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Saturday, 14 April , 2007 / germes

Fede e ragione


Mischia le carte il sedicente “illuminista cattolico” dalla testa piattamente politica. Caduto sul Trono di Pietro proferiva a Ratisbona sulle “verità di Fede” (12 settembre 2006): vuole (s)piegare Dio passando dall’alambicco della “ragione”; “Dio è razionalmente conoscibile”; come a dire “piove e non piove”.

“Lezione” la chiamano. Di fatto è affare politico. E lui s’atteggia a dovere. Il cerimoniale favorisce la metamorfosi: l’abito lo sottende Sua Santità; ma le parole lo fanno anche Professor-teologo. Gli invasati dai “valori della fede”, nonché i misticoidi del potere fine a se stesso (vedi gli atei devoti), lo adorano, semplicemente. Dall’altra sponda v’è invece chi vuole vederci chiaro dietro i paramenti pseudo-razionali dell’ex patrono del Santo Officio (Santa Congregazione della Fede, lo chiamano ora): a leggerla come si deve, la “professione di fede” di Sua Santità maschera solo un brulichio di corpulenti interessi terreni, cui la gerarchia non può rinunciare. Alla fine il quadro è desolante: imbroglio politicante e la malafede dialettica.

Tutto questo, e molto altro emerge, dall’escursione teologale e filosofica di N. Fasciano: Dell’impossibile incontro tra fede e ragione Anatomia del discorso di Ratisbona. Il saggio, pubblicato sul sito telematico curato dal Prof. G. Casuscelli (www.statoechiese.it) tocca i nervi scoperti del problema.

Pesa le parole come pochi, squadra i concetti; scrive all’osso, maneggia la sintassi con economia e senza intenerimenti. Stimola l’organo pensante. Un’opera del genere presuppone lunghi esercizi di studio. Insomma, una felice eccezione lo scritto di questo dottorando in “Istituzioni e Politiche Comparate” dell’Università di Bari: un vero e proprio antidoto contro il parlar a briglia sciolta; contro cioè quello che purtroppo si è spesso costretti a digerire nell’italica accademia, a tutti i livelli.

Il mio invito alla lettura diventa allora un invito ad una orwelliana “boccata d’aria”; basta cliccare al seguente indirizzo:

http://www.statoechiese.it/images/stories/papers/200704/fasciano_fede.pdf

2 Comments

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  1. ermes / Jul 17 2007 3:45 PM

    Colui, in-vero, non si è mai definito “illuminista”… anzi!

    Di seguito un bell’articolo di Gian Enrico Rusconi: financo Habermas ha capito (e ben poco denunciato…) la deriva dell’argomentare ratzingeriano.

    Tra Ratzinger e il diavolo
    • da La Stampa.it del 17 luglio 2007

    Nel suo «discorso pubblico» un cardinale afferma che la Chiesa è rimasta l’unica istituzione in Italia in grado di difendere la famiglia. Raccoglie l’applauso del pubblico.

    Applaudono in prima fila anche quelli che la Conferenza episcopale italiana certifica come i «veri laici», includendovi pure gli agnostici che di Dio, di Cristo o della storia della Chiesa non sanno quasi nulla, ma stanno dalla parte della Chiesa contro la (presunta) deriva lassista e illuministica della società contemporanea e contro l’islamismo strisciante.

    In effetti, oggi il consenso alla Chiesa può fare a meno di qualunque informazione e competenza teologica. L’età post-secolare si presenta anche come l’età dell’impoverimento del quadro teologico, quantomeno nell’ambito del discorso pubblico che sta a cuore alla Chiesa di oggi. Conosco le seccate obiezioni di quanti mi accusano di essere disinformato non solo del fervore delle nicchie teologiche specializzate, ma anche dei libri che ogni anno escono in Italia e che sono esposti nelle vetrine delle grandi librerie laiche. In realtà si tratta per lo più di opere di dottrina morale o di esegesi biblico-evangelica, dove i riferimenti teologici sono soltanto di supporto e funzionali alle raccomandazioni morali. Si confonde la letteratura religiosa edificante con la riflessione teologica. Un sintomo grottesco è stato quello di uno zelante cardinale che in occasione della festa di Natale (evento fondante della teologia dell’incarnazione) non ha trovato di meglio – nel clima dell’offensiva contro «le coppie di fatto» – che parlare della grotta di Betlemme come del luogo in cui c’era la «vera famiglia».

