Skip to content
Friday, 1 December , 2006 / ermes

Dacia Maraini, Piergiorgio Welby e il caso Italia


Di seguito l’editoriale del Corriere della Sera di domenica 26 novembre 2006, a firma Dacia Maraini, non una parola di più, non una in meno.

Si può amare la vita e chiedere la morte, come fa Piergiorgio Welby in una lettera al presidente della Repubblica? Sembrerebbe una contraddizione, ma se a quelle parole ne aggiungiamo altre che dicono: io amo la vita ma proprio perché la amo non posso accettare di tirare avanti in queste condizioni di sofferenza e di menomazione, sappiamo che non è più una contraddizione ma una dichiarazione legittima. La vita è degna di essere vissuta ma in condizioni ritenute dignitose da chi se la porta addosso. La domanda di solito a questo punto è: ma chi stabilisce quali siano i limiti della dignità per un malato che è messo nella condizione di non potere muovere una mano, di non potere parlare con la persona amata, di non potere bere da solo un bicchiere d’acqua? La risposta logica sarebbe: il malato stesso. Ma spesso i protagonisti del dolore o della malattia, da noi, non hanno potere di decisione.

È una vecchia eredità cattolica che ci portiamo dietro da secoli: l’uomo, secondo la Chiesa, ha bisogno di una tutela morale che lo accompagni dalla culla alla bara. La tutela naturalmente poi si trasforma in controllo, religioso, culturale e psicologico. Non si crede che l’individuo abbia la possibilità di decidere in coscienza e con responsabilità del suo destino.

Oggi Piergiorgio Welby, con la sua pacifica e umile richiesta (vedi i servizi nelle Cronache ), ci mette drammaticamente davanti a un tema che ci tocca tutti da vicino: quali sono i confini fra la vita e la morte in tempi di accanimento terapeutico, in tempi di macchine che pompano artificialmente il sangue, soffiano meccanicamente l’ossigeno, tenendo in vita persone che in altri tempi sarebbero morte di morte naturale? Ci sono casi di individui in coma che continuano a vivere per anni e anni. Il regista spagnolo Almodóvar ne ha fatto addirittura un film: una ragazza in coma viene messa incinta da un infermiere. Lo sguardo del regista non è moralistico, non condanna né l’infermiere, né coloro che si accaniscono a tenere in vita un corpo che sta più di là che di qua. Ma pure i segnali della vita ci sono e come trascurarli? In quel caso la ragazza non ha parole e non può dire se preferisce morire o vivere alla mercè degli altri. Nel nostro caso la persona è consapevole e forse per questo fa una strana impressione pensare di acconsentire alla sua tenace domanda di estinzione. Eppure si può immaginare che sempre di più andremo incontro a situazioni di questo genere, perché la scienza diventa ogni giorno più esperta e ardimentosa, i medici più abili e le macchine più capaci. È solo il corpo umano che non muta. O per lo meno non muta come vorrebbero i medici e le macchine dell’immortalità. Un corpo è un corpo, con le sue miserie, le sue inettitudini, i suoi limiti e la sua profonda capacità di sofferenza. Un corpo andrebbe ascoltato oltre che curato. I medici sono ormai talmente specializzati che non riescono a vedere l’insieme della persona, intenti come sono a curare il particolare che è stato loro affidato. Può darsi che il cuore continui a pulsare, i polmoni a respirare, ma la persona stia talmente male da non desiderare più restare al mondo pur amando la vita, come dice Welby.

La legge italiana non prevede l’eutanasia. Non perché la società nel suo insieme abbia discusso e preso una decisione collettiva, ma per soggezione alla Chiesa che a sua volta proibisce l’eutanasia per ragioni di principio. Le ragioni di principio però sono sempre astratte e brutali, non tengono conto dei cambiamenti, dei casi specifici, delle persone singole. Accanto a Welby c’è Marco Pannella che oltre a tenergli affettuosamente compagnia chiede al Parlamento una discussione immediata su questo grande atto di libertà. Alcuni gli danno ragione, ma i tempi sono lunghi e intanto la sofferenza continua. Riusciremo ancora una volta ad emanciparci da una delle tante tutele, per rendere la persona responsabile della sua vita?

