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Saturday, 24 February , 2007 / ermes

La legge della giungla


magnacharta_room_british_library.jpgRiporto alcuni passi di un testo di Francis Fukuyama che ho appena terminato di leggere, condividendone ben poche argomentazioni e conclusioni: tra le altre, la sperticata (e disperata) lode degli Stati-nazione quali unici baluardi contro l’esplosione del terrorismo internazionale. E tuttavia… e tuttavia… amici miei, leggendo tali opere si respira, oh se si respira, finalmente…

Fukuyama è uno dei massimi economisti e sociologi e politologi e ovviamente etc. etc. al mondo, noto ai più per una ormai dominante distorta interpretazione della sua teoria della “fine della storia” (vulgata che vede in lui il sacerdote del disimpegno totale di fronte ai drammi dell’umanità… ma un po’ inclinando allo scherzo, un po’ cercando nello scherzo la realtà, potrebbe mai un prof. della Johns Hopkins non avere un minimo di interesse, non dico trasporto passionale, ma appunto un barlume di interesse per quanto rotola e si schianta nel globo?)

Ecco, la lettura di Fukuyama, non certo un Vaclav Havel, non certo un Bertrand Russell, pure si dimostra un vero piacere intellettuale e fisico. Abituati come siamo, di qua dalle Alpi, a ingurgitare beveroni riscaldati da giornali, riviste, trasmissioni radiofoniche e televisive che discettano, un giorno sì e l’altro pure, di paludi e vandee… Abituati come siamo a far bersaglio gaudente e soddisfatto della mediocrità impartita ed imposta nelle aule scolastiche ed universitarie, ormai costretti a sol ridere per non sol piangere… Abituati e costretti a tanto, battuti e sbattuti da tanto, è proprio vero che financo il casuale incontro con minimi scisti di luce ci porta a gioire di una pazza gioia.

“C’è stato un periodo in cui vari autori si esprimevano a favore di una transizione autoritaria (Huntington 1967), un punto di vista che trova ancora un certo riscontro in Asia orientale, dove ha funzionato relativamente bene. Molti economisti politici assumono che le riforme economiche richiedono austerità, licenziamenti e altri tipi di cambiamenti a breve termine, che a loro volta generano opposizione politica e contraccolpi. Perciò è meglio che le riforme vengano intraprese da un regime autoritario, che può reprimere le richieste della società, oppure da un’élite tecnocratica che sia in qualche modo isolata o protetta dalle pressioni politiche. Haggard e Kaufmann (1995) vedono la transizione democratica come problematica, poiché scatena richieste represse di benefici che contraddicono gli obiettivi della riforma.
“In anni recenti è diventato molto di moda sostenere, con Amartya Sen (1999), che la democrazia è un oggetto dello sviluppo ma anche un mezzo per ottenere crescita economica. Con molte ragioni. È chiaro, per esempio, che non è l’autoritarismo in sé a determinare i risultati economici, ma piuttosto la qualità del leader autoritario e dei tecnocrati che lo consigliano. I paesi autoritari nel loro insieme potrebbero ottenere buoni risultati se fossero tutti governati da Lee Kwan Yew, l’ex primo ministro di Singapore; ma spesso sono governati da un Mobutu o da un Marcos, e quindi non deve sorprendere che questi regimi abbiano oscillazioni molto più ampie dei paesi democratici in termini di sviluppo economico. I regimi democratici hanno perlomeno alcuni contrappesi istituzionali alle forme peggiori di incompetenza o rapacità: i cattivi leader possono essere congedati con il voto.
“I paesi autoritari, inoltre, hanno problemi di legittimità a lungo termine. Molti hanno cercato di legittimarsi attraverso la capacità di produrre crescita, ma quando la crescita viene meno o si trasforma in declino (come nell’Indonesia di Suharto nel 1997-98), la legittimità scompare e sopraggiunge l’instabilità. I paesi democratici sono maggiormente in grado di sopravvivere ai rovesci economici in quanto la loro legittimità proviene dalla democrazia stessa (per esempio la Corea del Sud nel 1997-98). Nel contempo ci sono stati esempi significativi di paesi democratici, come la Polonia e la Nuova Zelanda, che hanno compiuto riforme drastiche.
“Alla fin fine, la relazione fattuale tra democrazia e sviluppo rimane complessa e ambigua: non avalla né la transizione autoritaria come approccio generale alle riforme economiche né la democratizzazione come strategia di crescita. L’indagine internazionale di Barro (1997) dimostra che la democrazia è positivamente correlata con la crescita a bassi livelli di sviluppo, ma poi diventa correlata negativamente a livelli medi di reddito pro capite. Clientelismo e parassitismo (Turchia, Argentina, Basile), populismo (Venezuela) e corruzione (il Pakistan sotto Bhutto e Sharif) rimangono vizi della democrazia. È difficile vedere un chiaro flesso causale, tra l’ondata di democratizzazione che ha investito l’Africa subsahariana durante gli anni ‘90 e il lieve miglioramento della sua performance economica nello stesso periodo.”
(Francis Fukuyama, Esportare la democrazia. State-building e ordine mondiale nel XXI secolo, Lindau, 2005, pagg. 45-47)

