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Monday, 9 April , 2007 / ermes

Schlesinger jr. e… Solzenicyn


schlesinger-jr.jpgPochi giorni or sono è venuto a mancare il grande storico Arthur M. Schlesinger Jr. Non ho voglia di ricordare spezzoni della sua biografia, alcune tra le idee di fondo della sua attività di studioso, qualche singolare idiosincrasia che ne segnò l’avventura intellettuale. Meglio, molto meglio credo, a suo omaggio e ringraziamento, riportare di seguito la di lui diretta parola, un brano tra i tanti che egli ebbe la ventura di immaginare e scrivere.

Si tratta del capitolo sesto dell’opera I cicli della storia americana (Pordenone: Edizioni Studio Tesi, 1986, pp. 160-169), un passo che dopo decenni dalla iniziale stesura per caso incontrai, finendone non per caso conquistato d’un rapido sguardo… Come quando ci si imbatte in una persona sconosciuta, e al primo scambio di dialogo sembra si sia ritrovato un caro maestro che in altri tempi ci crebbe ed aiutò, a nostra perfetta insaputa naturalmente…

La sfida Solzenicyn

L’interesse dell’Occidente per il posto che i diritti umani e i criteri morali devono avere nella conduzione della politica estera è in parte una reazione, insieme stupefatta e colpevole, al coraggio dei dissidenti sovietici. Tra questi eroi del nostro tempo ve ne sono due di particolare risalto, perché sono uomini di eminente talento – uno nella scienza, l’altro nella letteratura – e perché impersonano versioni nettamente contrastanti dell’esito morale della guerra fredda. Andrej D. Sacharov rappresenta la fede democratica nella ragione, nella libera ricerca e nell’autogoverno. Aleksandr Solzenicyn rappresenta qualcosa di molto diverso: la fede – quasi medievale, per carattere ed intensità – in una società organica fondata sull’autorità, la gerarchia e la religione. I due uomini esprimono la storica spaccatura della tradizione russa fra occidentalisti e conservatori slavofili. L’8 giugno 1978 Solzenicyn, espulso dalla Russia e ora in difficile esilio nel Vermont, pronunciò un duro e tetro discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Harvard.

“Perché mai ci è piovuto addosso tutto questo male? Non è perché abbiamo abbandonato il Signore? Forse che le nostre follie e le nostre iniquità non testimoniano contro di noi? Non abbiamo esagerato, specie nei nostri porti di mare, in alterigia e lussi mondani? Non è un fatto evidente alla comune osservazione che la bestemmia, l’intemperanza, la lascivia, l’amore per il piacere, la frode, l’avidità e altri vizi crescono tra noi di anno in anno?”
Samuel Landgon, rettore di Harvard, 1775

La voce che tuonò nell’Harvard Yard nel 1978 non avrebbe meravigliato molte delle prime generazioni di Harvard. Infatti Aleksandr Solzenicyn rinnovava una tradizione antica sebbene dimenticata, in quegli ambienti, di profezie apocalittiche. Nel primo secolo di Harvard la geremiade – la lamentazione sulla debolezza dell’uomo e la degenerazione della società, gli appelli all’umiltà e al pentimento – era il tema supremo dei predicatori della Nuova Inghilterra. Ci accadeva molto, molto tempo fa, ma all’inaugurazione dell’anno accademico del 1978, Solzenicyn, che non solo parlava ma anche appariva come un personaggio dell’Antico Testamento, pronunciò un appassionato sermone di vecchio stile, mettendo in guardia l’America sul progresso del male e sull’imminenza del giudizio, esortando insistentemente l’America a pentirsi dei suoi peccati, ad abbandonare i suoi idoli e a prostrarsi davanti alla «suprema divinità assoluta».

