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Wednesday, 6 December , 2006 / ermes

Dottor Jekyll e Mister Bellarmino


Come ho ricevuto via mail così pubblico l’intervento di un mio caro matto amicone. L’amicone stesso credo diverrà a breve uno dei più attivi (e presuntuosi e noiosi!!!!) contributors di Abeonaforum, leggere per credere:

Dottor Jekyll e Mister Bellarmino

Fosse una commedia, sarebbe tragicomica. A scriverla i Mediatori del sopranaturale; gestori dell’apparato dogmatico. Qui non si pone l’accento sulla pura societas fidelis, passibile di mondane interpretazioni sociologiche, ma sulla missione soprannaturale della comunità ecclesiale: i Mediatori del divino si fanno carico di riportare le creature nell’uterus della vita eterna. Il solo modo di entrarci è che la Grande Madre ci concepisca nel suo ventre: ci partorisca, allatti, custodisca e governi finché, spogliati della carne mortale, diventiamo simili agli angeli. I due Testamenti, le mammelle della Chiesa: questi sono interpretatati secondo le esigenze di questo o quel caso, ma il criterio esegetico deve restare, sempre e comunque, nelle mani della Gerarchia. La posta è molto alta: in gioco non solo la natura di Dio e la salvezza delle anime, ma anche la legittimità e il potere dei Mediatori. Eccone alcuni esempi.

Martedì 28 novembre 2006. A margine di un dibattito televisivo sul voyage del successore di Pietro in Turchia, Monsignor André Vingt-Trois, Arcivescovo di Parigi, si esprime sulla ventesima edizione francese del Telethon:

«Le Téléthon est une oeuvre généreuse, qui a permis d’abord et avant tout de sortir de l’anonymat des enfants myopathes. Mais ce n’est pas parce que c’est une oeuvre généreuse qu’on doit signer un chèque en blanc et estimer que tout ce qu’ils font est bien» (si veda Le Monde 29 Novembre 2006)

Il pronome personale, “ils“, presuppone una qualità intrinseca di coloro contro cui è scagliato: medici e scienziati impegnati a vario titolo nella ricerca per sconfiggere alcune terribili malattie. Il verbo “font” sottende le origini di tale qualità: l’immorale pratica di questi (ils) apprendisti stregoni che coltivano la loro sete di successo attraverso quelle “recherches scientifiques che instrumentalisent l’embryon humain“. In particolare, l’Archevêque si dichiara fermo oppositore della diagnosi pre-impianto eseguita su quegli embrioni ottenuti mediante la fecondazione in vitro: pratica che in Francia è oggi riconosciuta a tre Centri specializzati di Parigi, Strasburgo e Montpellier. André Vingt-Trois confida (a voce alta) di “être gêné que l’on puisse utiliser les dons du Téléthon” per delle ricerche che rasentano l'”eugénisme“. A sostegno delle sue riflessioni, getta sul tavolo alcuni inquietanti interrogativi: «Qui décide des critères du tri? Pour établir quel diagnostic? Qui décide que tel homme n’a pas le droit de vivre?».

Il grido di allarme è stato lanciato: che si mobilitino le truppe. Del resto, anche nella Patria della laicità, in verità consacrata sempre più a vecchi e nuovi dogmatismi, la Grande Madre gode di un potente e solido apparato mediatico (pubblico e privato). Passano poche ore e Monsignor Jean-Michel di Falco, Évêque di Gap, traduce in comportamenti pratici la posizione del suo Superiore in grado parigino. Con un uso crudo e volutamente rozzo della parola, mira direttamente al bersaglio, ammonendo i “fedeli” a scegliere per il “giusto e il bene” quest’anno; ché quando si parla dell’argent non bisogna andare tanto per il sottile, e gli scrupoli sono ignavia: s’interroga «sur la question de savoir s’il fallait ou non, cette année, donner de l’argent à l’AFM –Association française contre les myopathies».

