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Tuesday, 27 February , 2007 / Iperione

Ernesto Rossi: storia di un fantasma italiano


Ad alcuni è concesso l’onore della memoria del nome o delle pubblicazioni (e in certi casi il disonore della mala-interpretazione, come per Altiero Spinelli); altri, invece, scomodi in vita così come in morte, devono morire ogni giorno e ogni giorno scivolare sempre più nell’oblio. Questo è quello che è successo e ancora succede (e purtroppo succederà) ad Ernesto Rossi, che la malafede, il malaffare, il bigottismo politico, la bassezza di larga parte del nostro “ben-pensare” intellettuale, hanno ridotto a fantasma sbiadito di un passato di idee e riflessioni che ancor oggi sarebbero tanto utili per ritrovar la bussola tra i perigli per i quali le comari di palazzo ci hanno menato.

Letture: “Ricordo di Ernesto Rossi” da RadioRadicale; parte della bibliografia in commercio (da Kaos Edizioni).

L’articolo è tratto da Notizie Radicali.

“Stato e Chiesa”: Ernesto Rossi contro il clericalismo

di Gualtiero Vecellio

Questo libro è un “miracolo” laico. La sua pubblicazione, intendo dire. Ernesto Rossi, per tanti versi, è ancora un personaggio “vieto”; come vietato è il suo anticlericalismo “ottocentesco” e “piccolo borghese” (così lo definiscono i suoi avversari e detrattori): “invettive” che Rossi trasforma in “colori” da esibire e di cui essere orgoglioso.

E’ vero che in questi anni non sono mancate le pubblicazioni di e su Ernesto Rossi: dalle preziose raccolte di lettere (Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, il carteggio con Gaetano Salvemini, curato da Mimmo Franzinelli e pubblicato da Bollati-Boringhieri; e il più recente, anche questo curato da Franzinelli, pubblicato da Laterza: Epistolario 1943-1967 – Dal Partito d’Azione al centro-sinistra). Occorre una buona dose di coraggio per scrivere, come ha fatto Angelo D’Orsi:

“…Ho già espresso la mia opinione sui limiti dell’autore e sull’ “innamoramento” del suo curatore. Davanti a questo nuovo capitolo epistolografico, non posso esimermi da un dubbio: ha senso continuare con questo stillicidio di edizioni, tutte parziali, che si intrecciano tra di loro in orizzontale – tra un editore e l’altro – e in verticale, lungo i decenni?…” (Tuttolibri, 17 febbraio 2007).

D’Orsi tuttavia, bontà sua, riconosce che questo ulteriore capitolo del Rossi-pensiero

“…offre ragione d’interesse, specie a chi si ponga a comprendere il problema della transizione italiana dal fascismo alla Repubblica, e quindi dal nuovo ‘regime’ della DC, come Rossi lo considerò, all’apertura al PSI…”.

Hai detto poco! Per questo sono importanti alcuni studi che aiutano a indagare sull’originalità e comprendere la straordinarietà del pensiero di Rossi; per esempio, il corposo Un federalista giacobino. Ernesto Rossi pioniere degli Stati Uniti d’Europa, di Sonia Braga (Il Mulino edizioni), di cui ci si occuperà tra qualche giorno; e il libro-“miracolo” di Simonetta Michelotti, “Stato e Chiesa”: Ernesto Rossi contro il clericalismo (Rubbettino, pagg.222, 20 euro, nella benemerita collana di Storia politica diretta dai professori Fulvio Cammarano, Giovanni Orsina e Loris Zanatta).

La sua autrice si presenta così: “Dottore di ricerca, svolge la sua attività presso il Dipartimento di Scienze storiche, Giuridiche, politiche e Sociali dell’università di Siena. Oltre a questo volume ha pubblicato L’ombrello di Depretis e La ribellione degli orologi (entrambi del 2002). La sua produzione scientifica comprende anche numerosi saggi – pubblicati sia in Italia che all’estero – sulle problematiche attuali della formazione. Dal 2001 si occupa di Ernesto Rossi e dell’Italia negli anni del ‘miracolo economico’”.