I
Pochi tra i nostri contemporanei si sono meritati in modo altrettanto evidente il diritto di assumere un ruolo da profeta. Solzenicyn è uomo di nobiltà esemplare e di estremo coraggio. Efficace romanziere e storico indispensabile, egli è un artista e un moralista che ha assunto su di sé la sofferenza dei suoi compatrioti e ha posto mirabilmente sotto accusa un sistema mostruoso in nome del popolo sovietico e della storia russa. Quando parla Solzenicyn il mondo ha il dovere di ascoltare. Ma deve ascoltare con attenzione, consapevole che i profeti non sono infallibili e che anche nella profezia non manca l’elemento fantastico.
Il discorso di Solzenicyn a Harvard, come molti sfoghi profetici, mancava di una chiara argomentazione. I lettori disattenti si fissarono sui suoi giudizi più sensazionali, quali l’affermazione che «il declino del coraggio» e «l’elemento più evidente che un osservatore esterno nota in Occidente». Questo declino è «particolarmente notevole tra i gruppi dirigenti e l’élite intellettuale». Ha dato luogo a una politica estera fondata «sulla debolezza e sulla codardia». Il rifiuto americano di vincere la guerra in Vietnam, afferma Solzenicyn, è un angoscioso e forse decisivo esempio del «calo di forza di volontà dell’Occidente».
Egli trova che gli Stati Uniti siano un fallimento anche come comunità nazionale. «Una libertà distruttiva e irresponsabile» è sfociata, ci dice Solzenicyn, in un «abisso di decadenza umana», contrassegnata dalla «ripugnante invasione della pubblicità, dal torpore televisivo e dalla musica intollerabile», dalla violenza, dal crimine e dalla pornografia. La proliferazione delle leggi nella società americana è diventata uno scadente surrogato dell’autodisciplina.
Più pericolosa di tutto, a suo avviso, è la libertà di stampa. I mass media sono corrotti e licenziosi, renitenti a confessare o a correggere l’errore, e inondano la gente con «un flusso eccessivamente gravoso di informazioni» e con «giudizi superficiali e devianti». Tuttavia «la stampa è diventata il primo potere dei paesi occidentali». «In base a quale legge è stata eletta – chiede Solzenicyn, – e verso chi è responsabile?».
Sarebbe facile, ma inutile, osservare che i toni di Solzenicyn somigliano a quelli del generale LeMay sul Vietnam, di Jerry Falwell sulla pornografia e di Spiro T. Agnew sulla stampa. Questi e altri elementi dei suoi discorsi suscitano echi favorevoli in molti cuori americani. Ma le sue specifiche accuse non possono essere scisse dalla sua filosofia cosmica. La geremiade di Harvard nasce da una visione drastica della storia moderna.
L’Occidente, crede Solzenicyn, ha preso la strada sbagliata con il Rinascimento e l’Illuminismo. «Abbiamo voltato le spalle allo Spirito e abbracciato tutto ci che è materiale con zelo eccessivo e ingiustificato». Il comunismo è un abominio, ma lo è anche il capitalismo. Gli interessi commerciali tendono a «soffocare» la vita spirituale. O, come si espresse nel 1973, «nell’economia borghese […] non è mai esistito alcuno stimolo all’autolimitazione […]. Il socialismo, in tutte le sue forme, fu una risposta alla spudoratezza di arraffare denaro a ogni costo». Nonostante tutte le differenze, il comunismo e il capitalismo sono entrambi il risultato della «logica dello sviluppo materialistico».
Come i conservatori che ammirano Solzenicyn rifiutano la sua visione del capitalismo, i suoi ammiratori liberali rifiutano la sua visione democratica, quella visione che il suo grande compagno di dissidenza – Andrej Sacharov – definì nel 1975 «errata e fuorviante». Sacharov, per esempio, vuole liberalizzare e democratizzare l’unione Sovietica. Chiede un sistema multipartitico e l’instaurazione delle libertà civili. Niente potrebbe essere più lontano dalle intenzioni di Solzenicyn, che nel 1975 respinse il programma di Sacharov come un altro esempio della «tradizionale imitazione passiva dell’Occidente» da parte della Russia.
«Una società nella quale operano i partiti politici – disse – non sale mai nella scala morale […]. Non esistono vie per uno sviluppo nazionale extrapartitico o apartitico?». Riguardo alla libertà civile scrisse nel 1969: «L’Occidente ha degustato a più non posso ogni genere di libertà, inclusa la libertà intellettuale. E ci l’ha salvato? Oggi lo vediamo trascinarsi sulle mani e sulle ginocchia, con la volontà paralizzata». (Questo era cinque anni prima che il Cremlino lo espellesse. Perciò la sua testimonianza di Harvard non registrava ci che aveva scoperto dopo essere venuto in Occidente, ma ci che credeva già molto prima di venirci).
Considerare la libertà «come la meta della nostra esistenza – disse nel 1873 – è un’assurdità […]. Perciò c’è un calcolo errato nell’ansiosa ricerca della libertà politica, come se fosse la prima e più importante di tutte le cose». Egli trova ugualmente insensato considerare la felicità terrena come l’obiettivo dell’esistenza. A Harvard condannò espressamente la proposizione che «l’uomo vive per essere libero e perseguire la felicità. (Si veda, per esempio, la Dichiarazione americana di Indipendenza)».