Pour sa part, Monsignor Michel Dubost, Évêque di Evry-Corbeil-Essonnes, in un’intervista accordata ad un organo d’informazione amico (La Croix, 29 novembre 2006), smette l’abito talare e per indossare quello del ragioniere della provincia italiana di una volta. Con precisione snocciola le cifre; l’ammontare dello “sterco del diavolo” destinato alla versione aggiornata dei dottor Jekyll: «ce sont 2 % des fonds collectés (104 millions d’euros en 2005) qui sont consacrés au financement des recherches sur des embryons ayant fait l’objet d’un tri par diagnostic pré-implantatoire». Non dimentica di fare i “nomi”: «ces recherches, menées pour l’essentiel par l’équipe du professeur Marc Peschanski au sein du Généthon», urtano la sua sensibilità e quella di tutti i cattolici, «pour lesquels l’homme ne doit pas être l’objet de manipulation». Pare scontato dirlo: l’« homme » e l’embrione sono la stessa cosa; nessun dubbio in merito.

Insomma, fossimo in Italia, non avrebbero avuto problemi: potendo accedere ad ampia e trasversalmente fornita platea di politicanti che ossequiosamente fabbricano leggi ricamate sulla base delle richieste che provengono da San Pietro, saprebbero come operare; a chi rivolgersi. In effetti, fosse un modello, l’attuale politicante italiano (di destra e di sinistra; salvo eccezioni purtroppo sempre più rare), incarnerebbe quello del perfetto fedele: risponde con gesti automatici, con riflessi quasi condizionati, alla sequela degli ecclesiocrati della Grande Madre; sono loro che hanno partorito quella mostruosità legislativa che va sotto il nome di legge 40/2005, ove si dichiara, contemporaneamente, la bancarotta della ragione e l’abolizione della sintassi; roba da far rimpiangere le “corna e i cornuti” di Fanfani e gli anatemi da “Stato etico” di Almirante. Ma, purtroppo, per gli ecclesiocrati transalpini, non siamo in Italia e i politici francesi sembrano essere incantati da altre sirene che non quelle offerte dalla Grande Madre. Tuttavia, come si è visto, non ci si perde d’animo; giacché le vie della Provvidenza sono infinite: preso atto di questa dura realtà, si decide di percorrerne altre, una delle quali trova sbocco nel flusso finanziario necessario alla ricerca scientifica. In altre parole, si debbono stringere (se possibile eliminare del tutto) i cordoni della borsa. Da dove provengono i soldi che finanziano dottor Jekyll? Per la gran parte da Telethon. Non si perda tempo, allora. La tavola mediatica offre un’ottima occasione. E se qualcuno fa notare che per una volta la Televisione, spesso imbandita con immonde pietanze, si offre, sotto il piano “morale” (ma cosa vuol dire per loro signori questa parola?), ad apprezzabili e meritevoli iniziative, si risponde in modo fermo e deciso: si lasci stare la “morale”, è cosa nostra, siamo noi gli esperti, siamo noi che ne decidiamo il contenuto. Insomma, la missione è di quelle che contano davvero; e in battaglia occorre essere pratici; e gli scrupoli sono ignavia.

Interpellato nuovamente, l’Évêque di Gap non si lascia, infatti, sfuggire l’assist mediatico; il sigillo profetico apposto ad alcune sue considerazioni è di quelli che sollecitano nel profondo le corde sensibili della plebe: «Si on va vers cette société, c’est pire que le monde d’Orwell» (Le Monde, cit.).

