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Sunday, 11 March , 2007 / ermes

“La ricerca non ha fine”


karl-raimund-popper.jpgCome non ricordare in questi giorni così pieni di vuoto, in questi anni così abbandonati a dogmatismi e provincialismi, come evitare di richiamare in Italia la gigantesca figura umana e filosofica di Karl Raimund Popper? A fronte di una politica bloccata da estremismi integralistici bianchi, rossi, verdi, neri… a fronte di classi dirigenti votate allo sperpero intellettuale ed economico, dedite alla diuturna creazione di nuove plebaie in perenne attesa e consumo di cattivo pane e giochi circensi – è la domenica pomeriggio la cloaca maxima dei palinsesti televisivi nostrani -, a fronte di tale scempio delle sacre intelligenze individuali, delle singolarità dei carismi di ognuno di noi, dei nostri fratelli e madri e padri… a fronte delle vagonate di demagogia e populismo, temibilissime anticipazioni di nuovi e più stringenti fasci delle menti e dei corpi… forse solo la parola ragionata, forse soltanto l’argomentazione limitata, pragmatica, modesta… Riporto di seguito le prime due pagine di una delle opere più incredibili del pensatore austro-britannico. Opere a lungo misconosciute o ignote del tutto nel Belpaese: basti pensare che “La società aperta e i suoi nemici” e “La miseria dello storicismo” hanno dovuto attendere tre decenni per trovare traduzioni nella lingua di Giordano Bruno e Cesare Beccaria, da sempre saccheggiata da mille eppoi mille consorterie e tifoserie corporative.

What to leave out and what to put in? That’s the problem.
[Che cosa tralasciare e su che cosa soffermarsi? Questo è il problema.]
Hugh Lofting, Doctor Dolittle’s Zoo

1. Onniscienza e fallibilità

Avevo vent’anni quando fui accolto come apprendista da un anziano ebanista di Vienna, il cui nome era Adalbert Posch. Con lui lavorai dal 1922 al 1924, a pochi anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Egli assomigliava perfettamente a Georges Clemenceau, ma era un uomo assai mite e gentile. Una volta guadagnatami la sua fiducia, mi avrebbe offerto sovente, quando restavamo soli nel suo laboratorio, il beneficio della sua inesauribile dovizia di conoscenze. Un giorno mi disse di aver lavorato per tanti anni a vari modelli di una macchina del moto perpetuo, soggiungendo, pensieroso:
«Dicono che è impossibile costruirla; ma una volta costruita, parleranno diversamente!» (…). Uno fra i suoi modi di fare preferiti consisteva nel pormi una domanda storica, alla quale rispondeva egli stesso quando accadeva che io non sapessi la risposta (ancorché io, suo allievo, fossi uno studente universitario — un fatto di cui andava molto orgoglioso). «E sa lei — mi chiedeva — chi ha inventato gli stivali con risvolto? Non lo sa? E’ stato Wallenstein, il Duca di Friedland, durante la Guerra dei Trent’ anni». Dopo ancora una o due domande, anche più difficili, poste da lui medesimo e alle quali egli stesso rispondeva trionfante, il mio principale diceva poi, con una leggera vena di orgoglio: «Ecco, lei può chiedermi tutto ciò che vuole: Io so tutto» (…).
Sulla teoria della conoscenza credo di aver imparato più dal mio caro maestro onnisciente Adalbert Posch che da qualunque altro dei miei insegnanti. Nessuno fece così tanto per rendermi un discepolo di Socrate. Fu infatti il mio maestro a insegnarmi non solo che era tanto poco quel che sapevo, ma anche che ogni sapienza alla quale io potessi aspirare sarebbe consistita in nient’altro che nel prendere più coscienza dell’infinità della mia ignoranza.
Questi ed altri pensieri, appartenenti al campo dell’epistemologia, tenevano occupata la mia mente mentre lavoravo a una scrivania. In quel periodo avevamo una cospicua ordinazione di trenta scrivanie intarsiate di mogano, con molti, molti cassetti. Temo che la qualità di alcune di queste scrivanie, e specialmente della loro lucidatura, abbia sofferto tremendamente della mia preoccupazione per l’epistemologia. Ciò fece capire al mio maestro, e ne fui io stesso convinto, che io ero troppo ignorante e fallibile per questo tipo di lavoro. Così decisi che, completato l’apprendistato nell’ottobre del 1924, avrei dovuto cercare qualcosa di più facile che fare scrivanie di mogano. Per un anno lavorai come assistente sociale tra i bambini abbandonati, cosa che avevo fatta anche prima, trovandola assai difficile. Poi, dopo altri cinque anni che dedicai per lo più allo studio e a scrivere, mi ammogliai e mi sistemai felicemente come insegnante. Questo accadeva nel 1930.
In quel tempo non avevo nessun’altra ambizione professionale che quella dell’insegnamento, quantunque ne fossi già un po’ stanco dopo la pubblicazione della mia Logik der Forschung, sul finire del 1934. Mi ritenni pertanto assai fortunato quando, nel 1937, ebbi l’opportunità di lasciare l’insegnamento per diventare un filosofo di professione. Ero sui trentacinque, e pensavo di aver finalmente risolto il problema di come poter lavorare su di una scrivania ed insieme preoccuparmi dell’epistemologia.