II
In breve, Solzenicyn non ha alcuna fede in ciò che a Harvard chiamò «la via della democrazia pluralistica occidentale». La gente è vissuta per secoli senza la democrazia, scrisse nel 1973, «e non sempre è stata peggio». Sotto il governo autoritario, la Russia «non conobbe episodi di autodistruzione come quelli del ventesimo secolo, e per dieci anni milioni di nostri avi morirono con la sensazione che la loro vita non era stata troppo intollerabile». Nelle società «patriarcali» la gente «conobbe persino quella felicità di cui sentiamo eternamente parlare». Inoltre esse preservano la sanità della nazione, «un livello di salute morale incomparabilmente superiore a quello odierno espresso in musica radiofonica scimmiesca, in canzoni pop e annunci pubblicitari ingiuriosi».
Contro il caos morale della democrazia, Solenicyn propone le virtù della «subordinazione all’autorità». Critica il sistema sovietico, ci ha spiegato, «non per il fatto che è antidemocratico, autoritario, basato sulla costrizione fisica, poiché si può vivere in tali condizioni senza danno per la propria essenza spirituale». La sua obiezione è che «oltre le sue coercizioni fisiche, esso ci impone la resa totale delle nostre anime». I regimi autoritari «di per sé non sono spaventosi, lo sono soltanto quelli che non rispondono di nulla e di nessuno». Gli autocrati delle epoche religiose «si sentivano responsabili davanti a Dio […]. Gli autocrati del nostro tempo sono pericolosi proprio perché è difficile trovare valori superiori che li possano vincolare».
L’ideale di Solzenicyn non ha niente a che fare con la democrazia liberale. Se gli si chiedesse se considera l’Occidente un modello per il suo paese, «francamente – egli direbbe – dovrei rispondere di no». Il suo modello è un autoritarismo cristiano, governato da despoti in timor di Dio senza politica, partiti, indebita libertà intellettuale o indebita preoccupazione per la felicità del popolo. Anzi, la repressione fa bene all’anima. «La necessità di lottare contro ciò che ci circonda – scrisse nel 1973 – compensa i nostri sforzi con il massimo successo interiore».
Perfino oggi l’Unione Sovietica, ci assicura, ha un ambiente morale più sano che gli Stati Uniti. «Attraverso intense sofferenze il nostro paese ha oggi conseguito uno sviluppo spirituale di tale intensità – disse a Harvard – che il sistema occidentale nel suo attuale stato di esaurimento spirituale non presenta alcuna attrazione». In Unione Sovietica, la responsabilità morale e la maggiore complessità della vita producono «caratteri più forti, più profondi e più interessanti di quelli generati dallo standardizzato benessere occidentale». Mentre la Dichiarazione di Indipendenza parlava di vita, di libertà e di ricerca della felicità, la tesi essenziale di Solzenicyn è forza attraverso la sofferenza.
Per Solzenicyn, con la sua visione organica della società, la nazione ancor più dell’individuo e l’unità morale decisiva. Anche le nazioni possono partecipare della mistica della sofferenza. Esse «sono formazioni molto vitali, aperte a ogni sentimento morale, incluso il pentimento, per quanto doloroso possa essere». Nel suo affascinante saggio Pentimento e autolimitazione nella vita delle nazioni, pubblicato nel 1975, Solzenicyn spiegò che il pentimento può condurre le nazioni alla possibilità dell’autolimitazione. «Un tale cambiamento non sarà facile per la libera economia dell’Occidente. E la rivoluzionaria demolizione e la totale ricostruzione di tutti i nostri ideali e obiettivi […]. Dobbiamo abiurare la lebbra dell’espansione oltre i nostri confini, dell’affanno continuo per nuovi mercati e nuove fonti di materie prime, dell’aumento delle nostre aree industriali o del volume della produzione, di questa insana corsa verso la ricchezza, la fama, il cambiamento».
Tutto ciò, disse, è catastroficamente sbagliato. «Rinunciamo a tentare di ripristinare l’ordine oltremare, leviamo le nostre zampe imperiali dai vicini che vogliono vivere la loro vita […]. Dobbiamo smettere di correre in strada per unirci a ogni chiassata e dobbiamo invece ritirarci correttamente nelle nostre case finché siamo in un tale stato di disordine e di confusione». La nazione deve concentrarsi su compiti interiori: guarire la propria anima, educare i propri figli, riordinare la propria casa. «Dovremmo lottare per i mari caldi lontani o assicurarci che il calore e non l’inimicizia circoli tra i nostri cittadini?».
Queste eloquenti parole potrebbero essere di George Kennan o di George McGovern. Tuttavia, quando gli americani pentendosi per gli eccessi del Vietnam invocavano una politica di autolimitazione, Solzenicyn – anziché rallegrarsi per la loro conversione – li denunciò come codardi. Può realmente credere che bombardare il Vietnam sino a riportarlo all’età della pietra sarebbe stata una dimostrazione di coraggio e di virtù?