Ironia o nemesi della storia – o degli storicismi: l’opera letteraria alla quale si fa allusione (1984) fu scritta da Orwell per denunciare la deriva totalitaria di una società dominata dalla Chiesa comunista. A leggerla come si deve si comprende con facilità che la differenza tra la il Partito comunista e la Chiesa cattolica non sta nel fatto che la prima è un’organizzazione politica e la seconda un’istituzione religiosa (distinzione per molti aspetti relativa), ma nella prospettiva terrena e, rispettivamente, soprannaturale cui l’una e l’altro collocano la propria scienza delle cose ultime: qui i Principati e le Podestà, i dominatori del mondo delle tenebre, gli spiriti maligni e dell’aria contro i quali lottano i Mediatori del divino; lì il Dio della carne e della materia. La consacrazione ai loro vertici di taluni soggetti trova una contropartita nel depositum fidei contenuta nei testi sacri – la Bibbia, Il Capitale. Questi ultimi sono interpretatti secondo le esigenze di questo o quel caso, ma il criterio esegetico resta, sempre e comunque, nelle mani dei gestori dell’apparato dogmatico. Illuminate il dizionario sviluppato in proposito da Bertrand Russell (Storia della filosofia occidentale): Jahveh = Il materialismo dialettico; Il Messia = Marx; Gli eletti = Il proletariato; La Chiesa = il Partito comunista; La Seconda Venuta = La Rivoluzione; Il Millennio = La Società Comunista. I termini a sinistra del segno d’uguaglianza danno il contenuto emotivo dei termini di destra. Sotto altro aspetto questo dizionario sembra dirci che l’individuo singolo, le sue singole azioni ed esperienze, le relazioni con suoi simili, non possono essere mai pienamente razionalizzate; ridotte ad unità razionale. Occorre perciò ricondurre il tutto ai “mondi” ristretti, chiusi, delle essenze, delle Forme o Idee; a quel paradiso perduto degli “universali astratti”. In altri termini, la “massa dei lavoratori”, la “comunità ecclesiale” (lo “Stato” e la “nazione” per Platone ed Hegel: si veda K. Popper, La Società apertà e i suoi nemici) sono tutto, l’individuo è nulla; qualunque sia il valore di cui l’individuo è dotato deriva dal collettivo che è l’effettivo portatore di tutti i valori.

In questi ambienti l’attività speculativa si risolve spesso nella continua negazione dei fatti, che è poi la conseguenza immediata della rivelazione estatica. In altre parole, poiché non riusciamo a spiegarli, meglio liberarci dai fatti, e con questi ci si libera anche dell’individuo. Da questo punto di vista l’Italia è un laboratorio politicamente proficuo per comprendere a pieno gli effetti deleteri di questo genere di apologia. Lo registriamo, ad esempio, nel dibattito sviluppato attorno agli embrioni sovranumerari.

Attualmente sono trentamila gli embrioni sovranumerari congelati nei laboratori italiani (un fatto). A quanto pare, tali embrioni – prodotto di una mente malata incarnata da alcuni medici e donne consenzienti prima dell’entrata in vigore della legge 40/2005 – fra poco non potranno essere più impiantati nel corpo della donna (un fatto): esistono, ci sono, sono lì e non ci possiamo fare niente. La domanda che una persona sensata – che in modo appropriato usa gli arnesi forniti dall’organo pensante – si pone è: che cosa ne facciamo? Ora, equiparando l’embrione ad un bambino o ad un ammalato di sclerosi laterale, si è (di fatto) determinato il divieto di ricerca sugli stessi. Di conseguenza, i trentamila embrioni sono (di fatto) destinati ad essere buttati nel cesso, o se vogliamo molto più diplomaticamente nel lavandino. In altre parole (e di fatto), si è disposti a far perire inutilmente quelli che, secondo le definizioni dei Mediatori del divino, sono trentamila bambini indifesi. Come a dire: “piove e non piove”.

Sotto la scure delle verità rivelate, ed accuratamente interpretate dalla Gerarchia, spariscono così in un colpo solo gli embrioni (trentamila potenziali, pardon, veri esseri umani ed individui) e tutti gli esseri umani in carne ed ossa affetti da una grave patologia. Tutto in nome di una non meglio precisata trascendenza dell’essere, che serve solo a nascondere il groviglio degli interessi pratici che si celano dietro un Apparato ecclesiastico che vive di rendita sull’impulso auto-inibitorio dei suoi gestori. Disastrosa, infatti (per la Gerarchia), un’attività di ricerca condotta facendo ricorso alla ragione pratica immune ed attenta a scovare i pregiudizi di fondo; da un’analisi empirica tutta rivolta alla continua valutazione dei fatti, ove il primo insegnamento è che la ragione deve cominciare a diffidare di se stessa, sottoponendo ad un rigoroso controllo l’opera propria.