    Nell’attuale ritorno del classico tema «ragione e fede», che rimette in circolazione i non meno classici motivi contrapposti, chi esce perdente è la ragionevolezza. È sconfitto cioè chi non vuol «vincere», chi non intende imporre le sue convinzioni ma vuole creare una comunità di cittadini che si parlano seriamente, partendo dalla constatazione che su alcune «verità» importanti non c’è possibilità di convergenza tra differenti convinzioni. Eppure è necessario creare un ragionevole modo di vivere insieme. Solo la ragionevolezza (che viene diffamata come relativismo) può costruire una società di cittadini maturi.

    In questo contesto va collocato anche uno dei motivi-guida del pensiero di Papa Ratzinger: la razionalità della fede. La strategia ratzingeriana conferma e insieme tenta di controbattere l’impoverimento teologico nella comunicazione pubblica della Chiesa, di cui parlavo sopra. Quello della razionalità della fede è il tema centrale nella complessa attività espressiva del Pontefice, che pure spazia negli ambiti più diversi. Oggi polarizza l’opinione pubblica soprattutto attorno al recupero delle forme della traditio cristiana. Ma anche la reinvenzione della tradizione (tale è la Messa in latino) rientra nello sforzo di trovare attraverso le antiche radici greco-latine la ratio cristiana. Questa tematica lascia con discrezione sullo sfondo i grandi temi teologici della redenzione, della colpa originale, della salvezza o della dottrina trinitaria, che sono diventati troppo ostici e difficili da spiegare a un pubblico religiosamente deculturalizzato come l’attuale. Si concentra su argomenti apparentemente più accessibili e universali come la «natura /natura umana» e appunto «la razionalità».

    Parte decisiva dell’operazione ratzingeriana che declina il discorso religioso con le categorie del logos e della ragione, è il richiamo all’originaria ellenizzazione del cristianesimo. Con questo concetto si intende l’operazione culturale con la quale, tra il II e il IV secolo, gli esponenti più qualificati della Chiesa in formazione hanno strutturato, tramite categorie prese dalla tradizione platonica, i dogmi originari del cristianesimo – non senza profondi traumi e laceranti conflitti. Ma Ratzinger non si cura di quei conflitti: a lui preme presentare l’ellenizzazione come riuscito e insuperabile modello del rapporto tra ragione e fede.

    Il tema dell’ellenizzazione / disellenizzazione del messaggio cristiano – fortemente sviluppato nella lezione di Ratisbona – ha colto di sorpresa e impreparati i commentatori cattolici nostrani. Ha provocato invece una vivace reazione polemica nel mondo protestante tedesco e americano e, in generale, là dove esiste ancora una cultura storica e religiosa degna di questo nome.

    Da noi invece i commentatori del discorso papale continuano a elogiare soltanto l’argomento (certamente centrale) che l’autentica ragione religiosa è nemica della violenza, non solo della violenza maldestramente attribuita all’Islam con l’infelice citazione dell’imperatore bizantino poi chiarita, ma anche della violenza del nichilismo contemporaneo e dello scientismo, da cui discenderebbe il disprezzo dei valori dell’uomo.

    Ma se si esamina attentamente l’argomentazione di Ratzinger si arriva presto alla conclusione che il suo bersaglio non è lo scientismo, bensì la razionalità scientifica stessa, vista come riduzione dell’orizzonte della vera ragione che si proietta verso il trascendente. Insomma la vera ragione per il Papa è «la ragione della fede», quella «che s’interroga su Dio».