III
Comunque, non sempre i profeti sono coerenti. Probabilmente, da fervente nazionalista russo, egli si preoccupa più della salvezza della Russia che di quella dell’America. Non dovrebbe aver tanto sdegno per gli americani che vogliono salvare la loro anima. O forse la sua è la comprensibile frustrazione del messaggero che tenta di dire all’Occidente la vera natura della tirannide sovietica e trova soltanto compiacimento e indifferenza.
Prima della seconda guerra mondiale Arthur Koestler descrisse con analoga frustrazione l’incapacità delle vittime del nazismo di convincere gli inglesi del terrore hitleriano. In seguito Koestler stabilì che ciò che mancava agli inglesi non era il coraggio ma l’immaginazione. Senza dubbio fu appunto questa grande mancanza di immaginazione che indusse l’Inghilterra ad affrontare Hitler da sola dopo la caduta della Francia. Forse Koestler nel 1939 capiva l’Inghilterra.
In ogni caso, a Harvard Solzenicyn offriva una grande visione della natura e del destino dell’uomo. Per le nazioni come per gli individui la rigenerazione può venire solo dalla confessione del peccato e dal riconoscimento della sovranità dell’Onnipotente. Questa visione sarebbe stata congeniale ai teologi puritani che tre secoli fa predicavano nell’Harvard Yard. Essa include le premonizioni dell’Armageddon, la lotta finale con Satana. «Le forze del male hanno cominciato la loro offensiva decisiva – gridò Solzenicyn a Harvard. – Potete già percepire la loro pressione». Essa partecipa del sogno millenaristico esposto nei libri di Daniele e della Rivelazione. «Se il mondo non è giunto alla sua fine, si è avvicinato a una grande svolta della sua storia […] esigerà da noi un balzo spirituale».
E una visione acuta. La sfida all’autocompiacimento e all’edonismo americano, alla mediocrità della nostra cultura di massa, al declino dell’autodisciplina e dello spirito civico, è coinvolgente e valida. In questa misura Solzenicyn si schiera con i nostri avi puritani. Ma la fede di Solzenicyn è anche pervasa dal misticismo ultraterreno della Chiesa russa, un misticismo che rifletteva l’assolutismo politico della società russa. Secondo i criteri religiosi russi la felicità terrena non è nulla a confronto del giudizio divino.
La tradizione puritana era più empirica. Anche il pastore della Nuova Inghilterra doveva temperare la sua convinzione della sovranità divina con concessioni alla rozza democrazia di una società non prescrittiva, nella quale l’uomo si faceva strada nella vita con il proprio lavoro. Nel diciottesimo secolo il calvinismo assorbì John Locke e gettò la base filosofica dell’esperimento democratico americano. Per questo le due tradizioni si allontanarono l’una dall’altra, per questo la visione di Solzenicyn – con la sua paura della libertà umana, la sua indifferenza per la felicità umana, il suo disprezzo per la democrazia, la sua fede nello statuto autoritario – è tanto estranea alla grande tradizione dell’Occidente. Il massimo teologo americano dei nostri tempi, Reinhold Niebuhr, anni fa demolì l’illusione mistica che le nazioni abbiano un’anima come gli individui. Neppure per un attimo egli avrebbe accettato la tesi autoritaria che i governanti che professano una fede religiosa siano perciò meno esposti di noi alla corruzione del potere. «La peggiore corruzione – disse Niebuhr – è una religione corrotta».
A Harvard Solzenicyn notò che l’Occidente «non capì mai» la Russia. Si potrebbe ribattere che Solzenicyn non ha mai capitò l’America. Arrivò pieno di preconcetti sulla decadenza e codardia americana ed evidentemente niente di ciò che ha trovato nei mass media gli ha fatto cambiare idea. Ma, come disse Archibald MacLeish, «Ciò che egli sa della Repubblica non lo sa in forza di testimonianze umane, ma dai programmi televisivi che presentano sia a lui che a noi una deprimente parodia della vita americana, ma con la differenza che noi sappiamo che è una parodia».
Si propone inoltre come messaggero di Dio. «La verità ci sfugge – disse a Harvard – se non concentriamo tutta la nostra attenzione nel cercarla». Egli ha concentrato tutta la sua attenzione e non dubita che la verità sia sua. Ma per gli americani il concetto di verità assoluta è difficile da accettare. Se la verità assoluta esiste, di certo non è affidata tutta intera a fragili mortali peccatori. Come disse Jefferson nel suo primo discorso inaugurale: «A volte si dice che non si può affidare all’uomo il governo di se stesso. E allora gli si potrebbe affidare il governo di altri? O abbiamo trovato angeli in forma di re per governano? Lasciamo che la storia risponda a questo quesito». La storia ha risposto con terribile sicurezza nel ventesimo secolo. «La sventura te niente di ci che ha trovato nei mass media gli ha fatto cambiare idea. Ma, come disse Archibald MacLeish, «Ciò che egli sa della Repubblica non lo sa in forza di testimonianze umane, ma dai programmi televisivi che presentano sia a lui che a noi una deprimente parodia della vita americana, ma con la differenza che noi sappiamo che è una parodia».
Si propone inoltre come messaggero di Dio. «La verità ci sfugge – disse a Harvard – se non concentriamo tutta la nostra attenzione nel cercarla». Egli ha concentrato tutta la sua attenzione e non dubita che la verità sia sua. Ma per gli americani il concetto di verità assoluta è difficile da accettare. Se la verità assoluta esiste, di certo non è affidata tutta intera a fragili mortali peccatori. Come disse Jefferson nel suo primo discorso inaugurale: «A volte si dice che non si può affidare all’uomo il governo di se stesso. E allora gli si potrebbe affidare il governo di altri? O abbiamo trovato angeli in forma di re per governano? Lasciamo che la storia risponda a questo quesito». La storia ha risposto con terribile sicurezza nel ventesimo secolo. «La sventura – disse Pascal molto tempo fa – è che chi voleva fare l’angelo fa il bruto».
Se la profezia è una virtù cristiana, anche l’umiltà lo è. Conoscendo i crimini commessi in nome di un’unica Verità, gli americani preferiscono tenere le orecchie aperte a una miriade di verità di minor pretesa, in competizione tra loro. La nostra da sempre è una nazione segnata dallo scetticismo, dall’esperimento, dall’accomodamento, dall’autocritica, dal riformismo parziale ma costante: una collezione di caratteristiche che ripugnano alla personalità autoritaria e messianica, ma che forse non sono da buttare.
Anche nel diciassettesimo secolo gli americani furono ritenuti peccatori, così come Solzenicyn li giudica peccatori nel ventesimo. Il Giorno del Giudizio era esattamente tanto vicino e remoto allora quanto lo è oggi. Noi siamo lieti per la sua presenza e onoriamo la sua testimonianza, ma egli deve capire quant’è irrilevante la sua visione per una società democratica. Anche questo lo disse bene Emerson:

I like the church, I like a cowl,
I love a prophet of the soul;
And on my heart monastic aisles
Fall like sweet strains or pensive smiles;
Yet not for all his faith can see
Would I that cowled churchman be.

[Amo la chiesa / Amo un saio / Amo un profeta dell’anima / E al mio cuore i chiostri monastici / Appaiono come dolci abbandoni o melanconici sorrisi / Tuttavia, nonostante tutto ciò che la fede può vedere / Non vorrei mai essere quel religioso incappucciato].

3 Comments

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  1. ermes / Jul 25 2007 12:23 PM

    Spiegel Interview
    Interview With Alexander Solzhenitsyn

    By Christian Neef and Matthias Schepp
    Published: July 23, 2007
    Distributed by The New York Times

    SPIEGEL: There are four tables in this space alone. In your new book “My American Years,” which will be published in Germany this fall, you recollect that you used to write even while walking in the forest.

    Solzhenitsyn: When I was in the gulag I would sometimes even write on stone walls. I used to write on scraps of paper, then I memorized the contents and destroyed the scraps.

    SPIEGEL: And your strength did not leave you even in moments of enormous desperation?