Coincidenza vuole che nello stesso giorno, forse nelle stesse ore (Sciascia ne avrebbe partorito un Romanzo), della sortita di Monsignor André Vingt-Trois su Telethon in Francia, al di qua delle Alpi intervenga un altro esponente di spicco della Gerarchia romana, a cui di certo non mancano i Titoli: Vescovo, ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense. La questione su cui il Corriere della Sera lo interpella è quella dell’eutanasia. In particolare, all’alto prelato si domanda di esprimersi sul caso Welby: cosa risponde il Vescovo, ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense al grido d’aiuto lanciato da Piergiorgio Welby?:

«Con tutto il rispetto per l’uomo Welby dico che non posso accettare né l’eutanasia, né il suicidio assistito e credo di poter affermare questa contrarietà sia come cristiano, sia come uomo del mio tempo. Non è bene legiferare a partire da un caso umano, lo si deve fare sempre in vista delle esigenze della comunità. … Quando si fa parte di una comunità, bisogna anche accoglierne le leggi. Forzare la mano su temi così delicati credo che non aiuti a scoprire il valore profondo della dignità della persona nella vita e nella morte» (Corriere della Sera, 28 Novembre 2006).

Chi maneggia spesso i testi prodotti in questi ambienti sa bene che, come in un fantasmagorico gioco orwelliano di identità dei contrari (per cui la “guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”), in neolingua gerarchica molto spesso la premessa iniziale è inserita apposta per essere contraddetta: “con tutto il rispetto per l’uomo”. Sommessamente, facciamo notare che qui non solo non si ha rispetto per l’uomo, ma che poche parole più in là quest’uomo è ucciso, annientato, dissolto nel nome di un “universale astratto” quale è la “comunità”; come se la comunità non fosse composta da uomini, e quindi anche dall’uomo Piergiorgio Welby. Abbiamo già visto che, sul piano etico, morale (ma, ancora, ci/vi chiediamo cosa per voi signori voglia dire questa parola), l’assunto che la comunità, il collettivo, valga più di tutti i suoi membri è solo il frutto di un ragionamento tutto teso a giustificare un mostro metafisico, rappresentato da una “superpersona” composta di persone come il corpo è composto di organi. L’hegeliano logo del Dio personale, che si scioglie non appena si versi sopra un po’ di buon senso pratico e di ragionevolezza: se il collettivo, la comunità fosse scomposta nelle sue unità di partenza, si dimostrerebbe che il primo non contiene nulla oltre che la somma delle seconde, ciascuno delle quali riveste un valore primario e assoluto (e questo è un punto basilare della nostra di morale). Scremata dalla verbosità e lo svolazzamento delle parole, il pensiero del Vescovo, ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense è così ricondotto a quello che è: una fabbrica di parole che prima costruisce un mondo tutto suo, per poi rompere e recludere per sempre i ponti con quello reale. Sicché, con saldo e cinico distacco, non dissimile da quello che emerge dai Verbali della Venerabile Confraternità di San Giovanni Decollato a cui era affidato l’ufficio di “accompagnare” all’estremo supplizio i condannati del Tribunale dell’Inquisizione (si veda D. Orano, Liberi pensatori bruciati in Roma, Bastogi, Roma, 1980), il Vescovo, ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense ammonisce il Welby, e tutti quelli che lo sostengono, a restare tranquilli al posto loro. E non si manca, inter alia, di fornire una pessima dimostrazione della conoscenza degli elementi di base del diritto: “non è bene legiferare a partire da un caso umano – osserva l’alto prelato –, lo si deve fare sempre in vista delle esigenze della comunità”. Sembra, dunque, che qui i postulati di “generalità” e di “astrattezza” della legge (non quella divina, s’intende) debbano prescindere dal “casi” (caso) umano, come se la legge avesse come destinatario non la persona, le persone che compongono la comunità, ma la sola comunità, la comunità in sé; intesa cioè come uniforme ed organico corpo dove l’”uomo”, gli “uomini”, si sono volutamente consegnati per essere dissolti, annientati, uccisi. Per il Vescovo, ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense nella comunità gli uomini semplicemente non esistono più. Qui non è la comunità che vive per l’uomo, ma è l’uomo che vive per la comunità: ché “quando si fa parte di una comunità, bisogna anche accoglierne le leggi”, e ché “forzare la mano su temi così delicati credo che non aiuti a scoprire il valore profondo della dignità della persona nella vita e nella morte”.