(Karl Raimund Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Roma: Armando editore, 2002 – pp. 19-20)

12 Comments

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  1. ermes / Mar 11 2007 7:41 PM

    Logik der Forschung sta per Logica della scoperta scientifica [N.d.e.]

    P.s.: “N.d.e.” sta per “Nota di ermes”…

    P.p.s.: La stessa Logik trova traduzione solo nel 1970… trentacinque anni di vuoto pneumatico, mentre il mondo (forse) cambiava!

  2. ermes / Mar 11 2007 7:59 PM

    Ma daaaaaaaaai, ho firmato il mio cinquantesimo articolo su abeona riportando un passo di Popper… Alè alèèèèèèèèèèèèèèèè!

  3. ermes / Mar 14 2007 2:27 PM

    La miseria e La società aperta furono la mia fatica di guerra. Pensavo che la libertà potesse ancora una volta diventare un problema centrale, soprattutto per la rinnovata influenza del marxismo e di una «pianificazione» (o «dirigismo») su vasta scala. Per tale ragione questi libri furono intesi come una difesa della libertà contro le idee totalitarie e autoritarie ed anche come un ammonimento contro i pericoli delle superstizioni storicistiche. Entrambi i libri, e in modo particolare La società aperta (indubbiamente il più importante fra i due), possono essere considerati come libri di filosofia della politica.
    Entrambi scaturirono dalla teoria della conoscenza della Logik der Forschung e dalla mia convinzione che le nostre concezioni, spesso inconsce, sulla teoria della conoscenza e sui suoi problemi centrali («Che cosa possiamo conoscere?», «Fino a che punto la nostra conoscenza è certa?») sono decisivi per il nostro atteggiamento riguardo a noi stessi e alla politica.
    Nella Logik der Forschung avevo cercato di dimostrare che la nostra conoscenza progredisce per tentativi ed eliminazione degli errori, e che la differenza principale tra la crescita prescientifica del sapere e quella scientifica consiste nel fatto che a livello scientifico noi andiamo consapevolmente alla ricerca dei nostri errori: l’adozione cosciente del metodo critico diventa il principale strumento di crescita della conoscenza scientifica. Credo che già a quel tempo fossi ben consapevole che il metodo critico — ovvero l’approccio critico — consiste, generalmente, nella ricerca delle difficoltà o contraddizioni e nel tentativo di risolverle, e che questo approccio può trovare applicazione ben oltre la scienza (…)
    Ne La società aperta rilevavo che il metodo critico, pur usando i controlli ogni volta che sia possibile, e preferibilmente controlli pratici, può essere generalizzato in quello che chiamavo atteggiamento critico o razionale. Sostenevo che uno dei migliori sensi di «ragione» e «ragionevolezza» era l’apertura alla critica — disponibilità ad essere criticati e desiderio di criticare se stessi —; e cercavo di dimostrare che questo atteggiamento critico di ragionevolezza doveva essere esteso il più possibile. Suggerivo che la richiesta di estendere il più possibile l’atteggiamento critico venisse indicata come «razionalismo critico», un suggerimento che fu in seguito raccolto da Adrienne Koch e da Hans Albert.
    In questo atteggiamento è implicita la presa d’atto che noi dovremo sempre vivere in una società imperfetta. E ciò non solo perché anche le persone migliori sono assai imperfette; e neanche perché, come è naturale, noi facciamo spesso degli errori per il fatto di non sapere abbastanza. Ancor più importante di queste due ragioni è il fatto che esistono sempre insolubili conflitti di valori: ci sono molti problemi morali insolubili perché i principi morali possono essere fra loro in conflitto.
    Non può esistere alcuna società umana senza conflitti: una siffatta società sarebbe una società non di amici ma di formiche. Supposto anche che la si potesse ottenere, ci sarebbero sempre valori umani della massima importanza che verrebbero distrutti dal conseguimento di una simile società, e che dovrebbero quindi impedirci di cercarne la realizzazione. E’ certo, d’altro canto, che dovremmo cercare di ridurre il conflitto. Già qui abbiamo dunque un esempio di conflitto di valori o principi. Questo esempio, inoltre, sta a dimostrare che i conflitti di valori e principi possono essere fecondi, e perfino essenziali, per una società aperta.
    Uno dei principali argomenti de La società aperta è diretto contro il relativismo morale. Il fatto che i valori o principi morali possano entrare fra loro in conflitto non li invalida. I valori o principi morali possono essere scoperti, e perfino inventati. In una data situazione possono essere rilevanti, mentre in altre situazioni possono essere irrilevanti. Possono essere accessibili a certe persone e inaccessibili ad altre. Ma tutto ciò è affatto diverso dal relativismo ossia dalla dottrina secondo la quale si può difendere qualsiasi complesso di valori.

