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Sunday, 1 April , 2007 / germes

Inferno


D’altronde bastarono cinque minuti perché il passante, assaggiando il vigore dell’odore dolciastro di fogne e di gasolio, muffa e immondizia, s’accorgesse di trovarsi, bolgia più bolgia meno, all’inferno, ove a pagare erano solo le anime candide; quelli che non sanno di avere diritti.

Dopo aver letto l’articolo, con lacrime di rabbia onoriamo, se ne siamo ancora capaci, la voce candidamente disperata di Mastro Lino, figlio della vecchia Teresa, madonna di questo osceno teatro. L’hanno crocifissa i canterini politicanti, mafiosi nel pensiero prima che nelle azioni: riconoscerli non è difficile; parlano sempre di diritto, valori, bene, giusto, come fossero oggetti neoticamente accessibili; ossia li vedono. Ne parlano senza vergogna: sentimento loro sconosciuto; ormai sepolto sotto cumuli di quotidiane menzogne. Buona lettura.

L’invalido sfrattato tre volte dagli abusivi

da Corriere della Sera on line del 30 marzo 2007
di Gian Antonio Stella
«Mastro Lino, in memoria di vostra madre un appartamento lo diamo a voi». Così gli dissero, svergognati, gli abusivi che avevano occupato la palazzina scavalcando il corpo della donna uccisa da un infarto per difendere l’alloggio popolare assegnato alla famiglia del figlio invalido. Gli occhi umidi, lui rispose di no: «Nella “mia” casa voglio entrare dalla porta principale». Due anni dopo, abita ancora nell’oscena topaia dove stava. E la «sua» casa, per la terza volta, rischia per sanatoria di finire ad altri.