Ecco come la richiesta dell’uomo Welby – e di tutti quegli uomini che si trovano nella stessa situazione; che vogliono decidere della propria vita e, di conseguenza, della propria morte – è liquidata, ridotta ad un “forzare la mano”. Una forzatura che non aiuterebbe a scoprire il valore profondo della dignità della persona umana di cui il Vescovo, ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense bene conosce contorni e contenuti. Insomma, si tenga la sua malattia, la sua sofferenza, la sua vita, e aspetti come può l’ora sua morte, ché io, Vescovo, ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense, nonché “cristiano e uomo del mio tempo”, ho altro a cui pensare: su di me, e su tutti gli altri miei colleghi Mediatori del soprannaturale, pesano ben altri è più importanti macigni; tra cui quello del “bene della comunità”.

5 Comments

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  1. ermes / Dec 6 2006 9:36 PM

    Non condivido un’acca, ma da vera e propria open society concediamo financo al mio amicone di scrivere su Abeona – dietro pagamento di apposita penale, ça va sans dire.

  2. herpes/lagiardiaintroversa / Dec 7 2006 5:30 PM

    Io più di qualche acca la condivido. Temo però che il presupposto del comportamento ecclesiastico sia un elemento assai difficilmente superabile. E’inutile tentare di addurre spiegazioni o ipotesi per giustificare l’una o l’altra posizione, perché l’eutanasia verrà sempre contrastata in quanto “reato” di auto-determinazione ed appropriazione di un bene (la vita) che è dono di Dio, che dà e toglie a proprio piacimento, non già perché omicidio in senso umano (inteso non giuridicamente come reato contro la vita, ma in senso più lato come non rispetto, anzi abuso della propria libertà sugli altri), basti pensare che la chiesa biasima i suicidi, quasi che di punto in bianco decidessero di sfidare Dio e togliersi la vita. E non c’è verso che la posizione possa cambiare. L’embrione è vita, perché è Vita, in quanto chiunque al mondo nasce perché Dio lo vuole. Certo, vi è della leggerezza in queste posizioni, o meglio, mi sembra più che altro che vi sia una certa fretta nel trarre conclusioni di correlazione tra i costrutti teorici e gli aspetti della vita quotidiana. Che detto in soldoni è “ammettiamo pure che il principio della visione cristiana sia giusto, sono proprio sicuri di averlo correttamente interpretato e messo in pratica?” Stando alla pletora di posizioni presenti all’interno dello stesso movimento, mi verrebbe da rispondere “NO”.

  3. herpes/lagiardiaintroversa / Dec 7 2006 5:34 PM

    Ops, dimenticavo. In fondo la Chiesa (almeno così mi sembra)ha sempre fatto un cammino a balzi con interpretazioni tutto-nulla, mentre la scienza cerca una via più costante. Riusciranno mai ad intendersi?

Trackbacks

  1. Guerrafondaio « Abeona forum
  2. “…non vi fusse stampa” « Abeona

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