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Tuesday, 10 April , 2007 / ermes

Furet e… Solzenicyn


francois-furet.jpgAllo scritto di Schlesinger su Solzenicyn riportato nel post precedente, associo le pagine di un altro stupendo maestro della storiografia internazionale, François Furet, anche lui scomparso poco tempo fa, anche lui studioso grandemente antidogmatico. (Il passo è tratto dal volume Gli occhi della storia, Milano: Mondadori, 2001, pp. 117-121).

Furet, scappato al Partito comunista francese dopo la repressione sovietica delle speranze ungheresi del 1956, fu bollato da più parti con l’epiteto di storico revisionista… tra l’altro reinterpretò in maniera innovativa e prima impensabile il corso e i lasciti della Rivoluzione francese, e per primo parlò di fascismi e comunismi come “gemelli totalitari”, di là d’ogni distinzione che pure d’essi fenomeni si possono e devono sottolineare: oh qual scandalo! Oh la forza e la vita carsica delle idee…

L’indistruttibile motore di Solzenicyn
21 aprile 1975

Nel 1961, anno in cui la sua vita cambia, Solzenicyn lavora come insegnante a Rjazan’, per sessanta rubli al mese. Ha cominciato a scrivere nel GULag, da dove è uscito nel 1953, e per oltre dieci anni continua a scrivere manoscritti che nasconde come un tesoro, vergati in inchiostro nero con minuscola calligrafia; così, al riparo dai contatti sociali, giocando la parte del cittadino mansueto e dell’insegnante moderato, fabbrica in modo febbrile il suo deposito di dinamite. Nel 1956, al momento del XX congresso, ha messo il naso fuori dal GULag, ma è ripiombato subito «nel sottosuolo»: non è pronto, anzi, non è il momento. La battaglia comincia soltanto quell’anno, il 1961, quando invia alla rivista «Novyj Mir» il suo primo racconto esplosivo: Una giornata di Ivan Denisovic.
Non è la libertà, non è il terrore. Chruscev regna ancora, eroso, minacciato dalla coalizione «collegiale» dei conservatori e dei prudenti che l’anno dopo riuscirà a farlo fuori. Ha appena rilanciato, al XXII congresso, l’offensiva contro Stalin per respingere i suoi avversari.
«Novyj Mir» è uno dei luoghi alti del «chrusciovismo». All’epoca vuol dire Tvardovskij, e Tvardovskij non è solo un liberale, è un vero redattore capo, un vero editore — la figura centrale, con lo stesso Solzenicyn, della cronaca di questi dieci anni. È un muzik collerico, incline al bere, un lettore straordinario sempre a caccia di manoscritti. «Candidato» al comitato centrale, è l’uomo del partito, sa come tirare le fila del regime, indovina i minimi segnali dall’«alto», la più minuscola controcorrente. Però ama la letteratura, e Chruscev, il «muzik numero uno», gli permette, dal 1956 in avanti, di conciliare questi amori contraddittori.
Il manoscritto di Ivan Denisovic finisce sul suo tavolo una sera del dicembre 1961. Lui fiuta il testo della sua vita, se lo porta a casa, si mette a letto per assaporarlo, si riveste alla fine delle prime trenta pagine per gustano in maniera più degna: in quella notte d’entusiasmo solitario, densa d’ombre tutelari, mentre sorge l’astro Solzenicyn, comincia il tumultuoso legame tra due uomini, uniti da tutto, dall’irruenza del carattere, dalla passione per la letteratura e per la tradizione, dall’amore per la libertà, dalla comune eredità di Puskin e di Tolstoj, ma divisi da tutto, visto che l’uno è un chruscioviano che ha introiettato le regole del sistema, e l’altro ha bruciato le sue navi nel porto, per non coltivare più la speranza del ritorno… Come sarebbero stati amici se tra loro ci fosse stata solo la letteratura! Ma, come sempre succede nella storia russa, il meccanismo della pura letteratura va ben oltre la letteratura: è innanzitutto politica e metafisica. Tvardovskij si renderà subito conto che il nuovo beniamino non è facilmente manipolabile. Continuerà a farsene esasperare, pur volendogli bene e dandogli sostegno.