    Solzhenitsyn: Yes. I would often think: Whatever the outcome is going to be, let it be. And then things would turn out all right. It looks like some good came out of it.

    SPIEGEL: I am not sure you were of the same opinion when in February 1945 the military secret service arrested Captain Solzhenitsyn in Eastern Prussia. Because, in his letters from the front, Solzhenitsyn was unflattering about Josef Stalin, and the sentence for that was eight years in the prison camps.

    Solzhenitsyn: It was south of Wormditt. We had just broken out of a German encirclement and were marching to Königsberg (now Kaliningrad) when I was arrested. I was always optimistic. And I held to and was guided by my views.

    SPIEGEL: What views?

    Solzhenitsyn: Of course, my views developed in the course of time. But I have always believed in what I did and never acted against my conscience.

    SPIEGEL: Thirteen years ago when you returned from exile, you were disappointed to see the new Russia. You turned down a prize proposed by Gorbachev, and you also refused to accept an award Yeltsin wanted to give you. Yet now you have accepted the State Prize which was awarded to you by Putin, the former head of the FSB intelligence agency, whose predecessor the KGB persecuted and denounced you so cruelly. How does this all fit together?

    Solzhenitsyn: The prize in 1990 was proposed not by Gorbachev, but by the Council of Ministers of the Russian Soviet Federative Socialist Republic, then a part of the USSR. The prize was to be for “The Gulag Archipelago.” I declined the proposal, since I could not accept an award for a book written in the blood of millions.

    In 1998, it was the county’s low point, with people in misery; this was the year when I published the book “Russia in Collapse.” Yeltsin decreed I be honored the highest state order. I replied that I was unable to receive an award from a government that had led Russia into such dire straits.

    The current State Prize is awarded not by the president personally, but by a community of top experts. The Council on Science that nominated me for the award and the Council on Culture that supported the idea include some of the most highly respected people of the country, all of them authorities in their respective disciplines. The president, as head of state, awards the laureates on the national holiday. In accepting the award I expressed the hope that the bitter Russian experience, which I have been studying and describing all my life, will be for us a lesson that keeps us from new disastrous breakdowns.

    Vladimir Putin — yes, he was an officer of the intelligence services, but he was not a KGB investigator, nor was he the head of a camp in the gulag. As for service in foreign intelligence, that is not a negative in any country — sometimes it even draws praise. George Bush Sr. was not much criticized for being the ex-head of the CIA, for example.

    SPIEGEL: All your life you have called on the authorities to repent for the millions of victims of the gulag and communist terror. Was this call really heard?

    Solzhenitsyn: I have grown used to the fact that, throughout the world, public repentance is the most unacceptable option for the modern politician.

    SPIEGEL: The current Russian president says the collapse of the Soviet Union was the largest geopolitical disaster of the 20th century. He says it is high time to stop this masochistic brooding over the past, especially since there are attempts “from outside,” as he puts it, to provoke an unjustified remorse among Russians. Does this not just help those who want people to forget everything that took place during the county’s Soviet past?

    Solzhenitsyn: Well, there is growing concern all over the world as to how the United States will handle its new role as the world’s only superpower, which it became as a result of geopolitical changes. As for “brooding over the past,” alas, that conflation of “Soviet” and “Russian,” against which I spoke so often in the 1970s, has not passed away either in the West, or in the ex-socialist countries, or in the former Soviet republics. The elder political generation in communist countries was not ready for repentance, while the new generation is only too happy to voice grievances and level accusations, with present-day Moscow a convenient target. They behave as if they heroically liberated themselves and lead a new life now, while Moscow has remained communist. Nevertheless, I dare hope that this unhealthy phase will soon be over, that all the peoples who have lived through communism will understand that communism is to blame for the bitter pages of their history.

    SPIEGEL: Including the Russians.

    Solzhenitsyn: If we could all take a sober look at our history, then we would no longer see this nostalgic attitude to the Soviet past that predominates now among the less affected part of our society. Nor would the Eastern European countries and former USSR republics feel the need to see in historical Russia the source of their misfortunes. One should not ascribe the evil deeds of individual leaders or political regimes to an innate fault of the Russian people and their country. One should not attribute this to the “sick psychology” of the Russians, as is often done in the West. All these regimes in Russia could only survive by imposing a bloody terror. We should clearly understand that only the voluntary and conscientious acceptance by a people of its guilt can ensure the healing of a nation. Unremitting reproaches from outside, on the other hand, are counterproductive.

    SPIEGEL: To accept one’s guilt presupposes that one has enough information about one’s own past. However, historians are complaining that Moscow’s archives are not as accessible now as they were in the 1990’s.

    Solzhenitsyn: It’s a complicated issue. There is no doubt, however, that a revolution in archives took place in Russia over the last 20 years. Thousands of files have been opened; the researchers now have access to hundreds and thousands of previously classified documents. Hundreds of monographs that make these documents public have already been published or are in preparation. Alongside the declassified documents of the 1990’s, there were many others published which never went through the declassification process. Dmitri Volkogonov, the military historian, and Alexander Yakovlev, the ex-member of the Politburo — these people had enough influence and authority to get access to any files, and society is grateful to them for their valuable publications.

    As for the last few years, no one has been able to bypass the declassification procedure. Unfortunately, this procedure takes longer than one would like. Nevertheless the files of the country’s most important archives, the National Archives of the Russian Federation (GARF), are as accessible now as in the 1990’s. The FSB sent 100,000 criminal- investigation materials to GARF in the late 1990s. These documents remain available for both citizens and researchers. In 2004-2005 GARF published the seven-volume “History of Stalin’s Gulag.” I cooperated with this publication and I can assure you that these volumes are as comprehensive and reliable as they can be. Researchers all over the world rely on this edition.