Siamo a Pizzo Calabro, nel quartiere Castello, a pochi metri dal maniero aragonese in cui fu rinchiuso, processato e fucilato Gioacchino Murat, il marito di Carolina Bonaparte che Napoleone aveva messo sul trono di Napoli. Rione degradato, strade così strette che non ci passi con l’ombrello aperto, case diroccate, tetti sfondati. E odore di miseria. Quell’ odore dolciastro di fogne e gasolio, muffa e immondizia che hanno i «bassi» popolari di tutto il pianeta.
Michele Vallone, detto «Mastro Lino», vive qui. Accampato tra cataste di vecchi scatoloni e vecchi vestiti e vecchi giornali e vecchie brande e vecchie poltrone sfondate con la moglie Carmela e tre dei quattro figli. La quarta, meno male, si è sposata e vive da un’altra parte. Una stanza più uno sgabuzzino in comproprietà con una colonia di sorci neri e sfrontati al piano terra. Due stanze stracolme di letti e materiale vario ammassato al piano di sopra, al quale si accede con una microscopica scala a chiocciola inutilizzabile per chi non è smilzo. I soffitti, dice una relazione del comune del 1995, vanno da 2 metri e 26 a 2 metri e 55 centimetri: molto al di sotto del minimo obbligatorio. Le pareti hanno «evidenti infiltrazioni». La casa «non è salubre». Dodici anni dopo la situazione è peggiorata ancora. E la rottura mai riparata della copertura provvisoria dell’antica fogna a cielo aperto rende l’aria pesante quando è freddo, irrespirabile con le prime canicole. Affitto del tugurio: 130 euro al mese. Più della metà di quello che «Mastro Lino» prende come sussidio per l’invalidità al 70 per cento dovuta alla deformazione ossea del petto carenato che dall’infanzia lo fa camminare storto. E che gli consente solo di lavoricchiare a settecento euro al mese come inserviente in una scuola. Facciamola corta: se c’è una famiglia italiana che ha diritto a essere strappata da una stamberga infame per avere una casa popolare è la famiglia sua. Eppure, dopo aver fatto la domanda nel lontano 1977, quando era ancora vivo Charlie Chaplin e a san Pietro c’era Paolo VI, non è ancora riuscito ad avere un appartamento. Di più, glielo hanno fregato sotto il naso per tre volte.
La prima, a metà degli anni 80, glielo soffiarono gli uffici pubblici che stilando le graduatorie gli attribuirono un reddito «indefinito» e dimenticarono di segnare uno dei figli. Protestò: «Ne ho tre e con tre sarei nelle posizioni di testa!» Tutto inutile: «Scusate, Mastro Lino, ma ormai…». La seconda, nel ’92, dopo che gli era nato il quarto figlio e gli avevano riconosciuto che viveva in uno stambugio «antigienico» dai soffitti troppo bassi e per di più con lo sfratto esecutivo, fu piazzato al quinto posto tra gli aventi diritto. Ma sul più bello un gruppo di famiglie occupò le palazzine appena costruite. Sperò che gli abusivi fossero buttati fuori e così gli scrisse il Comune di Pizzo, invitandolo a presentarsi alle ore 9 del 22 luglio 1993 in località Sant’Antonio giacché a quell’ ora sarebbero stati «eseguiti gli sfratti» e quindi lui avrebbe potuto prendere possesso della sua casa. Macché: la Regione fece una sanatoria, riconoscendo agli abusivi di restare dentro anche con un «reddito doppio» di quello richiesto per le case popolari.
Risultato: i furbi vennero premiati e lui restò coi topi. La beffa tragica, però, arrivò due anni fa. Ventotto anni dopo la prima invocazione di un alloggio popolare, Mastro Lino si ritrovò a svettare in testa alla classifica provvisoria dei futuri inquilini di una palazzina a non più di cento metri dalla caserma dei carabinieri. Niente di speciale, ma una casa civile, finalmente. Con l’acqua e la luce e tre camere e un poggiolo. Senza le macchie sui muri. Senza topi. Per mesi e mesi, rimenandosi nel letto, Mastro Lino sognò tutte le notti la sua nuova camera, dove non avrebbe più dovuto dormire insieme con i figli. Ma la pratica burocratica, di ufficio in ufficio, di bollo in bollo, di timbro in timbro, non finiva mai. Da luglio si arrivò a Natale, a Capodanno, all’Epifania. Finché la mattina del 17 gennaio 2005 qualcuno lanciò l’allarme: «Stanno occupando la palazzina vostra!». Ma come: nonostante le serrature di sicurezza? Nonostante il sistema d’allarme istallato dall’«Aterp», l’azienda territoriale per le case popolari? Nonostante i carabinieri a due passi e i vigili urbani a poche centinaia di metri? La prima ad arrivare sul posto, portata da un nipote, fu la madre di Mastro Lino, la vecchia Teresa. Che si parò nel corridoio della scala di sinistra cercando di impedire il passaggio agli abusivi che andavano su e giù portando poltrone e cassapanche e televisori e letti: «Non potete farlo! Mio figlio aspetta da quasi trent’anni! Non potete farlo!» Forse ricevette qualche spinta, forse qualcuno le urlò di farsi gli affari suoi. Fatto sta che le mancò il cuore. E crollò a terra, in mezzo al corridoio. «E’ morta!», disse qualcuno. Le buttarono sopra una coperta e continuarono ad andare avanti e indietro coi mobili, scansando il cadavere. E i carabinieri? Boh… I vigili urbani? Boh… I poliziotti accorsi con le volanti ? Boh… Tutti sul posto, tutti incapaci di intervenire, tutti ad allargar le braccia davanti agli insulti e alle lacrime di rabbia di Mastro Lino e della sua famiglia. Che avrebbero tappezzato il pese di manifesti: «Vergogna!» Due giorni dopo, mentre il sindaco e l’Aterp e le autorità costituite assicuravano che gli abusivi sarebbero stati subito sgombrati e «bla bla bla», una piccola delegazione di occupanti si presentò alla stamberga di Mastro Lino: «C’è ancora un appartamento, è bello, l’abbiamo tenuto per voi». «Grazie, ma da quando in qua le assegnazioni vengono fatte dagli abusivi, ah? Da quando? A casa mia voglio entrare per la porta con la mia chiave, senza rompere la serratura!» Due anni dopo, i prepotenti sono ancora lì. L’Enel non ha allacciato la luce? E loro, miracolo!, la luce ce l’hanno. Il comune non ha allacciato le condotte di acqua? E loro, miracolo!, l’acqua ce l’hanno. E ad ogni balcone, indecente ed offensiva nei confronti dei poveri veri che vivono in condizioni disperate, c’è un’antenna parabolica per vedere Sky e le tivù satellitari. Uno spettacolo umiliante. Che adesso, secondo l’avvocato Giuseppe Pasquino di Vibo Valentia, potrebbe essere reso insopportabile da una nuova sanatoria regionale. Magari tra gli applausi di quei pezzi di sinistra (e di destra) che in questi casi, da Sondrio a Capo Passero, invocano da sempre nuovi perdoni per chi occupa le case altrui. Ameno che, per una volta, lo Stato non decida di mostrare finalmente di esistere anche a Pizzo Calabro. E ripristini un minimo di legalità buttando fuori i furbi e restituendo le loro case a Mastro Lino e a quelli come lui.

3 Comments

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  1. ermes / Apr 10 2007 8:37 AM

    Di seguito un articolo a firma Pietro Ichino sul Corsera, addì 10 aprile 2007

    I medici e i fannulloni
    Quando i certificati diventano troppo facili
    Milioni di giornate di malattia di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili

    Nei giorni scorsi gli Ordini dei medici hanno protestato contro l’accenno, contenuto nel mio ultimo articolo, alla loro inerzia di fronte ai milioni di giornate di malattia di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili. «Non è compito nostro controllare le certificazioni», obiettano gli Ordini. E poi: «Il medico curante non può che fidarsi di quel che gli dice il paziente». In qualche caso è vero: di fronte a una crisi improvvisa di emicrania o di lombalgia anche il medico curante ha scarse possibilità di verifica. Ma in moltissimi casi la mala fede del medico è evidentissima. Uno di questi, il più clamoroso per dimensioni, è quello degli 800 certificati di un giorno di malattia rilasciati a Fiumicino il 2 giugno 2003 ad altrettanti assistenti di volo dell’Alitalia, che intendevano così bloccare i voli senza preavviso, nel corso di una vertenza sindacale.

