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Monday, 19 March , 2007 / ermes

Come si continua a morire


Di seguito un articolo a firma Gian Antonio Stella, apparso sul Corriere della Sera dello scorso 14 marzo 2007. Io son fermamente convinto, e non credo sia solo questione di impressioni, sensazioni, personalissimo sguardo su quanto mi circonda, che la lotta per “sopravvivere” di enormi quantità di persone in Italia, la “vita vera” in tanta parte del nostro Paese, sia incredibilmente impregnata di una profonda e tristissima drammaticità, solo a stento percepibile fintantoché non la si sperimenti sul proprio corpo. Una realtà nascosta, sotterranea, che talvolta capita di toccare con mano, ma che per chiaro processo psicologico (fuggire il dolore, scappare il ricordo che fa male) rimuoviamo subitaneamente, ora dopa ora, secondo dopo secondo.

Dico che bisogna essere uno studente universitario violentato dalla povertà intellettuale dei luoghi e delle anime vagolanti dell’accademia italiana, per comprendere l’abisso in cui strapiombano ogni giorno migliaia di intelligenze. Ritengo che si debba aver investito un pugno di soldi, frutto di risparmi di un’intera esistenza, in un fondo d’improvviso e senza spiegazioni fallito, per giungere a toccare l’assurda nerità del paludoso sistema bancario nostrano… fonte di distruzioni, creatore di usure. Soltanto vivendo le periferie napoletane o palermitane o baresi… Soltanto se si è finiti nelle maglie kafkiane del mondo della giustizia italica, si percepisce sulla propria carne, sull’esistenza dei propri figli, la tragedia di processi eterni ed inutili, ormai preda di classi di dottori di un provincialismo da far spavento al sol minimo ascolto.

Forse sol quando si è coinvolti in prima persona nel gioco irresponsabile e pauroso di uno dei mille tentacoli del corpaccione, compatto e inscalfibile, dell’ordine giornalistico del Belpaese, si comincia a vedere appieno nella sua assurdità il ballo in maschera che condanna al riso chi vorrebbe sol piangere. Solo se si è omosessuale, e senti parlare mane e sera di te come la donna cannone, il nano circense, il fenomeno da baraccone che va vivisezionato (sezionato in vita), studiato, giustificato, amato, odiato, compreso… E’ quanto più si ama la religiosità e quel dialogo interiore (con sé, con Dio, il caso, la necessità…) che sorge dalla percezione del mistero che ci circonda, che tanto più ci si scandalizza della superficialità, della scontatezza e mediocrità con cui si occupano gli spazi radiotelevisivi con ogni starnuto che provenga dai vertici delle religioni costituite…

Penso che la donna oppressa e ridotta al silenzio da anni, se non decenni, potrebbe impartire ore e ore di lezioni sulla vacuità del blaterare, un giorno sì e l’altro pure, da parte dei massimi megafoni pubblici, della nobiltà della famiglia di pura razza italica. Quando non puoi neppure indicare sulla scheda il nome del tuo candidato, quando la lista è bloccata e decisa nelle stanze del monopartitismo di matrice mussoliniana… Credo che sol quando ci s’ammala, ci si abbatte e sfianca non solo nell’animo, ma anche nei reparti, nei viaggi della speranza, solo allora si rischia effettivamente d’impazzire, per sempre. Solo se si è così dipendenti dalla “boccata d’aria” che ti regala un’iniezione di eroina, che devi reincontrare ancora e sempre chi te la vende, e ti vende, solo se giorno e notte temi sia tagliata male… Solo se crepi come un cane, e hai gli avvoltoi addosso…

Ho usato categorie massime, somme, ho massimamente e sommamente banalizzato, è vero. Ma come dire, come altro dire lo strazio, la percezione e la denuncia di una realtà basata sulla spartizione delle vesti, sul proliferare senza freni né controlli di corporazioni autoreferenziali e medievali, ove non è regola di diritto, e bensì forza di prassi, non trasparenza, ma imbellettata forma, alla maniera delle corti che imperversarono un tempo a Versailles…

Il Sindaco non trova 736 euro per un funerale e Pirandello risorge

«Muoio al di sopra delle mie possibilità», sospirò Oscar Wilde, consegnando ai posteri uno dei suoi straordinari aforismi. Anche la si­gnora Antonina Longo è morta al di sopra delle sue possibilità. Dopo una vita di stenti, di quelle vite raccontate da Gesualdo Bufalino la cui madre si vide togliere il salu­to da una vicina di casa che l’accusava di averle restituito un uovo più piccolo di quello avuto in prestito, la povera vecchia era stata smistata dall’ospedale di Catania al nosocomio per lungodegenti di Ramacca, un paese di dieci­mila abitanti sulla strada per Caltagirone. E qui, incuran­te della burocrazia, è morta. Era il 29 gennaio scorso.