La Michelotti, che si è potuta avvalere delle carte Rossi conservate presso gli Archivi Storici dell’Unione Europea custoditi all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, fin dalle prime righe si pone la madre di tutte le domande:

“…Rossi, personalità un po’ negletta dagli studiosi anche se con qualche eccezione di rilievo, appare ancora meno conosciuto come anticlericale…Una strana dimenticanza, considerando che l’anticlericalismo di Rossi era la logica prosecuzione del suo antifascismo e correva parallela alla lotta contro i monopoli…” (pag.9).

Una risposta, evidentemente, c’è:

“…Rossi aspirava…a forgiare una consapevolezza laica negli italiani, sviluppando la riflessione su un modello alternativo sia al sistema DC sia al sistema PCI…” (pag.49).

Eccoci dunque alla “presunzione” di Rossi: essere antifascista, e dunque anticlericale: perché il Vaticano, a differenza della monarchia e di alcuni potentati economici, era uscito indenne dalla dittatura fascista, che pure aveva vistosamente sostenuto e di cui era stata ben remunerata complice; ma soprattuto, negli anni della Repubblica, essere antidemocristiano e anticomunista democratico insieme, costituisce un “peccato” imperdonabile, che infatti non viene perdonato. Emblematica, al riguardo, una biografia di Rossi scritta da Giuseppe Fiori, e pubblicata qualche anno da Einaudi (Una storia italiana): accurata, ineccepibile per quel che riguarda il Rossi antifascista, perseguitato dal regime mussoliniano; molto più sfumata, e perfino in alcune pagine reticente, nella seconda parte: quando l’esser radicale di Rossi si trasforma in impegno rigoroso contro il Vaticano, la DC e il PCI; e l’impegno politico-giornalistico è una rigorosa denuncia dei compromessi e delle compromissioni, un “rompere le uova nel paniere”. Si capisce che quello di Rossi era (ed è) un dente che batte dove il dente più duole.

Il libro della Michelotti, dunque, mette a fuoco e analizza un aspetto dell’attività di Rossi cruciale e scomodo; e non si può che condividere la riflessione di Giorgio Agosti:

“…Non si può non ammirarlo, poiché con pochi mezzi, poca salute e nessun appoggio politico, ma forte della sua integrità morale, animava un dibattito politico e culturale molto scomodo negli anni del miracolo economico…” (pag.22).

Non sarebbe onesto se tralasciassimo un punto di dissenso di un qualche significato. Michelotti ricorda il contrasto, durissimo, che oppone Mario Pannunzio, direttore de Il Mondo, al segretario radicale Leopoldo Piccardi: il casus belli è la controversa partecipazione di Piccardi a un congresso di giuristi italiani e tedeschi, nel 1939, rivelata da Renzo De Felice nella sua Storia degli Ebrei italiani sotto il fascismo. Rossi si schiera con Piccardi, e rompe con il gruppo de Il Mondo. Il Partito Radicale da questa vicenda esce con le ossa rotte, una crisi non sanabile e mortale. Il contrasto vero, naturalmente, andava ben al di là del singolo episodio; c’è un nodo politico: Piccardi ed Eugenio Scalfari impegnati a favorire il centro-sinistra e per un’alleanza elettorale con il PSI; Giovanni Ferrara, Stefano Rodotà, Lino Iannuzzi favorevoli a un’opzione “centrista” con PRI e PSDI; Marco Pannella e la “sinistra radicale” per l’alternativa alla DC: unità laica delle forze, contro la vagheggiata unità delle forze laiche. E si arriva al nostro punto di dissenso. Michelotti scrive:

“…‘impolitico’ per eccellenza, come è stato definito da Lorenzo Strik Lievers, avrebbe comunque avuto difficoltà a venire a patti con la politica…” (pag.160).