E ancora:

“Molto prima dell’avvento della rivoluzione informatica contemporanea, Hayek (1945), seguito da Von Mises (1981), sottolineò come la crescente complessità tecnologica del mondo moderno comportava un grado maggiore di decisioni economiche decentrate. Notò che la grande maggioranza delle informazioni utilizzate in un’economia è di natura locale, avendo a che fare con condizioni specifiche che sono solitamente note solo agli attori locali. Hayek sostenne che questo spiegava l’impraticabilità della pianificazione centralizzata socialista in condizioni di complessità tecnologica: nessun pianificatore avrebbe mai potuto assimilare tutta la conoscenza locale generata in un’economia moderna e agire sulla base di essa. Si poteva fare molto di meglio con decisori decentralizzati e interagenti all’interno di mercati. ”

(idem, pagg. 95-96)

Qui di seguito, infine, altri passaggi del testo raggruppati in un documento formato word, a sintetizzare una sorta di teoria interpretativa delle capacità operative degli Stati di diritto a confronto con Paesi ove la legge è purtroppo solo l’arbitrio del più più forte (dove situare l’Italia?): ambito-forza-e-sviluppo-economico.doc

4 Comments

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  1. ermes / Apr 17 2007 2:57 PM

    A proposito di Stato di diritto e leggi della giungla, a proposito di manifesta superiorità anche nelle scelte più banali…
    E continuiamo a prender merluzzi in faccia meritatamente, ma sì ce ‘mporta, ahò! Basta che scè a’ salute e potemo continua’ a magna’!

    Nerone con il Manchester
    di Nick Pisa, corrispondente in Italia del Daily Mail and so on.
    Articolo apparso il 17 aprile 2007 sul sito http://www.internazionale.it

    L’aspetto strettamente sportivo della vicenda tra la Roma e il Manchester United si è chiuso. La squadra inglese ha travolto quella romana, qualificandosi per le semifinali di Champions league. La polizia britannica si è dimostrata piuttosto professionale e, nonostante la presenza di alcune migliaia di tifosi romanisti all’Old Trafford, gli incidenti sono stati di lieve entità e non hanno suscitato particolari preoccupazioni.
    Le scene che io e milioni di spettatori abbiamo visto allo stadio Olimpico durante la gara di andata, invece, sono state davvero terribili. I miei colleghi, che guardavano la partita da Londra, mi hanno chiamato per dirmi: “Ma che diavolo succede? Cosa stanno combinando?”.
    La reazione esagerata della polizia italiana è parsa inaccettabile. Non dico che i tifosi del Manchester United siano degli angioletti, ma la pesante reazione delle forze dell’ordine italiane ha sconvolto la Gran Bretagna. Ho visto tifosi stesi a terra colpiti ripetutamente con i manganelli dagli agenti e perfino un ragazzo di non più di 13 o 14 anni che si piegava sotto un colpo violentissimo dato da un poliziotto.
    In Gran Bretagna il controllo delle forze dell’ordine negli stadi è molto diverso e il problema degli hooligan alle partite di calcio è stato eliminato. Una situazione come quella dell’Olimpico sarebbe impensabile in uno stadio britannico: i tifosi del Manchester hanno subìto per più di trenta minuti il lancio di oggetti da parte dei tifosi della Roma senza nessun intervento della polizia e degli steward privati. In Gran Bretagna chi lancia un oggetto allo stadio viene buttato fuori e arrestato, e la stessa cosa succede a chiunque causi qualsiasi problema di sicurezza.
    Non si vedono cariche indiscriminate della polizia, perché la tensione viene bloccata sul nascere.
    Una settimana dopo i fatti, la polizia non ha ancora spiegato in modo soddisfacente perché gli agenti erano tutti dal lato dei tifosi inglesi. Alla partita c’ero anch’io e non ho visto un solo poliziotto nella sezione della curva nord riservata ai tifosi della Roma.
    Molti hanno detto e scritto che i tifosi inglesi erano sbronzi. A me pare invece che quasi nessuno di quelli picchiati dalla polizia fosse sotto l’effetto dell’alcol. Un ubriaco non è in grado di stare in piedi e quelli che io ho visto prendere le manganellate dagli agenti italiani mi sembravano perfettamente sobri.
    Ci sono poi altri due problemi che sembrano dimenticati da alcuni settori della stampa italiana che, come quella britannica, ha la memoria corta. Il primo riguarda il poliziotto che è stato ucciso da un tifoso mentre prestava servizio allo stadio di Catania. A quel punto tutti si sono messi una mano sulla coscienza e hanno cominciato a riflettere seriamente su come l’Italia doveva reagire di fronte a un episodio simile.
    In Gran Bretagna, per fortuna, da molti anni non si registrano morti alle partite, mentre in Italia questi eventi si ripetono con una certa regolarità. Non passa una domenica senza tafferugli tra tifosi e forze dell’ordine di fronte a questo o a quello stadio: scene di violenza che sono state sradicate dalle domeniche britanniche.
    Il secondo problema dimenticato è che quattro anni fa, durante un incontro di Champions league, all’Olimpico, la partita è stata sospesa perché l’arbitro è stato ferito da un oggetto lanciato da un tifoso.
    Mi pare che i tifosi a Roma non sappiano fare a meno di lanciare oggetti in campo o contro i giocatori e i guardalinee. Quindi direi che non c’è stato nessun progresso dai tempi di Nerone… o no?