    SPIEGEL: About 90 years ago, Russia was shaken first by the February Revolution and then by the October Revolution. These events run like a leitmotif through your works. A few months ago in a long article you reiterated your thesis once again: Communism was not the result of the previous Russian political regime; the Bolshevik Revolution was made possible only by Kerensky’s poor governance in 1917. If one follows this line of thinking, then Lenin was only an accidental person, who was only able to come to Russia and seize power here with German support. Have we understood you correctly?

    Solzhenitsyn: No, you have not. Only an extraordinary person can turn opportunity into reality. Lenin and Trotsky were exceptionally nimble and vigorous politicians who managed in a short period of time to use the weakness of Kerensky’s government. But allow me to correct you: the “October Revolution” is a myth generated by the winners, the Bolsheviks, and swallowed whole by progressive circles in the West. On Oct. 25, 1917, a violent 24-hour coup d’etat took place in Petrograd. It was brilliantly and thoroughly planned by Leon Trotsky — Lenin was still in hiding then to avoid being brought to justice for treason. What we call “the Russian Revolution of 1917” was actually the February Revolution.

    The reasons driving this revolution do indeed have their source in Russia’s pre-revolutionary condition, and I have never stated otherwise. The February Revolution had deep roots — I have shown that in “The Red Wheel.” First among these was the long-term mutual distrust between those in power and the educated society, a bitter distrust that rendered impossible any compromise, any constructive solutions for the state. And the greatest responsibility, then, of course falls on the authorities: Who if not the captain is to blame for a shipwreck? So you may indeed say that the February Revolution in its causes was “the results of the previous Russian political regime.”

    But this does not mean that Lenin was “an accidental person” by any means; or that the financial participation of Emperor Wilhelm was inconsequential. There was nothing natural for Russia in the October Revolution. Rather, the revolution broke Russia’s back. The Red Terror unleashed by its leaders, their willingness to drown Russia in blood, is the first and foremost proof of it.

    SPIEGEL: Your recent two-volume work “200 Years Together” was an attempt to overcome a taboo against discussing the common history of Russians and Jews. These two volumes have provoked mainly perplexity in the West. You say the Jews are the leading force of global capital and they are among the foremost destroyers of the bourgeoisie. Are we to conclude from your rich array of sources that the Jews carry more responsibility than others for the failed Soviet experiment?

    Solzhenitsyn: I avoid exactly that which your question implies: I do not call for any sort of scorekeeping or comparisons between the moral responsibility of one people or another; moreover, I completely exclude the notion of responsibility of one nation towards another. All I am calling for is self-reflection.

    You can get the answer to your question from the book itself: “Every people must answer morally for all of its past — including that past which is shameful. Answer by what means? By attempting to comprehend: How could such a thing have been allowed? Where in all this is our error? And could it happen again? It is in that spirit, specifically, that it would behoove the Jewish people to answer, both for the revolutionary cutthroats and the ranks willing to serve them. Not to answer before other peoples, but to oneself, to one’s consciousness, and before God. Just as we Russians must answer — for the pogroms, for those merciless arsonist peasants, for those crazed revolutionary soldiers, for those savage sailors.”

    SPIEGEL: In our opinion, out of all your works, “The Gulag Archipelago” provoked the greatest public resonance. In this book you showed the misanthropic nature of the Soviet dictatorship. Looking back today, can you say to what extent it has contributed to the defeat of communism in the world?

    Solzhenitsyn: You should not address this question to me — an author cannot give such evaluations.

    SPIEGEL: To paraphrase something you once said, the dark history of the 20th century had to be endured by Russia for the sake of mankind. Have the Russians learned the lessons of the two revolutions and their consequences?

    Solzhenitsyn: It seems they are starting to. A great number of publications and movies on the history of the 20th century — albeit of uneven quality — are evidence of a growing demand. Quite recently, the state-owned TV channel “Russia” aired a series based on Varlam Shalamov’s works, showing the terrible, cruel truth about Stalin’s camps. It was not watered down.

    And, for instance, since last February I have been surprised and impressed by the large-scale, heated and long-lasting discussions that my previously written and now republished article on the February Revolution has provoked. I was pleased to see the wide range of opinions, including those opposed to mine, since they demonstrate the eagerness to understand the past, without which there can be no meaningful future.

    SPIEGEL: How do you assess the period of Putin’s governance in comparison with his predecessors Yeltsin and Gorbachev?

    Solzhenitsyn: Gorbachev’s administration was amazingly politically naïve, inexperienced and irresponsible towards the country. It was not governance but a thoughtless renunciation of power. The admiration of the West in return only strengthened his conviction that his approach was right. But let us be clear that it was Gorbachev, and not Yeltsin, as is now widely being claimed, who first gave freedom of speech and movement to the citizens of our country.

    Yeltsin’s period was characterized by a no less irresponsible attitude to people’s lives, but in other ways. In his haste to have private rather than state ownership as quickly as possible, Yeltsin started a mass, multi-billion-dollar fire sale of the national patrimony. Wanting to gain the support of regional leaders, Yeltsin called directly for separatism and passed laws that encouraged and empowered the collapse of the Russian state. This, of course, deprived Russia of its historical role for which it had worked so hard, and lowered its standing in the international community. All this met with even more hearty Western applause.

