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Sunday, 4 March , 2007 / tarmes

Le staminali che non ti aspetti


Riporto un articolo apparso nel numero di marzo di “Le Scienze”, edizione italiana di Scientific American. Emblematico soprattutto nell’evidenziare il modo in cui si fa ricerca negli Stati Uniti e in Inghilterra…

Dopo sette anni di ricerche, dall’intuizione di un giovane ricercatore italiano arriva una scoperta che potrebbe imprimere una svolta alla medicina rigenerativa

«La sorpresa è stata scoprire nel liquido amniotico non solo cellule da espandere in vitro, ma cellule con caratteristiche simili alle staminali». A parlare è Paolo De Coppi, ricercatore padovano di 35 anni, primario di chirurgia pediatrica al Great Ormond Street di Londra e primo firmatario dell’articolo pubblicato in gennaio da «Nature Biotechnology» che ha annunciato la scoperta di cellule staminali derivate dal liquido amniotico. Volevo trovare un’alternativa alla chirurgia fetale per curare gravi malformazioni congenite. Ho pensato che nel liquido amniotico dovessero essere presenti cellule da poter prelevare prima della nascita, espandere e usare nel neonato. E ho trovato chi ha creduto e investito nella mia idea».
Il primo è stato Anthony Atala, senior researcher e direttore dell’Istituto di medicina rigenerativa della Wake Forest Univerity, nel North Carolina, che ha coordinato la ricerca in collaborazione con la Harvard University.

Ci sono voluti sette anni di lavoro prima di arrivare alla pubblicazione…

«Volevamo essere sicuri di aver veramente scoperto un nuovo tipo di cellule staminali con caratteristiche vantaggiose per eventuali applicazioni terapeutiche. Avevamo trovato queste cellule, le AFS (da Amniotic Flnid-derived Stern celi) già nel 2001, isolandole dal liquido di scarto delle amniocentesi, dalle membrane e dalla placenta dopo il parto. Avevamo notato che le AFS, circa l’uno per cento delle cellule amniotiche, avevano caratteristiche di staminalità intermedie, perchè esprimono dei marcatori, proteine di superficie, simili sia a quelli delle cellule staminali embrionali sia a quelli delle cellule adulte. Tuffi questi anni sono serviti per dimostrare in via definitiva che si tratta di staminali a tutti gli effetti e che sono potenzialmente utilizzabili per riparare tessuti danneggiati da traumi o malattie.

Una svolta nella medicina rigenerativa.

«Queste cellule hanno caratteristiche molto promettenti: sono facili da ottenere e da coltivare, si duplicano in 36 ore senza bisogno di cellule nutrici e restano stabili a lungo; non pongono problemi etici e hanno le stesse fumzionalità di riparazione delle staminali embrionali, ma con il vantaggio che, una volta iniettate nell’animale, non provocano tumori. Abbiamo dimostrato che nei topi possono rigenerare tessuto nervoso e osseo. E abbiamo dimostrato in vitro che queste staminali si differenziano nei principali tessuti di origine embrionale, come le cellule adipose, ossee, muscolari, endoteliali, neuronali ed epatiche. In quest’ultime si è ottenuta, inoltre, la secrezione di urea».

Quando è andato negli Stati Uniti aveva appena 28 anni, ma le hanno dato fiducia anche se era così giovane.

«Credo di essere stato ascoltato proprio perché ero giovane e pieno di voglia di studiare. All’estero investono soprattutto in ricercatori che hanno una carriera davanti, non alle spalle, mentre altrove si preferisce puntare su ciò che già risulta promettente. È prima di tutto una questione di mentalità.

Perché a Boston sì e in Italia no?

«Ad Harvard, come in tutti i centri di ricerca degli Stati Uniti, c’è la possibilità di investire milioni di dollari su idee molto a rischio, e quindi anche su progetti che non avranno sbocco. Si fa il conto: è sufficiente che uno studio su dieci porti a risultati come quelli che abbiamo ottenuto con le staminali, e saranno ripagati anche gli altri nove. Harvard, poi, è un luogo in cui interessa scambiare idee e fare ricerca, e questa è una logica difficile da trovare in Italia».

Che cosa si aspetta dal suo studio?

«Mi auguro che un giorno queste cellule possano servire a guarire un malato, e che l’attenzione che hanno ricevuto dalla comunità scientifica e dai media possa servire anche come incoraggiamento a quei ricercatori che lavorano, studiano, magari faticano a ottenere risultati, e proprio per questo, se non riescono a sbarcare il lunario, si arrendono».

Veniamo alle staminali embrionali: qual è la sua posizione sulla ricerca in questo campo?

«La ricerca deve continuare. Io per scelta personale non le uso, ma è importante continuare la ricerca anche su quelle cellule che consentono di fare studi sulla patogenesi delle malattie. Dal punto di vista scientifico, non si possono fare confronti tra le cellule amniotiche e quelle embrionali, perché non sono ancora stati condotti esperimenti di comparazione tra i due tipi di staminali. Il mio lavoro dimostra che le cellule amniotiche potrebbero avere potenzialità terapeutiche interessanti, ma è tutto da confermare attraverso lavori futuri. Le promesse sono per i danni del sistema nervoso, in particolare le lesioni del midollo spinale, il diabete, l’Alzheimer e l’infarto».

Come prosegue adesso il lavoro sulle cellule staminali amniotiche?

«Ora la ricerca continua negli Stati Uniti su animali più grandi, come maiali, scimpanzé, pecore, per verificare che le cellule staminali amniotiche generino tutti i tessuti. Oltre che alla Wake Forest University, la ricerca procede sulle applicazioni nel tessuto renale al Children’s Hospital di Los Angeles, dove se ne stanno occupando Roger De Filippo e Laura Perin. A Londra invece si sta studiando l’impiego di queste cellule per il tessuto intestinale».

A quando le sperimentazioni sull’uomo?

«Non sappiamo quanto ci vorrà per arrivare alle sperimentazioni cliniche: servono tempo e risorse, anche economiche. L’impiego terapeutico sull’uomo potrebbe arrivare tra cinque, sei anni. Negli Stati Uniti si stanno creando banche del liquido amniotico sia per uso autogeno sia per il trapianto allogenico. Si stima che 100.000 di queste cellule potrebbero supplire alle necessità del 99 per cento dei cittadini statunitensi, con perfetta compatibilità genetica.»

Lei non è un cervello in fuga: attualmente è “in prestito” per tre anni a Londra.

«La mia intenzione è rientrare in Italia. Dopo la laurea in medicina all’Università di Padova, nel 1997, sono stato per un anno in Olanda. Quindi, dal 2000 al 2002, a Boston, dove ho incontrato Anthony Atala ed è iniziata quest’avventura. Ora vivo con mia moglie e le nostre due bambine a Londra, ma sono un chirurgo pediatra, e tra due anni conto di tornare a casa. Del resto Io faccio già ogni mese, perché le mie ricerche proseguono anche presso l’Azienda Ospedaliera/Università di Padova. Qui l’impegno sulle staminali amniotiche segue due filoni principali: nel midollo osseo e nel muscolo scheletrico, cardiaco e liscio.»

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