Si cita poi un brano di una lettera a Gioacchino Vacirca:

“…Chi va al mulino s’infarina, dice il proverbio, e la farina che esce dal mulino politico del nostro paese è sempre molto sporca: omertà, intrallazzi, camorre, compromessi con i preti, con i generali, con i Grandi Baroni dell’industria e della finanza…Per non imbrattarsi bisogna non andare al mulino. E’ quel che io faccio…”.

Se per “politica” si intende la politica politicante, descritta appunto nella lettera a Vacirca, si può condividere la definizione di “impolitico”; e probabilmente a questa accezione fa riferimento Strik Lievers. Ma se è così, forse la Michelotti è stata un po’ troppo tranchant. In realtà – e Pannella lo comprende subito – la presunta “impoliticità” di Rossi è quanto di più politico vi possa essere. E’ tutta “politica” per esempio la denuncia che i deputati comunisti (tra i quali esponenti del calibro di Giorgio Amendola e Pietro Ingrao) presentano una interpellanza sulle speculazioni finanziarie del Vaticano, ma al tempo stesso non fanno nulla perché sia discussa:

“…Se l’opposizione si decidesse una buona volta a fare il suo mestiere sul serio, sarebbe questa, a me pare, un’ottima occasione per cominciare”. Invece egli pose in evidenza come le interpellanze fossero presentate solo per la platea, per divenire poi oggetto di patteggiamenti dietro le quinte, confidando nella memoria corta del’opinione pubblica…” (pagg.201-202). E’ il “regime”. Il paradigma del “monopartitismo perfetto” che da sempre Pannella oppone al “bipartitismo imperfetto” teorizzato da Giorgio Galli.

Questo “dissenso”, al di là dell’essere o meno condivisibile, il libro della Michelotti è prezioso. E’ il racconto di un incessante, infaticabile, quotidiano, “militante” lavorio di Rossi, formidabile organizzatore di cultura, per contrastare il “nuovo sanfedismo” e il un clericalismo montante; e sono illuminanti le pagine dedicate alla bellissima collana “Stato e Chiesa” iedata e curata da Rossi per l’editore fiorentino Parenti dal 1957 al 1962:

“…Per quanto riguarda i temi trattati, i quindici volumi, più L’Azione Cattolica e il regime, possono essere raggruppati in tre filoni, corrispondenti ad altrettanti temi principali dell’aanticlericalismo di Rossi: il recupero della tradizione laica risorgimentale (Il Sillabo, Gli Spretati, Risorgimento scomunicato, Lo stato catechista e Papalini in città libera); la denuncia della collusione tra Chiesa e fascismo (Il manganello e l’aspersorio, La Conciliazione, A trent’anni dal Concordato e il fuori collana L’Azione Cattolica e il regime); la dimostrazione degli elementi di permanenza del vecchio regime nel nuovo (Clericali e laici, Matrimonio concordatario, I preti in cattedra, Processo al vescovo di Prato, Socialisti anticlericali, Battezzati non credenti, I protestanti in Italia)…” (pag.16).

Una collana straordinaria: libri dello stesso Rossi, di Guido Calogero, Carlo Falconi, Aldo Capitini, Liliano Faenza, Vittorio Gorresio, Leopoldo Piccardi, Gaetano Salvemini…Fa pensare, ed è il segno dei brutti tempi che ci tocca di vivere, che non vi sia un editore che sappia, possa e voglia riproporre e ripubblicare quella collana così com’è. Non sembrano poi così differenti i giorni nostri da quelli in cui Rossi considerava inaccettabile

“…che uno stato sovrano straniero (il Vaticano) avesse una tale influenza nella vita politica di un altro stato sovrano (la Repubblica italiana) attraverso uomini confessionalmente legati alla Chiesa” (pag.139).

Il libro della Michelotti è pieno di significative, interessanti, emblematiche “chicce”. Per dirne di una, l’episodio che vede opposto Rossi a Corrado De Vita, direttore editoriale della Parenti a proposito di una prefazione di Falconi:

“…Rossi cercò di venire incontro a De Vita – anche se puntualizzò che non era disposto a ‘farsi rivedere le bucce da nessun comunista’- impegnandosi a chiedere a Falconi di togliere almeno il riferimento al’triangolo della morte’, anche se riteneva che sarebbe stato opportuno ricordare gli assassini politici nella Romagna rossa…” (pag.148).

Una piccola soddisfazione, infine, sia concessa: nel settimo capitolo si parla di “Ernesto Rossi e il Partito Radicale”.

“…Tuttavia, proprio negli ultimi mesi della sua vita, Rossi si riavvicinò al PR aderendo alle iniziative di Marco Pannella in favore del divorzio – argomento al quale fu dedicata una delle tavole rotonde del Movimento Gaetano Salvemini – e per la proclamazione del 1967 come ‘anno anticlericale’…” (pagg.161-162); e si ricorda l’adesione di Rossi alla Lega Italiana per l’Istituzione del Divorzio (LID) e un suo intervento ospitato su Agenzia Radicale (“Un contratto e non un sacramento”). E qualche pagina dopo si osserva che il non esser riuscito a cogliere

“…un seppur lieve cambiamento nell’aooroccio politico della Chiesa (papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, ndr) rappresentava un’avvisaglia dello scollamento finale nella battaglia anticlericale di Rossi, che avrebbe acuito il suo isolamento e che trovò un compagno di viaggio solo nelle battaglie del Partito Radicale capitanato da Marco Pannella…”.

Vero: Rossi non ha particolare fiducia e non dà particolare credito al “papa buono” e al concilio. Diffida del Vaticano, della Chiesa cattolica, al punto di temere che il presidente cattolico John F.Kennedy possa diventare uno straordinario e potentissimo strumento in mano al Vaticano (poi modificherà questo giudizio, sostenendo che comunque l’elezione di Richard Nixon sarebbe stata una iattura). Questa diffidenza, questa mancanza di fiducia è sufficiente per sostenere che si tratta di un’avvisaglia “dello scollamento finale della battaglia di Rossi”? Ad ogni modo, si riconosce – e non è davvero poco – che gli unici compagni di viaggio (è troppo parlare di “eredità” politica?) sono i radicali di Pannella.

E’ un “miracolo” editoriale questo libro; colma, come scrive Alessandro Figà Talamanca, presidente della Fondazione Rossi-Salvemini, “una lacuna storiografica particolarmente avvertita non solo dagli studiosi che si sono occupati direttamente di Rossi, ma anche, in generale, dagli studiosi dell’Italia contemporanea”. E’ un “miracolo” aver trovato, in questa Italia conformista anche nel campo editoriale (e che ormai tratta i libri come se fossero mele e pere destinate ai fruttivendoli), un editore che ha pubblicato questo saggio; che, al di là dei lievi punti dissensi, è opera meritoria, frutto di un paziente e certosino lavoro di analisi e studio di carte, documenti, lettere, appunti in larga misura inediti e comunque poco conosciuti.

“…E’ il momento di risvegliarci noi laici per diofendere quei valori della civiltà moderna che sono messi in grave pericolo dal clericalismo, invadente ormai in tutti i settori della vita civile…” scrive Rossi a T.R.Castiglione. E’ il 1 luglio 1957. Cinquant’anni dopo queste parole non hanno perso nulla della loro attualità. Il libro di Simonetta Michelotti ci “racconta” tante cose che molti certamente non conoscono, e che tanti – pur conoscendole – rischiano di smarrirne la memoria. Non bisogna lasciarselo sfuggire, e nel caso la libreria solita ne sia sprovvisto: Rubettino editore, 88049 Soveria Mannelli, viale Rosario Rubbettino 10, http://www.rubbettino.it

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