Advertisements

4 Comments

Leave a Comment
  1. ermes / Dec 1 2006 8:04 PM

    L’unica parola in più: quando si parla di soggezione alla Chiesa, probabilmente Dacia Maraini intende la soggezione ad un sistema verticistico di organizzazione religiosa… detto banalmente, il mondo vaticano, il mondo di Roma…

    Io invece son molto più severo, intendendo per Chiesa la comunità dei fedeli, l’ecclesia Dei… appunto su Welby non una parola dei cattolici presi singolarmente, non una parola delle comunità di base, non una parola delle pie e altruiste e tolleranti donne e uomini di fede… non un dibattito, una riflessione nelle parrocchie ascoltando chi la pensa diversamente, non la richiesta di discutere insieme della vicenda… una vicenda che d’altronde è sintomo di mill’altre simili situazioni oscurate e nascoste in coni d’ombra terrificanti… una vicenda che avrebbe dovuto far esplodere dal dubbio le nostre sicurezze, le nostre norme e regole…

    E invece, non sento domande dal basso, non sento nulla dal basso, non sento voglia di chiarimenti, confronti, tutto va bene madama la marchesa… semplicemente ci si esprime nei sondaggi (chissà poi se reali), nelle astensioni, nel chiacchiericcio con gli amici, nella rimozione del problema, nel benaltrismo di sempre… lungi da noi chiedere al padre (mai madre!) spirituale un approfondimento comunitario, alla presenza di gente, docenti, esperti, professoroni sì come impreparatoni, che la pensano in termini diversissimi l’uno dagli altri… lungi da noi cercare lo scontro con i diversi – reietta parola – per incontrarci e renderci terzi da quali eravamo…

    Niente, semplicemente il niente cosmico, il vuoto pneumatico… mentre l’Avvenire perde tempo, denaro, carta (riciclata?), intelligenze, talenti, carismi a sbeffeggiare Stephen Hawking e Umberto Veronesi perché convinti sostenitori delle teorie evoluzionistiche… tutto è messo sotto il tappeto, ci penseremo domani, per oggi scegliamo di galleggiare nel piattume, ci occuperemo di tali fastidi solo e soltanto quando arriveranno a toccarci da vicino, a roderci dentro, a consumarci gli anni con la rapidità del perdersi e svaporar di una candela…

  2. eros / Dec 22 2006 11:03 PM

    Non so se sono nel posto giusto x gridare la mia rabbia….ma a questo punto un posto vale l’altro….
    Un Dio di nome Gesù circa duemila anni fa SCELSE di morire su una croce.
    Scelse di morici arbitrariamente…..quindi fu una sua decisione.
    Colui a cui doveva rendere conto era suo Padre…il Padre celeste.
    Su questo gesto si fondano 2000 anni di storia della chiesa e di religione
    Su quella scelta fu fondata una Chiesa, la Chiesa di Gesù Cristo.
    La stessa Chiesa oggi si antepone al suo Dio…quel Dio che lasciò il proprio figlio scegliere se vivere o morire.
    Ritengo vergognoso (scusate ma non trovo parola di sdegno migliore)il rifiuto ai funerali cattoici a Piergiorgio Welby.
    Non mi sono mai ritenuto cattolico…..Cristiano si, ma cattolico NO.
    Questa è l’occasione, nel caso avessi ancora qualche dubbio, di rinnegare tutto ciò che di cattolico mi possa essere proposto.
    Credo in Dio, e credo che, se sono nel giusto, quel Dio un giorno saprà puntare il suo dito su chi, dall’alto di una poltrona purpurea, ha deciso di anteporsi a Lui.
    Mi viene in mente solo una parola:
    VERGOGNA!!!

  3. NickPolitik / Dec 23 2006 11:17 AM

    Bè, se non ricordo male, Gesù è andato liberamente incontro alla morte, ma non mi sembra che avesse intenzione di morire perchè non gli andava più di vivere. Fino a prova contraria c’è scritto che altri lo hanno ucciso, per quello che aveva predicato, non perchè avesse detto lui di essere flagellato a morte e di essere appeso alla croce. Capisco la sua debolezza umana nel dire “allontana da me questo calice”, ma poi aggiunge “sia fatta non la mia ma la tua volontà”, affidandosi completamente a Dio.
    Capisco anche la sua richiesta di bere dell’aceto sulla croce… non mi sembra che abbia accelerato la sua morte, ma semplicemente funzionato da sedativo. In fondo non si è contrari alla sedazione, ma all’intervento di altre persone per accelerare la morte. Questa è la critica alla eutanasia. E qui, secondo me (ma potrei pure sbagliarmi), si può discutere, essere a favore o contrari.

    Sinceramente avrei paura di un dito puntato…il giudizio di Dio è la condizione in cui si rinchiude l’uomo che non accetta i principi di amore e libertà che contraddistinguono Dio (almeno per i cristiani).

  4. lagiardiaintroversa / Dec 23 2006 2:30 PM

    Eros, sei nel posto giusto…

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: