccare le riforme. «Luoghi comuni», diranno molti miei colleghi, «l’università è molto cambiata». Vorrei crederlo. Se davvero lo fosse il ministro Mussi avrebbe un modo semplice per dimostrarlo: assegni una quota significativa delle risorse in base alle valutazioni che il suo stesso ministero, tramite il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca (Civr), ha appena svolto. Da questo anno accademico, non «in futuro» come invece ha annunciato.

 

Spesi 16 mila euro, incassati tre milioni. I partiti e il business dei rimborsi elettorali

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, 14 novembre 2006

II caso dei Pensionati, che per le ultime Europee hanno ottenuto centottanta volte quello che avevano investito. L’eccezione dei radicali.

II radiotelegrafista Fatuzzo Carlo, giun­to alla veneranda età di 43 anni, intercettò sulle onde elettromagnetiche un’ispirazio­ne: datti alla politica. Detto fatto, fondò il partito dei pensionati. Il più redditizio del mondo. Basti dire che nella campagna per le ultime europee investì 16.435 euro otte­nendo un rimborso centottanta volte più alto: quasi tre milioni. Un affare mai visto neanche nelle fiammate borsistiche della corsa all’oro di internet. Eppure, il suo è solo il caso più plateale. Perché, fatta ecce­zione per i radicali, quei rimborsi sono sempre spropositati rispetto alle somme realmente spese. E dimostrano in modo abbagliante come i partiti, negli ultimi an­ni, abbiano davvero esagerato.

Il referendum del 18 aprile ’93 era stato chiarissimo: il 90,3% delle persone voleva abolire il finanziamento pubblico dei parti­ti. Giuliano Amato, a capo del governo, ne aveva preso atto con parole nette: «Cer­chiamo di essere consapevoli: l’abolizione del finanziamento statale non è fine a se stessa, esprime qualcosa di più, il ripudio del partito parificato agli organi pubblici e collocato tra essi». Certo, il voto era sta­to influenzato dal vento impetuoso della rivolta morale contro gli abusi della Prima Repubblica, travolta da mille scandali. E magari è vero che conteneva una certa do­se di antiparlamentarismo, trascinato da mugghianti mandrie di torelli giustizialisti che presto si sarebbero trasformati in pensosi bovi garantisti. Di più: forse era solo una illusione velleitaria l’idea che una democrazia comples­sa potesse reggersi sulla forza di partiti dalle opinioni forti e dai corpi leggeri co­me piume.

Ma anche chi da an­ni teorizza la necessi­tà che la società si fac­cia carico di mantenere i partiti quali stru­menti di democrazia, dovrà ammettere che la deriva fa spavento. Ve lo ricordate perché nacquero, i rimborsi elettorali? Per aggirare, senza dar nell’occhio, quel re­ferendum del ’93. E sulle prime l’obolo im­posto era contenuto: 800 lire per ogni cit­tadino residente e per ognuna delle due Camere. Totale: 1.600 lire. Pari, fatta la ta­ra all’inflazione, a un euro e 10 centesimi di oggi. Erano troppo pochi? Può darsi. Certo è che, via via che l’ondata del bien­nio ’92/’93 si quietava nella risacca, i parti­ti si sono ripresi tutto. Diventando sempre più ingordi. Fino a divorare oggi, nelle sole elezioni politiche, dieci volte più di dieci anni fa.

Eppure, la prima svolta sembrò già esa­gerata. Era il 1999. L’idea transitoria del 4 per mille (volontario) sul quale i partiti prendevano degli anticipi, si era rivelata un fallimento. A marzo, con un pezzo del­la destra che denunciava l’ingordigia dei «rossi», passarono l’abolizione delle agevo­lazioni postali in campagna elettorale e l’eliminazione dell’anticipo: i partiti avreb­bero dovuto restituire in 5 anni, nella mi­sura del 20% annuo del totale, le somme «eventualmente ricevute in eccesso». Mac­ché. Non solo la restituzione fu svuotata dalla scelta di non varare mai (mai) il de­creto di conguaglio. Ma due mesi dopo, col voto favorevole d’una maggioranza lar­ghissima e il plauso anche della Lega («Questa legge ci avvicina all’Europa», dis­se Maurizio Balocchi, coordinatore dei te­sorieri dei partiti) passò un ritocco assai vistoso: da 800 a 4.000 lire per ogni eletto­re e per ogni camera alle Politiche. Più rim­borsi analoghi per le Europee e le Regiona­li. Più un forfait, volta per volta, per le ele­zioni amministrative.

Una grandinata di soldi mai vista prima. Che avrebbe portato nel 2001 le forze poli­tiche a incassare in rimborsi oltre 165 mi­liardi di lire, pari a 92.814.915 euro. Una somma enorme. Eppure l’anno dopo, a maggioranza parlamentare ribaltata, men­tre invitavano gli italiani a tenere duro per­ché dopo l’11 settembre i cieli erano fo­schi, i partiti erano ancora lì, più affamati di prima. Ricordate le risse di quel 2002? La destra irrideva agli anni del consociativismo cantando le virtù della nuova era do­ve mai i suoi voti sarebbero stati mischiati a quelli «comunisti». La sinistra barriva nelle piazze che mai si sarebbe lasciata in­fettare da un accordo con l’orrida destra.

Finché presentarono insieme una leggina, firmata praticamente da un rappresentan­te di ciascun partito perché nessuno gri­dasse allo scandalo (Deodato, Ballaman, Giovanni Bianchi, Biondi, Buontempo, Colucci, Alberta De Simone, Luciano Dussin, Fiori, Manzini, Mastella, Mazzocchi, Mus­si, Pistone, Rotondi, Tarditi, Trupia, Valpiana) che portava i rimborsi addirittura a 5 euro per ogni iscritto alle liste elettorali e per ciascuna delle due Camere.

Una scelta discutibile con l’aggiunta di una indecente furberia: anche il calcolo dei rimborsi per il Senato andava fatto sul­la base degli elettori della Camera. I quali sono, senza calcolare gli italiani all’estero, 47.160.244. Contro i 43.062.020 degli aventi diritto a votare per Palazzo Madama: 4.098.224 in meno. Risultato: si sono acca­parrati, solo quest’anno, con quel trucchetto, 20.491.120 euro in più. Il triplo, per dare un’idea, di quanto è costata a Padova la «Città della speranza» che grazie alla ge­nerosità dei benefattori privati riesce a svolgere il ruolo di Centro diagnostico nazionale a disposizione di tutti gli ospedali italiani per l’individuazione e la cura delle leucemie infantili. O, se volete, quanto è stato investito in dieci anni nella ricerca dal centro patavino.

Totale dei rimborsi elettorali per il 2006: 200.819.044 euro. Una montagna di denaro destinata l’anno prossi­mo, dice la Finanzia­ria, a crescere ancora di altri 3 milioni e mez­zo di euro. Confronti: i partiti assorbono oggi oltre il doppio (quasi 201 milioni contro qua­si 93) di quanto assorbi­vano cinque anni fa. Il balzello è passato dal 1993 ad oggi, con l’appoggio, la complicità o il tacito consenso di tutti (salvo le eccezio­ni di cui dicevamo e un po’ di distinguo) da 1,1 a 10 euro per ogni citta­dino. E ogni ciclo elet­torale (politiche, regio­nali, europee, ammini­strative…) ci costa or­mai un miliardo di eu­ro a lustro.

Per carità, qualcuno cui tutto questo sem­bra abnorme, c’è. Lo si è visto anche ieri con la richiesta di nuove rego­le di Cesare Salvi, Mas­simo Villone e Valdo Spini. I quali hanno ri­lanciato in parte anche le proposte di Silvana Mura, la tesoriera del­l’Italia dei Valori che ha presentato due emendamenti alla Fi­nanziaria per limitare i rimborsi almeno al calcolo di chi è andato a votare e abrogare una leggina approvata dal precedente parlamen­to che stabilisce lo scandaloso principio in base al quale i rim­borsi elettorali (eroga­ti in tranche annuali) sono dovuti anche nel caso di scioglimento anticipato delle Camere.

Scelte di pura decen­za, eppure devastanti. Lo dice il confronto fra le somme spese effetti­vamente per le campa­gne elettorali, e accer­tate da un’indagine della Corte dei Conti (l’unico che ci permette di compilare tabel­le omogenee) sulle Europee del 1999 e del 2004. La differenza, come si nota, è scanda­losamente enorme. E non solo per il Partito dei pensionati, che già nel ’99 aveva rice­vuto 76 volte ciò che aveva speso. Basti ve­dere il guadagno della Fiamma Tricolore (che ha incassato 81 volte di più), di Rifon­dazione (13 volte di più), dei Comunisti Italiani (12 volte di più), dell’Ulivo (7,8 vol­te di più), di Alessandra Mussolini (6 volte di più), della Lega (5,9 volte di più) ma an­che dei grandi partiti. Totale delle spese accertate: 88 milioni di euro. Totale dei rimborsi: 249. Quasi il triplo.

 

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19 Comments

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  1. herpes / Nov 15 2006 7:27 PM

    In merito all’articolo del Giavazzi…..non posso fare altro che dire “condivido”, ma onestamente mi risulta un poco difficile ipotizzare una strategia di riforma. Che lo facciano i giornali esteri? Abbiamo dato dei comunisti incompetenti all’Economist. Gli intellettuali? Passo. I giornalisti? Adesso insegnano tutti nei corsi di laurea di Scie(me)nze della comunicazione. I politici? Sono tutti professori universitari, figurati se vorrebbero mai staccarsi la flebo dello stipendio da ordinari. I Magnifici “dammiunalamettachemitagliolevene” (rettori)? Pur di fregiarsi di lustro culturale istituirebbero un ateneo anche alle isole Tremiti. I premi nobel italiani? AHAHAHAHAHAH! Ah, già, il Nobel lo assegnano secondo regole delle lobby (eccezion fatta per Dario Mooo). Rita Levi Montalcini? Ha già parlato, ed ovviamente non ha centrato il punto. Carlo Rubbia? Si è pure preso dell’idiota dal Pecurer-Scanio, senza che nessuno battesse ciglio. Gli studenti? mmmm dipende, se protesto mi fanno passare anatomia patologica2? Devo andare avanti?