Il vero uomo politico, il bravo leninista, in questa vicenda, è Solzenicyn: è lui che utilizza le contraddizioni dell’avversario facendo leva sugli aspetti liberali di un regime che invece lo detesta e vuole distruggerlo. Qui non possiamo restituire in dettaglio il tema del suo avvincente libro:* le peripezie dell’intera vicenda, dalla pubblicazione di Ivan Denisovic sino alla messa al bando nel 1974, si leggono come un giallo, anche per chi già ne conosce l’essenziale grazie al saggio di Pierre Daix.**
Il personaggio di Solzenicyn vi appare in effetti sotto una luce e con una densità storica nuova. L’autore del GULag non è solo il notaio meticoloso dei crimini staliniani o il risorto profeta della vecchia Russia. È un formidabile stratega che conosce meglio di chiunque altro le forze e le debolezze del regime poliziesco. Le depressioni dostoevskiane e le sbronze vanno bene per Tvardovskij, che è un tenero, un uomo dimidiato, troppo liberale per questo regime, troppo compromesso per esserne l’avversario. Solzenicyn invece è tutto d’un pezzo, tutto teso al regolamento dei conti di un ex condannato ai lavori forzati, ossessionato dal dialogo con Lenin, mentre organizza pazientemente la sua rete, la trama verso l’Occidente, e mette a punto, come un artificiere, la batteria dei razzi a venire, sino al lancio finale del GULag. È un duro, un furbo, il quale, imbottito di energia interiore sino a scoppiare, alimenta il proprio narcisismo letterario col senso di una missione speciale, insomma, è un motore indistruttibile.
A volte, vorremmo che fosse più tenero, o solo più giusto, per esempio quando scrive quel paragrafo un po’ «freddo» su Rostropovic, colpevole di averlo ospitato nella sua dacia solo per quattro inverni. Forse però, ci voleva proprio una mente e un cuore di questa natura, innanzitutto per sopravvivere, poi per battersi, e alla fine per vincere. In pochi son riusciti ad attraversare quel mondo con determinazione, e a uscirne completamente intatti; con Solzenicyn possiamo salutare anche gli altri, Sacharov, Kuznecov, Amalrik, Medvedev.
Questo per il «vitello», al quale vanno gli onori della battaglia. Resta la «quercia» che Solzenicyn ha scosso, e non è la parte meno sorprendente della storia. Nel corso del racconto, il regime sovietico appare in realtà impietosamente poliziesco e stranamente arcaico. L’intellighenzia contestataria, revisionista, liberale o (in mancanza di un aggettivo migliore che non riesco a trovare) «solzenicyana» che sia, rappresenta l’unica interlocutrice del potere, sostituendosi in qualche modo a tutti i gruppi sociali. In effetti, ancora di più che nel XIX secolo, in seguito alla completa distruzione della società civile che il terrore staliniano ha rappresentato, l’unica pressione sociale sul potere è quella dell’intellighenzia. Il resto della popolazione nemmeno dispone dei rudimenti di istituzioni o di strumenti culturali potenzialmente autonomi. Per questo l’intelligencjia viene tenuta sotto strettissima sorveglianza: quando un intellettuale tossisce, è tutta la società russa ad avere il raffreddore.
E il barometro, chi lo tiene d’occhio? Il partito, certo. Ma siccome nel partito si decide tutto dall’alto, le questioni che riguardano gli intellettuali salgono tutte al comitato centrale, all’ufficio politico e arrivano rapidamente al segretario generale. È lo stesso Chruscev nel 1961 a decidere la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovic . Quanto agli altri manoscritti di Solzenicyn, quando cadono in mano al partito, se ne stampa un piccolo numero di copie riservate, perché i massimi responsabili possano decidere, con cognizione di causa, cosa farne. In questo modo, si stabilisce sulle idee un sistema di controllo apparentemente strano, dotato però di una sua verità profonda, in virtù del quale i dibattiti in seno al comitato di redazione di «Novyj Mir» per il potere sono più importanti di quanto non lo siano quelli all’Unione dei sindacati.