    Putin inherited a ransacked and bewildered country, with a poor and demoralized people. And he started to do what was possible — a slow and gradual restoration. These efforts were not noticed, nor appreciated, immediately. In any case, one is hard pressed to find examples in history when steps by one country to restore its strength were met favorably by other governments.

    SPIEGEL: It has gradually become clear to everyone that the stability of Russia is of benefit to the West. But there is one thing that surprises us in particular: When speaking about the right form of statehood for Russia, you were always in favor of civil self- government, and you contrasted this model with Western democracy. After seven years of Putin’s governance we can observe totally the opposite phenomenon: Power is concentrated in the hands of the president, everything is oriented toward him.

    Solzhenitsyn: Yes, I have always insisted on the need for local self-government for Russia, but I never opposed this model to Western democracy. On the contrary, I have tried to convince my fellow citizens by citing the examples of highly effective local self-government systems in Switzerland and New England, both of which I saw first-hand.

    In your question you confuse local self-government, which is possible on the most grassroots level only, when people know their elected officials personally, with the dominance of a few dozen regional governors, who during Yeltsin’s period were only too happy to join the federal government in suppressing any local self-government initiatives.

    Today I continue to be extremely worried by the slow and inefficient development of local self-government. But it has finally started to take place. In Yeltsin’s time, local self-government was actually barred on the regulatory level, whereas the state’s “vertical of power” (i.e. Putin’s centralized and top-down administration) is delegating more and more decisions to the local population. Unfortunately, this process is still not systematic in character.

    SPIEGEL: But there is hardy any opposition.

    Solzhenitsyn: Of course, an opposition is necessary and desirable for the healthy development of any country. You can scarcely find anyone in opposition, except for the communists, just like in Yeltsin’s times. However, when you say “there is nearly no opposition,” you probably mean the democratic parties of the 1990s. But if you take an unbiased look at the situation: there was a rapid decline of living standards in the 1990s, which affected three quarters of Russian families, and all under the “democratic banner.” Small wonder, then, that the population does not rally to this banner anymore. And now the leaders of these parties cannot even agree on how to share portfolios in an illusory shadow government. It is regrettable that there is still no constructive, clear and large-scale opposition in Russia. The growth and development of an opposition, as well as the maturing of other democratic institutions, will take more time and experience.

    SPIEGEL: During our last interview you criticized the election rules for State Duma deputies, because only half of them were directly elected in their constituencies, whereas the other half, representatives of the political parties, were dominant. After the election reform made by president Putin, there is no direct constituency at all. Is this not a step back?

    Solzhenitsyn: Yes, I think it is a mistake. I am a convinced and consistent critic of “party-parliamentarism.” I am for non-partisan elections of true people’s representatives who are accountable to their regions and districts; and who in case of unsatisfactory work can be recalled. I do understand and respect the formation of groups on economical, cooperative, territorial, educational, professional and industrial principles, but I see nothing organic in political parties. Politically motivated ties can be unstable and quite often they have selfish ulterior motives. Leon Trotsky said it accurately during the October Revolution: “A party that does not strive for the seizure of power is worth nothing.” We are talking about seeking benefit for the party itself at the expense of the rest of the people. This can happen whether the takeover is peaceful or not. Voting for impersonal parties and their programs is a false substitute for the only true way to elect people’s representatives: voting by an actual person for an actual candidate. This is the whole point behind popular representation.

    SPIEGEL: In spite of high revenues from oil and gas exports, in spite of the development of a middle class, there is a vast contrast between rich and poor in Russia. What can be done to improve the situation?

    Solzhenitsyn: I think the gap between the rich and the poor is an extremely dangerous phenomenon in Russia and it needs the immediate attention of the state. Although many fortunes were amassed in Yeltsin’s times by ransacking, the only reasonable way to correct the situation today is not to go after big businesses — the present owners are trying to run them as effectively as they can — but to give breathing room to medium and small businesses. That means protecting citizens and small entrepreneurs from arbitrary rule and from corruption. It means investing the revenues from the national natural resources into the national infrastructure, education and health care. And we must learn to do so without shameful theft and embezzlement.

    SPIEGEL: Does Russia need a national idea, and what might it look like?

    Solzhenitsyn: The term “national idea” is an unclear one. One might think of it as a widely shared understanding among a people as to the desired way of life in their country, an idea that holds sway over the population. A unifying concept like that can be useful, but should never be created artificially or imposed top-down by the powers-that-be.

    Over the latest historical periods these concepts have been developed in France, for example after the eighteenth century, in the United Kingdom, the United States, Germany, Poland etc. When the whole discussion of “developing a national idea” hastily began in post-Soviet Russia, I tried to pour cold water on it with the objection that, after all the devastating losses we had experienced, it would be quite sufficient to have just one task: the preservation of a dying people.

    SPIEGEL: But Russia often finds itself alone. Recently relations between Russia and the West have gotten somewhat colder, and this includes Russian-European relations. What is the reason? What are the West’s difficulties in understanding modern Russia?

    Solzhenitsyn: I can name many reasons, but the most interesting ones are psychological, i.e. the clash of illusory hopes against reality. This happened both in Russia and in West. When I returned to Russia in 1994, the Western world and its states were practically being worshipped. Admittedly, this was caused not so much by real knowledge or a conscious choice, but by the natural disgust with the Bolshevik regime and its anti-Western propaganda.

    This mood started changing with the cruel NATO bombings of Serbia. It’s fair to say that all layers of Russian society were deeply and indelibly shocked by those bombings. The situation then became worse when NATO started to spread its influence and draw the ex-Soviet republics into its structure. This was especially painful in the case of Ukraine, a country whose closeness to Russia is defined by literally millions of family ties among our peoples, relatives living on different sides of the national border. At one fell stroke, these families could be torn apart by a new dividing line, the border of a military bloc.