  2. ermes / Nov 15 2006 7:44 PM

    I docenti stranieri? Letteralmente non sanno, non arrivano a comprendere qual massa di fango esista in Italia, è talmente tanto e paludoso il limo che ci imbriglia che risulta loro incredibile qualsiasi discorso che cerchi di evidenziarne la mole, lo posso testimoniare di persona… Gli studenti che vanno fuori dal Belpaese? C’è chi va fuori per divertirsi e stop, e chi emigra – come i nonni – per necessità di boccate d’aria che evitino i soffocamenti (fisici!), e allora addio teste e carismi… Gli storici della politica? Sminuzzatori di minuzie e maestri di documenti incartapecoriti… La scuola di Einaudi che fu pure Presidente della Repubblica? Promoveatur ut moveatur fu allora il discorso, lo fecero fuori imbellettandolo come mummia… La Rosa nel Pugno? I suoi parlamentari si astengono nell’approvazione dei primi articoli della Finanziaria per i “tagli alla ricerca”, per poi subito ricominciare a votare favorevolmente quando tali tagli scompaiono, nulla però chiedendo sul metodo di distribuzione dei fondi… Devo andare avanti?

  3. herpes / Nov 15 2006 7:55 PM

    …..e beato chi può andarci fisicamente a prendere una boccata d’aria altrove! Io mi devo cyberaccontentare di cliccare dieci volte al dì su qualche .ac.uk o .edu, e non posso permettermi altro! Oh, vorrei andare avanti!

  4. ermes / Nov 15 2006 7:55 PM

    Contagiosissimo Herpes… ho paura che con il nostro stato di sfiducia cronica stiam provocando l’immane reazione del titano Hyperion…

  5. herpes / Nov 15 2006 7:56 PM

    …il quale sbotta e sbotta, ma il varco oltreoceano già se l’è tracciato…chiamalo fesso!

  6. ermes / Nov 15 2006 8:00 PM

    Aspe’, mò lo chiamo: “Fessooooooooooo!”

  7. lagiardiaintroversa / Nov 15 2006 8:04 PM

    mah, mi sa che non è online. ho cambiato nome solo perché volevo pure io il logo dell’avatar. tiè.

  8. ermes / Nov 15 2006 8:13 PM

    Oppure non risponde perché non si sente – con tutte le ragioni di sto’ mondo – fesso! E scuuuuus!

    [Comunicazione di servizio: comunque il mio avatar è più stiloso! Vuoi mettere????? E scuuuuuuus bis!]

  9. lagiardiaintroversa / Nov 15 2006 8:17 PM

    ..ma quando mai! non si capisce chi sia, sembra una massaia con lo sturalavandino che insegue chissà chi.

    vuoi mettere con la giardia faccia di civetta?

  10. Iperione / Nov 15 2006 8:36 PM

    I docenti italiani? Paciocconi, dal trentenne al settantenne, all’ingrasso dietro le loro cattedre, contenti di sentirsi ripetere giorno dopo giorno, fino alla morte, le stesse cento pagine, scritte da qualcuno negli anni settanta/ottanta/novanta, dai pappagallini ammaestrati e decerebrati paga-tasse-e-taci, che si fanno pure raccomandare da papà… I ministri della (D)Istruzione? Politici, ed è dire tutto, che grattano il fondo del borsello, si fanno imprestare i soldi dai fumatori, o dai lustrascarpe al di sopra dei 25 clienti al dì (…”in modo da creare un gettito straordinario del 12.5% sul fatturato lordo…” (qui-si-ride, ndr)), o dalle casalinghe con meno di quarant’anni perchè ancora in età lavorativo-contributiva (quindi devono pagarla cara, la loro gioventù!), o dalle formiche che attraversano la strada, dalle rondini di passaggio, dalle lucciole di campagna e di città (-fiato-) e che non trovano niente di meglio da fare che foraggiare con questi patrimoni abusivi l’abusivismo lavorativo-intellettuale di cui sopra… I politici locali corrotti, se non nel loro ufficio, nel loro animo? Trottole impazzite nelle mani dei poteri che le muovono e attendono che ritornino, fedeli e (in)consapevoli pedine della subordinazione sociale ed intellettuale…Ho esagerato, ma… Devo andare avanti?

  11. lagiardiaintroversa / Nov 15 2006 8:39 PM

    magari le cento paginette fossero state scritte da un qualcuno “X”. E quando sono scritte da loro stessi? Altro che cortocircuito culturale…

  12. Iperione / Nov 15 2006 8:42 PM

    Come vedete…vi osservo…altrimenti, che razza d’Iperione sarei mai??? E scuuus!!!!

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