    (Karl Raimund Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Roma: Armando editore, 2002 – pp. 131-132)

  4. ermes / Mar 26 2007 4:27 PM

    Fu durante gli ultimi terribili anni della guerra, probabilmente nel 1917, al tempo in cui soffersi di una lunga malattia, che mi resi conto molto chiaramente di ciò di cui mi ero pienamente convinto ormai da parecchio tempo: che nelle nostre famose scuole secondarie austriache (dette «Gymnasium» e — horribile dictu — «Realgymnasium») stavamo scandalosamente sprecando il nostro tempo, quantunque i nostri insegnanti avessero una buona formazione e cercassero con tutte le loro forze di fare delle scuole le migliori del mondo. Che molto del loro insegnamento fosse estremamente noioso — ore ed ore di tortura disperata — non mi era nuovo. (Essi mi hanno immunizzato: da allora non ho mai più sofferto la noia. A scuola era possibile essere scoperti se si pensava a qualcosa che non era in rapporto con la lezione: si era costretti a stare attenti. In seguito, però con un conferenziere noioso fu possibile intrattenersi coi propri pensieri). C’era solo una materia in cui avevamo un insegnante interessante e veramente ispiratore. La materia era la matematica. e il nome dell’insegnante era Philipp Freud (non so se fosse un parente di Sigmund Freud). Ma quando rientrai a scuola, dopo una malattia durata più di due mesi, trovai che la mia classe non aveva fatto proprio nessun progresso, nemmeno in matematica. Questo fatto mi aprì gli occhi: mi rese impaziente di lasciare la scuola.
    Il crollo dell’impero austriaco e le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, la carestia, i tumulti a causa della fame a Vienna, e l’inflazione galoppante, sono stati descritti molte volte. Avevano distrutto il mondo in cui ero cresciuto; ed era cominciato un periodo di guerra civile fredda e calda che si concluse con l’invasione dell’Austria da parte di Hitler, e che portò poi alla Seconda Guerra Mondiale. Quando la guerra finì, io avevo già superato i sedici anni, e la rivoluzione mi incitò a mettere in atto la mia rivoluzione personale. Decisi di abbandonare la scuola, sul finire del 1918, e di studiare per conto mio. Mi iscrissi all’Università di Vienna dove fui, all’inizio, uno studente non-immatricolato, perché non avevo dato l’esame di ammissione («Matura»), fino al 1922, quando fui immatricolato come studente. Non c’erano borse di studio, ma la tassa di iscrizione all’Università era solo nominale. Ed ogni studente poteva seguire qualsiasi corso di lezioni.
    Era un periodo di sconvolgimenti, benché non solo politici. Io ero abbastanza vicino da sentire le pallottole fischiare quando, in occasione della proclamazione della Repubblica Austriaca, i soldati cominciarono a sparare sui membri del Governo Provvisorio riuniti in cima alle scale che portano al palazzo del Parlamento. (Questa esperienza mi indusse a scrivere un articolo sulla libertà). C’era poco da mangiare; e per vestire, generalmente potevamo disporre soltanto delle uniformi smesse dell’esercito, adattate ad uso civile. Pochi di noi pensavano seriamente a una carriera — non ce n’erano (ad eccezione, forse, che in banca; ma l’idea di una carriera in banca non mi è mai passata per la testa). Noi non studiavamo per una carriera, ma giusto per studiare. Studiavamo; e discutevamo di politica.

