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Friday, 8 December , 2006 / NickPolitik

Il signor N e il Potere


“Vorrei avere il potere di guarire. E invece ho il potere di uccidere! – pensava il signor N – Come posso continuare a guardare in faccia le persone, avere un qualsiasi tipo di relazione con qualcuno? In ogni momento mi può sfuggire di mano il Potere!”

Indifeso se ne stava solo nel suo piccolo appartamento, pensieroso, turbato, indeciso.

Non aveva più stanchezza, nè fiducia in se stesso. Nè autostima. Aveva perso tutto. Il Potere lo aveva logorato, consumato dall’interno. E smunto, aspettava che la morte che egli aveva diffuso tra i suoi simili, prendesse finalmente il suo corpo e liberasse la sua anima dal tormento, dai rimorsi, dai ripensamenti.

Follia. Follia allo stato puro. Non poteva che essere un sogno. Ma il tavolo su cui aveva mangiato ogni giorno per dieci anni era lì. Sempre fermo al suo posto, esisteva, lo scrutava nei minimi dettagli, come aveva fatto altre volte. Era perfettamente uguale nei dettagli a come lo aveva sempre osservato. Non c’era nulla che non ricordasse nel vederlo. Non c’era nessun indizio che lo portasse a porre in dubbio la sua esperienza sensoriale. Tutto era precisamente uguale a se stesso. Nessuna ombra di dubbio.

Si stropicciò gli occhi. Il tavolo era lì, simbolo della rassegnazione ad una realtà meschinamente vera. Il suo Potere era vero. Esisteva in quanto tale. E volentieri lo avrebbe rinnegato.

Ma non si sa per quale causa immonda, lo aveva scoperto… e ne aveva fatto uso.

Ricordava la prima volta quando a dieci anni giocava con i suoi amici. Ad un certo punto nacque una piccola discussione con un amico in particolare; il piccolo N non riusciva ad accettare che questi riuscisse ad avere più credito presso gli altri, non accettava la decisione di essere escluso momentaneamente dal gioco. Non capiva perchè, avendo rispettato tutte le regole del gioco, lo ponessero fuori; avevano visto male, non aveva sbagliato, lui era stato corretto, non aveva cercato di imbrogliare come invece altri erano avvezzi a fare. Di forza lo spinsero fuori dal gioco. Ed N vide con rabbia quel suo amico affabulatore ed imbonitore di folle, gli puntò un dito contro e, sottovoce, senza che altri vedessero o ascoltassero ciò che faceva, disse freddo e privo di pietà: “Muori!”. Improvvisamente il suo amico rimase immobile. Fermo come una statua. Quella staticità forzatamente innaturale durò un secondo. Subito dopo il ragazzino cominciò ad urlare disperato e senza freni inibitori. Urlava per un dolore infinitamente profondo. Passò un minuto: il ragazzino si accasciò al suolo. E gli uscì dai polmoni l’ultimo soffio di vita. Era finita la sua vita.

Tutti intorno restarono turbati. Il piccolo N non riusciva a rendersi conto di ciò che era successo. Non poteva nemmeno immaginare che tutto ciò era avvenuto per il Potere che possedeva.

Questa immagine si stagliava nella sua mente, mentre osservava il tavolo del suo appartamento.

E poi gli venne in mente la morte di suo padre. Questi lo aveva picchiato ferocemente una sera. Aveva marinato la scuola, ma era stato scoperto da suo padre, mentre passeggiava per le vie del suo paese. Lo guardò negli occhi, mentre gli assestava uno manrovescio particolarmente potente. E mentre allontanava la mano che aveva già colpito malamente il suo volto, N alzò il dito, lo puntò contro suo padre. Istintivamente voleva liberarsi da ciò che gli portava dolore fisico. E colmo di rabbia e odio disse: “Muori!”. Il padre restò col braccio in aria imbambolato, come se il burattinaio che muoveva i suoi fili avesse avuto un istante di ripensamento, e nel pensare avesse mantenuto ferme le mani, ridando al burattino la sua vera natura di essere inanimato. Passò un secondo, poi spasmi infinitamente atroci. Passato un minuto, il padre si accasciò al suolo. E spirò.

In quell’istante N comprese di avere uno stretto legame con la morte. Cominciò a domandarsi se non fosse lui la morte.

Per molti anni N si rinchiuse nel suo mondo. Parlava poco. Se ne stava sempre solo. Non aveva rapporti con nessuno.

A venti anni conobbe una ragazza. Questa ruppe il silenzio della sua mente e gli ridiede gioia di vivere. Dopo quattro anni la fece sua moglie.

Ma anche con lei arrivò l’istante della rottura: litigarono per un motivo futile. Ma si risvegliò in N l’istinto. Doveva uccidere la persona che lo contestava. E lo fece allo stesso modo: alzò l’indice e gridò “Muori!”. La stessa sorte toccò alla moglie che aveva amato.

E così successe anche con un fratello e con un collega.

Non gli era mai capitato che qualcuno assistesse alla scena del dito puntato.

E si interrogava, rimuginava, voleva trovare sollievo al dolore immenso che attanagliava il suo stomaco. Vomitò sangue. Ma non servì a fargli passare il dolore.

La soluzione gli illuminò la mente: si mise davanti ad uno specchio e ripetette il rituale infernale che scatenava il Potere. Ma il Potere ruppe solo lo specchio in mille pezzi.

Era al punto di partenza.

Si rivolse al Dio che aveva schiaffeggiato più volte e Gli chiese di porre fine alla sua triste vita. Ma non vide nulla. Non trovava risposta. Si sentiva solo di una solitudine unica nel suo genere. Solo come nessuno poteva essere. Era come se anche l’anima non ci fosse più nel suo corpo. Si sentiva un essere meccanicisticamente invischiato nella natura, come un albero, come una roccia. Senza libertà di scelta. Senza che tutto ciò che lo circondava potesse dargli speranza di gioia o felicità.

Ma non riusciva a pensare al suicidio. Anche lo specchio era un modo per scaricare la responsabilità del suo gesto alla natura della riflessione ottica. Anche la natura si era rifiutata di fargli del male.

Era un entità priva di potere decisionale per se stesso. E sentiva che il suo corpo era solo veicolo di forze oscure, di un Potere non suo.

Si sentì solo di nuovo e come sempre. E in quel momento trovò risposta. Dio gli aveva dato una speranza: combattere il Potere. Come? Continuando a vivere sforzandosi di non esercitare il Potere.

Si rese conto che la libertà era l’essenza della sua esistenza. Pianse come non aveva mai fatto, pianse per le sue vittime. Pianse e trovò forza per combattere il Potere.

One Comment

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  1. simona / Dec 8 2006 3:44 PM

    nico che caos…
    non credo di aver capito bene la vicenda, ma ho la sensazione che il signor N della tua storia sia un classico esempio di quel QUID in più che posseggono solo alcune persone.
    nel suo caso è potere di far morire le persone che lo contestano…ma ci sono tanti altri esempi forse meno eclatanti di “forze sovrannaturali”che si esplicano anche nella capacità di colpire, sia in positivo che in negativo, magari anche solo con una parola o con un gesto…l’unica contestazione che ti faccio insiste sul finale!!!non credo che si possa evitare di essere ciò che si è, di non esercitare le proprie virtù o poteri, non credo sia possibile contrastare la propria natura…quindi per evitare la sofferenza altrui più che la misericordia divina ,ti propongo l’alternativa stoica…o meglio ancora l’ascesi di Schopenhauer per combattere la volontà cieca!!!

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