    So, the perception of the West as mostly a “knight of democracy” has been replaced with the disappointed belief that pragmatism, often cynical and selfish, lies at the core of Western policies. For many Russians it was a grave disillusion, a crushing of ideals.

    At the same time the West was enjoying its victory after the exhausting Cold War, and observing the 15-year-long anarchy under Gorbachev and Yeltsin. In this context it was easy to get accustomed to the idea that Russia had become almost a Third World country and would remain so forever. When Russia started to regain some of its strength as an economy and as a state, the West’s reaction — perhaps a subconscious one, based on erstwhile fears — was panic.

    SPIEGEL: The West associated it with the ex-superpower, the Soviet Union.

    Solzhenitsyn: Which is too bad. But even before that, the West deluded itself — or maybe conveniently ignored the reality — by regarding Russia as a young democracy, whereas in fact there was no democracy at all. Of course Russia is not a democratic country yet; it is just starting to build democracy. It is all too easy to take Russia to task with a long list of omissions, violations and mistakes.

    But did not Russia clearly and unambiguously stretch its helping hand to the West after 9/11? Only a psychological shortcoming, or else a disastrous shortsightedness, can explain the West’s irrational refusal of this hand. No sooner did the USA accept Russia’s critically important aid in Afghanistan than it immediately started making newer and newer demands. As for Europe, its claims towards Russia are fairly transparently based on fears about energy, unjustified fears at that.

    Isn’t it a luxury for the West to be pushing Russia aside now, especially in the face of new threats? In my last Western interview before I returned to Russia (for Forbes magazine in April 1994) I said: “If we look far into the future, one can see a time in the 21st century when both Europe and the USA will be in dire need of Russia as an ally.”

    SPIEGEL: You have read Goethe, Schiller and Heine in the original German, and you have always hoped that Germany would be something of a bridge between Russia and the rest of the world. Do you believe Germans can still play this role?

    Solzhenitsyn: I do. There is something predetermined in the mutual attraction between Germany and Russia. Otherwise, this attraction would not have survived two ghastly World Wars.

    SPIEGEL: Which German poets, writers and philosophers have influenced you the most?

    Solzhenitsyn: Schiller and Goethe were very much present in my childhood and adolescence. Later I was drawn by Schelling. I highly appreciate the great German musical tradition. I can’t imagine my life without Bach, Beethoven and Schubert.

    SPIEGEL: The West knows nearly nothing about modern Russian literature. What is, in your opinion, the situation in Russian literature today?

    Solzhenitsyn: Periods of rapid and fundamental change were never favorable for literature. Significant works, not to mention great works, have nearly always and everywhere been created in periods of stability, be it a good or a bad stability. Modern Russian literature is no exception. The educated reader today is much more interested in non-fiction — memoirs, biographies, and documentary prose. However, I do believe that justice and conscience will not be cast to the four winds, but will remain in the foundations of Russian literature, so that it may be of service in brightening our spirit and enhancing our comprehension.

    SPIEGEL: The idea of the influence of Orthodox Christianity on the Russian world can be traced throughout your works. What is the moral qualification of the Russian church? We think it is turning into a state church today, just like it was centuries ago — an institution that in practice legitimizes the head of Kremlin as the representative of God.

    Solzhenitsyn: On the contrary, we should be surprised that our church has gained a somewhat independent position during the very few years since it was freed from total subjugation to the communist government. Do not forget what a horrible human toll the Russian Orthodox Church suffered throughout almost the entire 20th century. The Church is just rising from its knees. Our young post-Soviet state is just learning to respect the Church as an independent institution. The “Social Doctrine” of the Russian Orthodox Church, for example, goes much further than do government programs. Recently Metropolitan Kirill, a prominent expounder of the Church’s position, has made repeated calls for reforming the taxation system. His views are quite different from those of government, yet he airs them in public, on national television. As for “legitimizing the head of Kremlin,” do you mean the funeral service for Yeltsin in the main cathedral and the decision not to hold a civil funeral ceremony?

    SPIEGEL: That too.

    Solzhenitsyn: Well, it was probably the only way to keep in check public anger, which has not fully subsided, and avoid possible manifestations of anger during the burial. But I see no reason to treat the ceremony as the new protocol for the funerals of all Russian presidents in the future. As far as the past is concerned, our Church holds round-the-clock prayers for the repose of the victims of communist massacres in Butovo near Moscow, on the Solovetsky Islands and other places of mass burials.

    SPIEGEL: In 1987 in your interview with SPIEGEL founder Rudolf Augstein you said it was really hard for you to speak about religion in public. What does faith mean for you?

    Solzhenitsyn: For me faith is the foundation and support of one’s life.

    SPIEGEL: Are you afraid of death?

    Solzhenitsyn: No, I am not afraid of death any more. When I was young the early death of my father cast a shadow over me — he died at the age of 27 — and I was afraid to die before all my literary plans came true. But between 30 and 40 years of age my attitude to death became quite calm and balanced. I feel it is a natural, but no means the final, milestone of one’s existence.

    SPIEGEL: Anyhow, we wish you many years of creative life.

    Solzhenitsyn: No, no. Don’t. It’s enough.

    SPIEGEL: Alexander Isayevich, we thank you for this interview.

  2. ermes / Dec 12 2007 7:34 PM

    It seems like yesterday

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  1. “Obiettivamente” la “soluzione migliore” « Abeona forum

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