Non aveva calcolato, l’incauta, due cose. La prima è che Umberto Scapagnini, il sindaco, è un medico fenome­nale nel mantenere giovani i vivi (fu lui a certificare che Berlusconi è «sotto il profilo immunologico predisposto per l’immortalità») ma è meno portato per i defunti. La seconda è che il comune di Catania, nonostante l’aiutino deciso tempo fa dal governo del Cavaliere che arrivò a dirottare lì un pacco di soldi presi dai fondi dell’8 per mille per pagare i ballerini brasiliani portati a esibirsi sotto l’Etna per la gioia di Surama De Castro (la bella guagliona carioca che allietava allora il primo cittadino) è così inguaiato finanziariamente che sta tentando di ven­dersi pezzi pregiati del patrimonio edilizio anche contro i veti opposti dalla Sovrintendenza alle belle arti.

Fatto sta che la sventurata Antonina, morendo «fuori piazza» per scelte altrui, ha scatenato un tale conflitto burocratico che avrebbe in­cantato Luigi Pirandello. Il nipote Giuseppe Corrente, infatti, ha co­minciato a implorare il comune di Catania di provvedere, per carità cri­stiana, all’acquisto della bara e al tra­sporto della salma al cimitero del capoluogo perché la famiglia non era proprio in grado di pagare il funerale. E mica il funerale di lusso che ancora affascina la guapperia col carro anti­co monumentale tirato da dodici purosangue olandesi neri e preceduto da una banda di ottoni: loro non poteva­no pagare manco un funerale di terza classe. I servizi sociali confermavano: lui, il fratello e la madre Natala, sorella della morta, vivono «in stato di povertà in un monovano anti igienico in affitto».

Da allora, per un interminabile mese e mezzo, tra Ca­tania e Ramacca è stato tutto un traffico di carte, lettere, ingiunzioni, suppliche, dinieghi, precisazioni, timbri, bolli. Sintesi: «Perché dovremmo pagare noi che ce l’ave­te mandata voi?». «Perché dovremmo pagare noi se è morta là da voi?». E via così, per sei settimane. Mentre la defunta, meschina, se ne stava chiusa in un frigo ramacchese.

Intendiamoci: all’estero, in alcune culture primitive, i funerali vengono tirati in lungo anche di più. A Tanah Toraja, nell’isola indonesiana di Sulawesi, c’è un paesino dove le esequie possono durare anche degli anni. Anzi, più durano, più il morto aumenta nella considerazione dei posteri. Ogni tanto la famiglia chiama da ogni dove amici e parenti, ammazzano polli e maiali e piangono ancora una volta insieme il defunto, nella convinzione che fin quando il morto non viene sepolto non è del tutto morto: riposa. Lì è una questione di rispetto. Qui no, accusa l’opposizione di sinistra: qui le cose vanno in lun­go perché mancano 736 euro. Un pugno di spiccioli. Tan­to più per un comune che pochi anni fa, nei momenti dei lustrini, arrivò perfino a stendere una specie di pista sinte­tica sulla discesa dei Cappuccini, da piazza San Domeni­co a piazza Stesicoro. «Sciare, oh oh / cantare, oh oh oh oh…».

2 Comments

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  1. ermes / Apr 27 2007 9:00 AM

    Ho contemplato dalla luna, o quasi,
    il modesto pianeta che contiene
    filosofia, teologia, politica,
    pornografia, letteratura, scienze
    palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
    ed io tra questi. E tutto è molto strano.

    Tra poche ore sarà notte e l’anno
    finirà tra esplosioni di spumanti
    e di petardi. Forse di bombe o peggio,
    ma non qui dove sto. Se uno muore
    non importa a nessuno purché sia
    sconosciuto e lontano.

    (Eugenio Montale, Ho contemplato dalla luna, in Satura, 1971)

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  1. Ci sarà pure un giudice a Berlino? « Abeona forum

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