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Friday, 22 December , 2006 / ermes

Se solo potessi evitare


Se solo potessi evitare di morire come lor signori pretendono che io muoia, se solo potessi spengere questa mia vita al riparo da ogni alluvione di ipocrisia, da ogni tempesta di vuote parole che nulla hanno più della nobiltà della parola, se solo mio Dio, mio Dio… solo tacitare il dolore nel silenzio che dà pace, nel sussurro della misericordia.

Conoscitori dell’alfa e dell’omega, detentori degli arcani segreti del mondo, lor signori violentano il mio corpo stanco e reso immacolato dalla consunzione del tempo, il tempo che imbrattò le mie mani, percosse le palpebre e terrorizzò in fremiti di freddo le mie speranze più liete. Quello stesso rio tempo, strumento di tortura – la morte si sconta vivendo –, quello stesso concatenarsi di giorni d’ignavia e presunzione, mi ha infine forgiato anche nella bellezza dell’abbandono. Con gli anni ho acquistato, a cara cattiva moneta, la serenità del vivere, la serenità del morire: giammai ingenuo infine divenni innocente, ho conosciuto la purezza, come quando incrociai lo sguardo di quel povero Cristo. Non si nasce innocenti, si diventa.

Costoro, al contrario, fondano su catene d’amore l’impero dell’ignoranza: che si preghi popolo, e si taccia per sempre. L’affetto è trasformato in lama tranciante che taglia la carne ancor viva, che imbriglia e affretta in agonia la vita che resta. Nel nome dell’amore supremo, dimentichi degli amori, inginocchiatisi a cospetto di statue cave, bianchi marmi freddi e raggelanti, negatori della sacralità degli attimi.

Nulla si tocchi, noli me tangere. Natura faccia suo corso, ancilla Dei, ancilla nostra. E chi vuol comprendere comprenda, e chi non vuole, o non può, muoia all’Inferno. L’aver inventato l’Inferno ecco l’Inferno del mondo: la pazzia più grande che si possa dare per chi abiti codesta Terra l’aver immaginato un Inferno oltre queste valli di lacrime.

Se pure un Inferno sarà, ecco sarà bianco, tutto perfettamente e lucidamente bianco, candido, immenso. Ho ritrovato questa immagine che mi assillava le tempie in Schiele, il pazzo misconosciuto: un dì, su un appunto scoperto a caso su un libro – pregiato ora che lui non c’è più – in mercatino di libri. Oh il bianco perfetto, che orrore. Il bianco degli ospedali ove ti ammazzano l’anima quando vuoi resistere, ove ti eternano all’ora in cui supplichi calma. Forsennati più che industriose api, secernono l’amaro miele dell’attaccamento morboso ai princìpi, che poi nulla principiano fuorché idolatria e abbracci nefasti al dogma di turno. In seno covano la vipera ascosa sotto la veste del giglio, non si accorgono che morde e sugge la linfa della carità, la rara. Senza più umori hanno la cera incatramata del nero, lapidari come tombe, maestri di sciabola. Fratelli che lottano per il Paradiso in Terra e vi rendono l’Inferno.

Aveste solo vissuto una briciola di notte, quando il rumore si placa, il battito irrompe nelle camere ove si amò; aveste solo udito, ascoltato il lamento della gioia, avreste ora condiviso il pane della sapienza, il calice della modestia, non avreste imperato grevi e sazi, avreste dialogato, scambiato favella e commerciato in attesa. Invece no, il vostro cuore ha altre urgenze, e l’immensità della frenesia di tutto catalogare, tutto ricondurre a conoscibile.

Alcunché vi può smuovere, tetragoni padri, alcunché maravigliar più: dominate le acque, governate i continenti, non è plaga su cui la vostra ala protettrice non possa piombare, con fragore di folgore. E l’ultimo uomo, l’ultima donna, l’ultimo pargolo è fuori, semplicemente non è se non rientra nel canone, nello schema, applicare il telaio della certezza alle esistenze, tutte. Onniscienti non sospettate la vostra povertà di dottrina, solo coerenti (e incoerenti – a piacimento, ad libitum) seguaci fanatici dell’integrità, del giusto, del bene. Che poi si crepi di giustizia e bontà non interessa, v’è sempre spazio per il martirio, ché dà senso infine al niente che vi imbelletta.

Perdonate, compagni, fratelli, perdonate chi sfugge, colui che vi fugge: ha la nomea di reprobo, le mani giunte in preghiera.

2 Comments

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  1. NickPolitik / Dec 22 2006 2:03 PM

    Non serve a nulla lottare, non credo più nello stato, non credo più che ci sia bisogno di leggi, forse sto diventando anarchico…
    La verità è che mi arrendo! Devo cominciare a non pensare più con la mia testa: alla fine sono solo un uomo, solo, sperduto in un angolo della terra. Gridare non serve, comunque non ti ascolta nessuno e nessuno cambia idea se pensa che la coerenza sia non cambiare idea. E negano l’innegabile, affermano l’inaffermabile. Tutto in base a principi calati dal cielo, che, anche se obsoleti, devono continuare a valere comunque e per sempre. E il bello è che hanno il coraggio (perchè ce ne vuole tanto) di fregiarsi dell’appellativo “al passo coi tempi”… scherziamo? E c’è chi scherza su chi ha deciso di rinunciare alla vita… sono scandalizzato, offeso come uomo nel vedere un mio fratello, un uomo come me che arriva a questo.
    Ma, come ho detto, mi arrendo. Non servono rivoluzioni, non servono alternative, non servono idee. E il mio proposito è quello di lasciar scorrere tutto, abbandonare ogni critica, abbandonare il mondo a se stesso. Mi ritraggo nell’indifferenza… si vive senza problemi!
    Non seguo più neanche il mio tanto amato Dio, con presunzione dico che non riesco a farlo, che non sono capace… ma sono su questa terra e c’è chi nel suo nome condanna altri uomini a soffrire… a questo punto che fare? Aspetterò una sua risposta, a me non vengono più idee efficaci, idee che finalmente riportino un po’ d’Amore in questo mondo… ne vedo poco.
    E vedo solo il capovolgimento dei valori. La sofferenza è gioia, l’amore è quieto vivere e idifferenza, la guerra è missione di pace. Da piccolo mi avevano insegnato una cosa, dall’alto dei miei 24 anni vedo l’esatto contrario.
    Sono giovane, ma mi arrendo.
    Anche se non so come fare ad arrendermi…

  2. Eva Ripart / Oct 3 2009 11:51 PM

    Davvero l’abc

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