  2. ermes / Apr 20 2007 8:04 PM

    Dalla lettera inviata al Corsera dall’ambasciatore statunitense in Italia, in seguito al bailamme creato dalla nostra classe politica (tarantolata come nel ballo di San Vito) al solo sentore che il controllo di fatto della Telecom potesse passare in mano agli amerikkkkani…

    Addì 20 aprile 2007: ennesima giustissima mazzolata al Paese di Bengodi!

    “Qual è il risultato di questo approccio poco aperto nei confronti dei capitali stranieri? Un rapido confronto con gli altri Paesi europei può essere molto illuminante. Secondo i dati dell’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo, nel 2005 l’Italia ha attirato circa 20 miliardi di dollari di nuovi investimenti stranieri. La Francia oltre 60 miliardi. La Gran Bretagna, leader tra i Paesi più industrializzati, 165 miliardi.
    In qualità di ambasciatore degli Stati Uniti, mi interesso maggiormente degli investimenti del mio Paese, e anche in questo caso la situazione non è confortante. Fino al 2005 il totale degli investimenti americani in Italia ammontava a poco meno di 26 miliardi di dollari, ben al di sotto dei 324 miliardi in Gran Bretagna, degli 86 miliardi in Germania, dei 61 miliardi in Francia e perfino dei 43 miliardi in Spagna. Questi dati dovrebbero far riflettere. Gli investimenti non arrivano dove non sono ben accolti, dove le regole del mercato vengono cambiate continuamente.
    Modificare le regole aumenta il livello di rischio e rende molto difficile programmare le azioni future di un’impresa o di un singolo cittadino. (…)
    Bisognerebbe concentrarsi meno su chi vuole investire e maggiormente sul fatto che l’Italia è agli ultimi posti tra i Paesi europei in termini di crescita del Pil e aumento dei salari e della produttività. Esiste un chiaro legame tra questi dati e lo scarso livello degli investimenti. Per assicurare la giusta priorità alla crescita e alla produttività, occorre valutare attentamente e senza pregiudizi le proposte di investimento.”
    Ronald P. Spogli

  3. ermes / Apr 26 2008 2:47 PM

    “(…) mi permetto di ricordare che Né Cristo né Marx è sottotitolato Dalla seconda rivoluzione americana alla seconda rivoluzione mondiale. Questa mondializzazione liberista – che trionferà in modo eclatante soprattutto a partire dal 1990, dopo la disintegrazione dei comunismi – è ciò che Francis Fukuyama chiamerà, nel momento di questa débâcle, la «fine della storia», espressione che gli è stata rimproverata poiché mal compresa, visto che sfortunatamente molti ritengono di aver letto un libro quando ne hanno letto il titolo. Fukuyama non vuol dire che la storia si è fermata, sarebbe assurdo, ma che l’esperienza ha rifiutato la concezione hegeliana e marxista della storia, immaginata come un processo dialettico che deve necessariamente giungere a un modello finale verso il quale l’umanità tenderebbe, a sua insaputa da indipendentemente dalla sua azione, sin dall’origine dei tempi”.

    (Jean-François Revel, L’ossessione antiamericana, Torino, 2004, pp. 29-30)

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