Il prezzo del sistema, nella misura in cui il regime non liquida più gli oppositori, ma combina nei loro confronti avvertimento, fastidi o arresto, in dosi variabili, è l’esistenza più o meno tollerata, ma sempre accuratamente circoscritta, di una rete parallela in cui l’informazione non conformista può circolare liberamente. L’impatto di Solzenicyn sul regime e sulla società sovietica naturalmente deriva dal suo talento e dalla forza di ciò che egli dice. Ma nasce anche da una geniale utilizzazione dei circuiti di comunicazione di quella società. Lanciato in orbita dal successo di Ivan Denisovic e della Casa di Matriona, diventato da un giorno all’altro un autore famoso, Solzenicyn troverà un triplo sbocco: la circolazione clandestina delle sue opere vietate e dello sue dichiarazioni, la persecuzione rumorosa della stampa ufficiale, l’ascolto internazionale e il premio Nobel. Ha battuto Breznev giocando sullo stesso tavolo, mantenendo quasi sempre l’iniziativa spingendo il regime a reagire con una serie di goffaggini, troppo famoso per essere arrestato, troppo combattivo per essere tollerato. In fatto di provocazione letteraria, in confronto a lui i surrealisti sono chierichetti.
Bisogna assolutamente leggere i documenti pubblicati in appendice al suo libro, capolavori di letteratura da combattente e di abilità strategica. Solzenicyn è un grande artista dello scandalo. Eccelle nel giustapporre la lingua morta dell’ideologia e la sua prosa aspra «contadina». Passa in giudizio davanti ai trenta segretari dell’Unione Scrittori? Si porta dietro un blocchetto di appunti come se fosse un reporter, comincia a esasperare tutti quei burocrati, come se li volesse condizionare, per rendere le parole di un certo Kornejcuk, immortali «Voi ironizzate sui viaggi all’estero definendoli gite di piacere; mentre noi andiamo all’estero per condurre una battaglia e ne torniamo rotti dalla fatica, sfiniti, ma col sentimento del dovere compiuto». Oh Flaubert, almeno Bouvard e Pécuchet non avevano potere…
Eppure servono tanti Kornejcuk perché la voce di Solzenicyn giunga sino a noi per quello che è: la voce più improbabile e più necessaria di quel mondo lontano. Non solo libero, ma anche giudice. A mille leghe di distanza dal minimo di consenso richiesto a un cittadino sovietico: deliberatamente altrove, eppure in grado di colpire al cuore dell’Unione Sovietica di oggi. Solzenicyn — e sta tutto qui — chiede solo che il suo paese accetti di pensare il proprio passato. Minaccia il silenzio dei colpevoli e dei nostalgici, spiazza l’astuzia del «culto della personalità», mobilita la forza torrenziale delle parole per sbloccare, in profondità, le lugubri costrizioni del discorso ufficiale. Il semplice fatto che parli e che scriva mantiene aperta la storia russa; e c’è una logica se il suo «caso» in tutti questi anni è stato trattato in così alte sfere. A forza d’autoistituirsi Tribunale di Norimberga, Solzenicyn ha finito per rappresentare un’opposizione formidabile come un incubo.
La sua messa al bando ha allontanato quest’incubo. Resta però una «piccola» domanda, alla quale forse non c’è modo di sfuggire:
«Che cos’è lo stalinismo?».

* Alexandre Soljénitsyne [Aleksandr Solzenicyn], Le chine et le veau. Esquisse de vie littéraire, Paris, Le Seuil, 1975. [Ed. orig. Bodalsja Telenok s duboni, trad. it. La quercia e il vitello, Milano, Mondadori, 1975.]
** Pierre Daix, Ce que je sais de Soljénitsyne, Paris, Seuil, 1973.

2 Comments

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  1. ermes / Apr 10 2007 1:13 AM

    E’ incredibile: nella foto in alto Furet sembra un Altero Matteoli qualunque!

    Nulla da dire, ovviamente, su Altero Matteoli, grande Ministro dell’Ambiente di Alleanza Nazionale, un uomo che ha lasciato il segno, che ha colpito tutti per il suo impegno e i risultati raggiunti… Se è azzardabile un paragone, peggio di Pecoraro Scanio (ripeto: Pecoraro Scanio!), eh sì un’impresa assoluta! Siderale.

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  1. “Obiettivamente” la “soluzione migliore” « Abeona forum

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