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Friday, 17 November , 2006 / Iperione

Arrivederci, prof. Friedman…


Avendo troppo rispetto e pochi mezzi per addentrarmi nella meravigliosa storia intellettuale di Milton Friedman (1912-2006), economista tra i più grandi dei nostri tempi, premio Nobel nel 1976, pioniere dell’economia di mercato, acceso sostenitore della supremazia della libertà individuale, anche nel campo delle scelte pubbliche, fondatore della scuola “monetarista”, per anni rivale intellettuale di quella “keynesiana”, riporto di seguito un articolo tratto da “Lavoce.info”, riassunto di un articolo del Financial Times e, per chi avrà voglia, la sua biografia. Per coloro che non fossero ancora satolli, segnalo un altro più specifico articolo dell’Economist.

Milton Friedman, un libero pensatore*
Samuel Brittan

Milton Friedman, morto in questi giorni all’età di 94 anni, è stato l’ultimo dei grandi economisti a combinare un nome a una scuola di altissima professionalità. E per questo è stato spesso paragonato a John Maynard Keynes, da Friedman sempre rispettato anche se per certi aspetti ne ha soppiantato le analisi. Friedman ha mantenuto anche una continuità tra il lavoro accademico che gli è valso il premio Nobel e ciò che scriveva sui giornali: la rubrica che ha tenuto su Newsweek dal 1966 al 1984 è un modello di come utilizzare l’analisi economica per spiegare gli avvenimenti quotidiani.

Un conservatore sui generis

Ammiratori e detrattori di Friedman hanno sottolineato che la sua visione del mondo era tutto sommato semplice: una fede appassionata nella libertà individuale unita alla convinzione che il libero mercato sia il modo migliore per coordinare le attività di individui isolati verso il loro reciproco arricchimento. Ha brillato proprio per la sua capacità di derivare conseguenze interessanti e inaspettate da idee semplici. E la pervicacia nel dire quelle verità spiacevoli che molte altre persone non avevano avuto il coraggio di pronunciare, faceva parte del suo fascino: Friedman avrebbe comunque continuato a difendere le idee in cui credeva contro le forze congiunte della “correttezza” economica e in quella difesa, quasi inconsapevolmente, avrebbe dato un contributo alla conoscenza.
Coloro che cercavano di etichettarlo come un Repubblicano di destra, rimanevano poi stupiti di fronte alle innumerevoli cause radicali in favore delle quali ha preso posizione. Personalmente, quando ero uno studente, non mi avevano granché impressionato le dichiarazioni di fede nella libertà personale degli economisti britannici pro-mercato. Solo quando ho incontrato Friedman e sono venuto a sapere del moltissimo tempo che ha dedicato alla battaglia contro il servizio di leva militare negli Stati Uniti (più che a ogni altra questione politica), ho cominciato a considerare seriamente le più ampie affermazioni filosofiche degli economisti pro-market.
L’iconoclastia di Friedman ha resistito nel tempo. Considerava le leggi anti-droga un sussidio virtuale del governo al crimine organizzato. Anche nella sfera finanziaria, ha sposato cause che non lo hanno reso particolarmente caro agli occhi dei conservatori tradizionali, a partire dai contratti indicizzati e dalle tasse come un mezzo di mitigare i danni dell’inflazione.
Ma non c’è mai stato calcolo politico in queste prese di posizione: le adottava perché seguiva i ragionamenti fino alle loro logiche conseguenze. Diversamente dall’altro esponente del capitalismo di libero mercato, Friedrich Hayek, non ha mai avuto pazienza per le verità nascoste che potrebbero celarsi nelle attitudini, regole e pregiudizi.
C’era ben poco del “signor professore” in lui: una figura minuta, volubile, Friedman ha sempre preferito la parola detta a quella scritta, era attratto dalla televisione come un’anatra dall’acqua. Nell’edizione pubblicata del libro “Free to Choose”, che aveva scritto con la moglie Rose, non compaiono molte arguzie che aveva elaborato in seguito. A parte alcuni appunti per le lezioni, però, non esiste un trattato sistematico della economia “friedmaniana” e nemmeno della teoria monetaria “friedmaniana”
Anche coloro che subivano il suo fascino, qualche volta sottovalutavano la sua risolutezza: non cedeva di un millimetro quando si trattava delle sue convinzioni. Sebbene fosse persona modesta e fondamentalmente democratica, ciò non gli ha impedito, molto umanamente, di essere ben consapevole e di gioire della reputazione di cui godeva negli ultimi anni della sua vita.
Il suo approccio dichiarato ai processi politici era quello dei teorici critici della Public Choice. Questi ultimi credono che i legislatori perseguano il loro interesse in un mercato politico molto imperfetto, dal quale particolari gruppi di interesse geograficamente e industrialmente concentrati traggono vantaggio a spese dell’interesse generale. Ma la ben radicata fede di Friedman nel potere della ragione e della persuasione ha sempre avuto la meglio su tali timori teoretici. Talvolta, si lasciava prendere da foschi presagi sul futuro della libertà, ma li riservava per lo più agli incontri centroeuropei della Mont Pelerin Society. Friedman è sempre rimasto fondamentalmente un americano ottimista.
(…)

L’eredità di Friedman

La sua stessa modernità ha comportato che le sue analisi siano state criticate sulla base di più moderni metodi statistici. (…) Ma il dialogo metodologico tra le diverse scuole di economisti pro-mercato non sarebbe stato possibile se prima Friedman non avesse fatto piazza pulita dei collettivisti nell’arena scientifica. Negli ultimi venti anni, Friedman aveva preso le distanze dall’economia neo-classica basata sulle aspettative razionali e sulla rapida azione del mercato. Temeva che gli economisti si fossero intrappolati nella ricerca del rigore matematico e dell’eleganza formale per se stessi, invece di considerarli strumenti per studiare ciò che stava accadendo.
Al di fuori della politica monetaria, Friedman è rimasto un economista “mainstream”. Come ha scritto lui stesso in “Capitalism and Freedom”, un libro pubblicato nel 1962 e che va più in profondità rispetto a “Free to Choose”, Friedman non ha da offrire una indicazione preconfezionata sui limiti dell’intervento dello Stato. È convinto invece che lo studio oggettivo dei singoli casi, unito alla fede nelle scelta personale, facciano di norma pendere il giudizio in favore dell’offerta privata nel mercato. Il suo amico sir Alan Walters si è dispiaciuto del fatto che negli ultimi decenni Friedman non si sia dedicato al lavoro accademico al di fuori del campo monetario.
Friedman stesso ha attribuito la diffusione delle idee monetariste e di libero mercato al riconoscimento tardivo delle conseguenze dell’aumento vertiginoso della spesa pubblica e dell’alta inflazione negli anni Settanta. Ma se la reazione è stata coerenze e razionale, lo si deve in larga parte a lui. Il successo stesso delle politiche di libero mercato ha naturalmente portato nuovi problemi. Quanto vorremmo riavere ora un Milton Friedman trentenne, che analizzi e rifletta su queste nuove sfide.

* Questo articolo viene pubblicato per gentile concessione del Financial Times.

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