    (Karl Raimund Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Roma: Armando editore, 2002 – pp. 44-45)

  5. ermes / Mar 26 2007 4:39 PM

    Io divenni membro dell’associazione degli studenti socialisti delle scuole secondarie (sozialistische Mittelschuler) e partecipai alle loro riunioni. Partecipai anche alle riunioni degli studenti universitari socialisti. In queste riunioni, gli oratori erano ora del partito socialdemocratico ora del partito comunista. Le loro convinzioni marxiste erano in quel tempo assai simili. E tutti insistevano, giustamente, sugli orrori della guerra. I comunisti sostenevano di aver dimostrato il loro pacifismo in Russia, terminando la guerra, a Brest-Litovsk. La pace, dicevano, era ciò che per loro contava prima di tutto. In quel particolare momento essi non erano soltanto per la pace, ma, almeno nella loro propaganda, anche contro ogni violenza «non necessaria». (…) Per due o tre mesi circa mi considerai comunista.
    Ma ne fui presto disincantato. L’incidente che mi mise contro il comunismo, e che presto mi portò lontano dal marxismo in generale, fu uno degli avvenimenti più importanti della mia vita. Accadde poco prima del mio diciassettesimo compleanno. A Vienna partirono dei colpi durante una dimostrazione di giovani socialisti disarmati, i quali, istigati dai comunisti, cercavano di aiutare a fuggire alcuni comunisti che erano in stato di arresto nell’ufficio centrale di polizia a Vienna. Alcuni giovani operai socialisti e comunisti rimasero uccisi. Fui inorridito e colpito dalla brutalità della polizia, ma anche da me stesso. Pensavo infatti che come marxista portavo parte della responsabilità della tragedia — almeno in linea di principio. La teoria marxista esige che la lotta di classe venga intensificata, per affrettare l’avvento del socialismo. La tesi marxista è che, benché la rivoluzione possa richiedere alcune vittime, il capitalismo fa ancor più vittime dell’intera rivoluzione socialista.
    Quella era la teoria marxista — parte del cosiddetto «socialismo scientifico». E ora io mi chiedevo se un simile calcolo potesse basarsi sulla «scienza». L’intera esperienza, e specialmente questo interrogativo, produsse in me un improvviso mutamento di sentimenti, che durò poi tutta la vita.
    Il comunismo è un credo che promette l’avvento di un mondo migliore. Dice di basarsi sulla conoscenza: conoscenza delle leggi dell’evoluzione storica. Io speravo ancora in un mondo migliore, in un mondo meno violento e più giusto, ma mi domandavo se io conoscessi veramente — se quel che io pensavo che era conoscenza non fosse piuttosto una mera pretesa. Naturalmente avevo letto un po’ di Marx ed Engels — ma l’avevo capito veramente? L’avevo esaminato criticamente, come dovrebbero fare tutti prima di accettare un credo che giustifica i propri mezzi in base a un fine piuttosto remoto?
    Io fui scosso dal fatto di dover ammettere davanti a me stesso che non solo avevo accettato alquanto acriticamente una teoria complessa, ma che effettivamente avevo notato anche parecchio di quel che v’era di sbagliato, sia nella teoria che nella prassi del comunismo. Ma questo lo avevo represso — in parte per lealtà verso i miei amici, in parte per lealtà alla «causa», e in parte perché c’è un meccanismo per cui uno viene sempre più profondamente coinvolto: una volta che si è sacrificata la propria coscienza intellettuale in un punto di minore importanza, non si cambia rotta troppo facilmente; si vuoi giustificare l’autosacrificio convincendo se stessi della fondamentale bontà della causa, che si considera più importante di qualsiasi piccolo compromesso, morale o intellettuale, che può essere richiesto. Con tutti questi sacrifici morali e intellettuali uno viene sempre più profondamente coinvolto. Si giunge così ad essere disposti a consolidare con nuovi investimenti i propri investimenti morali o intellettuali nella causa. E come se si volesse investire il denaro buono a sostegno di quello falso.
    Mi accorsi di come questo meccanismo aveva agito nel mio caso e ne fui inorridito. Vidi la stessa cosa anche in altri, specialmente nei miei amici comunisti. E l’esperienza mi permise di capire, in seguito, tante cose che altrimenti non avrei capito.