    «Strafottente “sciopero sanitario” di hostess e steward», lo definì Michele Serra sulla Repubblica; «malcostume sindacale e dei medici» titolò il Corriere in prima pagina. Ma l’Ordine non mosse un dito. Assistiamo tutti i giorni a casi in cui la mala fede del medico curante è altrettanto evidente; e, anche quando questi vengono denunciati, l’Ordine chiude entrambi gli occhi. È, per esempio, il caso del medico di una Asl friulana che, il 5 febbraio 2004, «certifica» una prognosi di 20 giorni per un’impiegata bancaria, indicando che essa è – quel giorno stesso – reperibile a Santa Fe in Argentina, pur essendo l’assenza imputabile soltanto a un «trattamento fisioterapico per artrosi post-traumatica della caviglia»; il 24 giugno successivo identica certificazione, con paziente reperibile sul Mar Morto; per l’Ordine e la Asl, cui la cosa viene denunciata, la certificazione è «professionalmente corretta e contrattualmente ineccepibile».

    L’Ordine non ha mosso un dito neppure nel caso del professor M. di un liceo di Milano, denunciato dal Corriere il 16 ottobre scorso, che da anni per centinaia di volte si è fatto certificare infermo regolarmente nelle giornate di lunedì, di venerdì, o di ponte tra due festività, e sempre al paesello natale in Sicilia; o nel caso del sig. A. di Parma, cui il medico certifica per tre volte di seguito 30 giorni di lombosciatalgia, senza disporre alcun accertamento diagnostico, né tanto meno alcuna terapia; o nel caso del sig. D. di Roma, che il giorno stesso in cui gli viene comunicato il trasferimento a un ufficio a lui sgradito è colto da «depressione del tono dell’umore», per la quale il medico di famiglia arriva a prescrivere complessivamente sei mesi di astensione dal lavoro, ma non una visita specialistica, e neppure alcuna cura appropriata.

    Né gli Ordini hanno mai preso alcuna iniziativa di fronte al fenomeno delle certificazioni puntualmente rilasciate ogni anno a comando da migliaia di medici ad altrettanti membri esterni delle commissioni per gli esami di maturità, per consentire loro di sottrarsi alla chiamata. Certo, questo potere di autorizzare chiunque a «mettersi in malattia» può essere gratificante per un medico di scarsa levatura professionale; mentre, al contrario, rifiutare un certificato di comodo può costargli la perdita di un paziente. Ma ci sono anche molti medici seri che al proprio interesse antepongono il dovere. E comunque la compiacente certificazione a comando costituisce una grave violazione del codice deontologico, il quale imporrebbe al medico, quando egli attesta un’infermità, di farlo con «formulazione di giudizi obiettivi e scientificamente corretti» (art. 24). Il fatto che, di fronte a una violazione così platealmente diffusa e culturalmente radicata, sia addirittura il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici a giustificare l’inerzia di questi organismi (Corriere del 23 marzo, p. 53) la dice lunga sulla questione se essi siano davvero posti a garanzia dell’interesse della collettività, o non agiscano invece di fatto come una sorta di sindacato nazionale obbligatorio di categoria. Va anche detto che a questa vera e propria frode istituzionalizzata concorre il sistema dei controlli sulle malattie dei lavoratori.

    Basti osservare in proposito che nei moduli sui quali i medici dei servizi ispettivi dell’Inps e delle Asl redigono i referti delle loro visite domiciliari non è neppure contemplato l’accertamento dell’inesistenza dell’impedimento: il peggio che può accadere al falso malato è di essere dichiarato idoneo a riprendere il servizio il giorno successivo a quello della visita ispettiva (salva «ricaduta» la sera stessa della visita, che il medico curante può sempre tornare a certificare). Né i magistrati penali e del lavoro brillano per reattività di fronte al fenomeno: quante sentenze pilatesche si leggono quotidianamente, nelle quali il giudice chiude entrambi gli occhi di fronte a incongruenze evidentissime tra la diagnosi «certificata» e il difetto degli accertamenti necessari o delle terapie appropriate, oppure di fronte a circostanze che escludono l’impedimento al lavoro.

    Fra le molte tare che riducono la capacità di competere del nostro Paese c’è anche questa; per valutare quanto essa ci costi, basti confrontare i tassi di assenteismo delle nostre aziende e amministrazioni pubbliche con quelli dei nostri partner europei. Sull’Unità del 1˚ aprile Furio Colombo mi rimproverava di tuonare contro i nullafacenti senza considerare che le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa, addirittura la metà di quelle britanniche; ma a deprimere le nostre retribuzioni sono anche gli enormi sprechi e lassismi come questo: i tassi di assenteismo britannici sono la metà dei nostri. Tutti devono fare la loro parte per correggere questa stortura: il governo, le imprese, i lavoratori, i sindacati, i giudici, i medici. E, ovviamente, anche chi è preposto al controllo dell’operato di questi ultimi.

  2. ermes / Sep 4 2007 5:59 PM

    Amalfi, neanche il posto al cimitero – Francesco Merlo, La Repubblica 22.08.07

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  1. Quando tutto si tiene « Abeona forum

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