    Avevo accettato acriticamente. dogmaticamente. un credo pericoloso. La reazione mi rese in un primo tempo scettico; poi mi portò a reagire ancorché solo per brevissimo tempo, contro ogni razionalismo. (Come più tardi constatai, questa è una reazione tipica di un marxista deluso).
    A diciassette anni ero diventato un anti-marxista. Mi ero reso conto del carattere dogmatico del credo e della sua incredibile arroganza intellettuale. Era una cosa terribile arrogarsi un tipo di conoscenza secondo cui sarebbe un dovere porre a rischio la vita di altre persone per un dogma accettato acriticamente o per un sogno che sarebbe potuto risultare irrealizzabile. Ciò era particolarmente brutto per un intellettuale, per uno che sapeva leggere e pensare. Fu tremendamente deprimente il fatto d’esser caduto in una simile trappola.
    Una volta che ebbi considerato la cosa criticamente, le lacune e le scappatoie e le incoerenze della teoria marxista divennero ovvie. Prendiamo il suo punto centrale riguardo alla violenza, alla dittatura del proletariato: chi era il proletariato? Lenin Trotsky, e gli altri leaders? I comunisti non avevano mai costituito una maggioranza. Non avevano conquistato la maggioranza nemmeno tra gli operai delle fabbriche. In Austria erano certamente una piccola minoranza, e sembrava che fosse la stessa cosa dappertutto.
    Mi ci vollero alcuni anni di studio prima di sentirmi in qualche modo sicuro d’aver colto il nocciolo dell’argomento marxiano. Esso consiste in una profezia storica, combinata con un appello implicito alla seguente legge morale: Aiuta a provocare l’inevitabile! Ma nemmeno allora intesi pubblicare la mia critica a Marx, che l’anti-marxismo era in Austria ancor peggio del marxismo: dato che i socialdemocratici erano marxisti, l’anti-marxismo era pressoché identico a quei movimenti autoritari che più tardi furono chiamati fascisti. Naturalmente ne parlai coi miei amici. Ma non fu che sedici anni più tardi, nel 1935. che cominciai a scrivere sul marxismo con l’intenzione di pubblicare ciò che scrivevo. Come risultato ne uscirono fuori due libri, tra il 1935 e il 1943 — The Poverty of Historicism e The Open Society and Its Enemies.
    Ma nel periodo di cui ora sto parlando (deve essere stato nel 1919 o nel 1920) una delle cose che mi disgustarono fu la presunzione intellettuale di alcuni miei amici e colleghi studenti marxisti che prendevano quasi per sicuro che essi sarebbero stati i futuri leaders della classe lavoratrice. Sapevo che non possedevano alcuna capacità intellettuale speciale. Tutti potevano appellarsi ad una certa conoscenza della letteratura marxista — anche se proprio non completa, e certamente non critica. Della vita di un lavoratore manuale, la maggior parte di loro ne sapeva meno di quanto ne sapessi io. (Io, almeno, durante la guerra avevo lavorato per alcuni mesi in un’officina). Reagii energicamente contro questo atteggiamento. Mi rendevo conto che noi eravamo grandemente privilegiati in quanto avevamo la possibilità di studiare — immeritatamente, invero —, e così decisi di cercar di diventare un lavoratore manuale. Decisi pure di non cercar mai alcuna influenza nella politica di partito.
    In effetti feci vari tentativi per diventare un lavoratore manuale. Il secondo tentativo fallì perché non avevo la forza fisica necessaria per sfondare col piccone, per giorni e giorni di seguito, il manto di cemento delle strade. Il mio ultimo tentativo fu quello di diventare un ebanista. Dal punto di vista fisico non richiedeva molto, ma il guaio era che certe idee speculative che mi interessavano interferivano nel mio lavoro.
    (…)
    Per diversi anni rimasi socialista, anche dopo il mio ripudio del marxismo; e se ci fosse stato qualcosa come un socialismo combinato con la libertà individuale, sarei ancor oggi un socialista. E, infatti, non potrebbe esserci niente di meglio che vivere una vita modesta, semplice e libera in una società egalitaria. Mi ci volle un po’ di tempo per riconoscere che questo non era nient’altro che un sogno meraviglioso; che la libertà è più importante dell’uguaglianza; che il tentativo di attuare l’uguaglianza è di pregiudizio alla libertà; e che se va perduta la libertà, tra non liberi non c’è nemmeno uguaglianza.

    (Karl Raimund Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Roma: Armando editore, 2002 – pp. 45-49)

  6. ermes / Mar 26 2007 4:42 PM

    L’incontro col marxismo fu uno dei principali eventi del mio sviluppo intellettuale. Mi insegnò tante di quelle lezioni che non ho mai più dimenticato. Mi insegnò la sapienza del detto socratico: «lo so di non sapere». Mi rese fallibilista, e impresse in me il valore della modestia intellettuale. E mi fece sommamente consapevole delle differenze esistenti tra pensiero dogmatico e pensiero critico.
    Paragonato a questo incontro, il tipo alquanto simile dei miei incontri con la «psicologia individuale» di Alfred Adier e con la psicoanalisi freudiana — che avvennero più o meno contemporaneamente (tutto ciò accadde nel 1919) — fu di minore importanza.
    Considerando quell’anno retrospettivamente. mi stupisce che in così breve tempo possano accadere tante cose nell’evoluzione intellettuale di una persona. Nel medesimo tempo, infatti, studiai Einstein; e questi esercitò l’influenza dominante sul mio pensiero — a lungo andare, forse, l’influenza più importante di tutte. Nel maggio del 1919, le predizioni dell’eclisse da parte di Einstein furono controllate con successo da due spedizioni britanniche. Con questi controlli venne improvvisamente alla ribalta una nuova teoria della gravitazione e una nuova cosmologia, e non solo come una mera possibilità, ma come un reale miglioramento rispetto a Newton — una maggiore approssimazione alla verità.
    (…)
    Il generale riconoscimento della verità della teoria newtoniana era ovviamente il risultato dell’incredibile successo della medesima, culminato nella scoperta del pianeta Nettuno. Il successo fu così impressionante perché (come io ho precisato in seguito) la teoria di Newton corresse ripetutamente il materiale empirico che si proponeva di spiegare. Eppure, a dispetto di tutto ciò Einstein riuscì a produrre un’alternativa reale e, sembrava, una teoria migliore, senza attendere nuove esperienze. Come lo stesso Newton, anch’egli predisse nuovi effetti nell’ambito (ed anche fuori) del nostro sistema solare. Ed alcune di queste predizioni, messe alla prova, si erano ora dimostrate esatte.
    (…)
    Ma quel che più mi impressionò fu la chiara affermazione di Einstein che egli avrebbe considerato la sua teoria insostenibile ove avesse dovuto fallire in certi controlli. Così scrisse, ad esempio: «Se non dovesse esistere lo spostamento verso il rosso delle linee spettrali dovute al potenziale gravitazionale, la teoria generale della relatività sarebbe allora insostenibile» .
    Qui c’era un atteggiamento completamente differente dall’atteggiamento dogmatico di Marx, Freud, Adler, e quello ancor più dogmatico dei loro seguaci. Einstein era alla ricerca di esperimenti cruciali, il cui accordo con le sue predizioni avrebbe senz’altro corroborato la sua teoria; mentre un disaccordo, come fu egli stesso a ribadire, avrebbe dimostrato che la sua teoria era insostenibile.
    Sentivo che era questo il vero atteggiamento scientifico. Era completamente differente dall’atteggiamento dogmatico, che continuamente affermava di trovare «verificazioni» delle sue teorie preferite.
    Giunsi così, sul finire del 1919, alla conclusione che l’atteggiamento scientifico era l’atteggiamento critico, che non andava in cerca di verificazioni, ma bensì di controlli cruciali; controlli che avrebbero potuto confutare la teoria messa alla prova, pur non potendola mai confermare definitivamente.

    (Karl Raimund Popper, La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale, Roma: Armando editore, 2002 – pp. 49-51)

  7. Armando editore / Mar 26 2007 8:38 PM

    La informo che la trascrizione dei testi è soggetta alle leggi sul copyright, pertanto non può eccedere le 450 battute. Certo di un Suo provvedimento in merito alla pubblicazione morosa del testo, La ringrazio per l’attenzione e Le rivolgo i più distinti saluti.

    Armando Editore (e scuuus!)

  8. ermes / Mar 26 2007 11:04 PM

    Scusato pure, Arma’…

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