    A questo punto viene il dubbio se Ratzinger, nonostante la sua dichiarata ammirazione per la conoscenza scientifica, non ne disconosca di fatto l’essenziale. Che la ragione sia limitata lo sappiamo da sempre, in modo sistematico nell’età moderna a partire da Kant, verso il quale Ratzinger invece formula un giudizio sorprendentemente negativo. Ma se Ratzinger accetta l’autonomia della logica e della ricerca scientifica soltanto in una logica di subalternità alla ragione religiosa, se nega alla scienza la capacità autonoma di conoscenza sull’uomo e sulla natura, nega di fatto l’essenza stessa della ragione moderna.

    Non sono io a dirlo, ma Jürgen Habermas, che i cattolici additano volentieri come il partner laico ideale del discorso religioso, fraintendendo e trasfigurando il suo colloquio con l’allora cardinale Ratzinger (in realtà si è trattato di un dialogo finto, dettato da reciproca cortesia intellettuale). Ebbene il Pontefice – ha scritto Habermas – «ha dato al vecchio dibattito sulla ellenizzazione e disellenizzazione del cristianesimo una svolta inattesa nel senso di una critica alla modernità.

    Con questo, ha fornito anche una risposta negativa alla domanda se la teologia cristiana deve tenere conto delle sfide della ragione moderna, post-metafisica». Ogni possibilità di dialogo viene annientato alla radice.

  2. Gendarmes / Jul 18 2007 10:40 AM

    Viene utile ripescare negli archivi de “la Repubblica”, 13/07/05:

    FRANCO CORDERO*

    «Entropia» dal greco tropé, rivolgimento. Con questa parola misteriosa 140 anni fa Rudolph Clausius designa un fenomeno termodinamico: dei motori producono lavoro mediante flussi del calore dai corpi caldi ai freddi; non avviene mai l’inverso, né l’energia termica risulta interamente convertibile nel lavoro meccanico; qualcosa va perso; impossibile quindi un perpetuum mobile. L’entropia indica processi irreversibili:
    supponendo chiuso l’universo, aumenta fino all’equilibrio termico assoluto; lì non succede più niente. In meccanica statistica misura il disordine, inverso della struttura: sale negli stati variamente configurabili; e ogni sistema evolve verso lo stato più probabile. Passiamo alla fisica sociale:
    pensiero e vita morale sono eventi artificiosi: moderne tecnologie li dissolvono; fino a quando rinasceranno? Lo stato più probabile è il mimetismo: ordine da termitaio e guerra endemica, anzi carneficina in forme rituali; è un lusso pensare, obsoleto e pericoloso. Regnano culture dello spegnitoio. Giordano Bruno va al rogo col morso, giovedì 17 febbraio 1600, scomunicato dalle autorità cattoliche, calviniste, luterane, dopo sette anni d’un processo alle idee; se abbia senso la parola «creatore», quanti siano i mondi, moto della terra, anima mundi, ecc. Sotto Natale, a Pordenone, l’aveva preceduto Menochio Scandella, vecchio mugnaio friulano, colpevole d’avere un «cervelo sutil». L’argomento presenta sfondi teologali. Li sfioravo negli Osservanti (Giuffrè, Milano 1967): come l’animale umano produca, vìoli, consumi norme; L’Epistola ai Romani (Einaudi, Torino 1972) disegna un’antropologia del cristianesimo paolino; ho studiato sant’Agostino, dapprima campione, poi negatore della libertà umana; e tali ricerche culminano nelle Fiabe d’entropia (Garzanti, Milano 2005).
    Parte prima, «Teatro celeste». Aurelio Agostino viene a Roma da Cartagine, retore manicheo: sale a Milano, dove pontifica Ambrogio; scopre l’universo cristiano; torna a casa, monaco, presbyter, vescovo ausiliare, infine titolare d’Ippona; e combatte i manichei scrivendo sulla Genesi. Le fonti dispiegano una fantasmagoria cielo-terra: erompe l’universo; cadono gli angeli; la protocoppia vìola un tabù alimentare; tale peccato scatena un’infezione cosmica; prende forma l’archetipo divino; diluvio, patriarchi, religione mosaica, l’affare Giobbe; alla figura divina singola ne seguono tre; la seconda s’incarna, patisce, muore, risorge, scardina la Legge, instaura un Regno ancora invisibile; cos’avvenga alla fine dei tempi, lo racconta l’Apocalisse, libro d’insopportabile volgarità, con alcune geniali analisi. Parte seconda, «I Golem alla sbarra» («Golem» è il nome dell’uomo d’argilla che il rabbino-mago praghese Löw racconta d’avere fabbricato).
    Riappare Agostino: contro i manichei difendeva il libero arbitrio ma già nel terzo libro omonimo (388-95) l’interlocutore Evodio solleva dubbi insolubili. Il commento dell’epistola ai Galati, anno 394, intavola l’idea-chiave della «charitas» o «gratia» come impulso prevalente, «delectatio victrix», pia libido. La ribadiscono Diversae quaestiones ad Simplicianum, 395: siamo automi; preghiera e fede nascente presuppongono pulsioni pneumatiche inoculate da Dio; fa tutto Lui; se n’era scelti alcuni, manda gli altri al diavolo; né abbiamo ragioni da opporre, essendo tutti debitori del supplizio quali discendenti d’Adamo. Agostino, efferato antiumanista. Il suo antipode è un celta immigrato nell’Urbe.
    Morgan (in latino Pelagio) ha un’alta stima dell’uomo e cultura romana: rifiuta l’idea tribale del peccato ereditario; professa una religione laica; gli ripugnano le magie sacramentali, perciò svaluta il battesimo; insegna un cristianesimo radicale, dalla forte tensione etica; vede intrinsecamente cattivi i poteri economico e politico, mentre l’ecclesiocrate Agostino, accomodante, se ne serve. Nel conflitto l’Africa agostiniana stravince, seguita dalla Chiesa romana. Monasteri tunisini e marsigliesi però rifiutano l’agostinismo. Prospero d’Aquitania, continuatore infedele, lo diluisce a beneficio delle anime tenere. Quattro secoli dopo, l’affare Gotescalco fissa dei cortocircuiti teologali (è un monaco imprigionato a vita perché troppo fedele al Doctor gratiae). Ormai l’ortodossia consiste nel dire una cosa e l’opposta. Sant’Anselmo, Pier Lombardo, Alberto Magno coltivano un’eloquente schizofrenia logica: sfuggono all’inferno i soli che Iddio s’era eletti ma tutti possono salvarsi, ossia «piove e non piove»; san Tommaso bara coniando la formula d’una «grazia sufficiente», sebbene non lo sia. Gli anatemi tridentini coniugano bianco e nero. Baio riscopre Agostino. E determinista senza saperlo persino quel pasticheur Padre Luis Molina Societatis Iesu. Giansenio e i partitanti che s’intitolano dal suo nome, sono gli ultimi campioni della predestinazione, poi la disputa s’assopisce. Parte terza, «Lo specchio dei prudenti»: sei storie mettono in scena lo psicodramma normativo; segue una grammatica del relativo discorso (cosa significhi «giusto»); dove conduca la teologia paolina della storia, profondamente reazionaria, dalle invettive luterane contro i contadini alla repressione dell’attentato 20 luglio 1944 nella «Tana del Lupo»; chiudono l’escursione paradossi del disincanto modulati da Pascal, cattolico pericolosamente incline alla vertigine.
    Che la materia scotti, lo dicono garriti ignoranti e silenzi santimoniosi. Parliamone seriamente, tenendo sotto gli occhi testo biblico, patristica, scolastica, formule dogmatiche.
    Negli ultimi tempi anche le gazzette discutono d’etica. In che rapporto stanno morale e religione? Qualcuno le identifica.
    Più fine, Jung aveva colto una profonda immoralità divina nell’affare Giobbe: Satana frequenta la corte celeste; e per scommessa, Yahweh gli consegna questo suddito obbediente; abilissimo meccanico, sul terreno dei valori vale meno dell´uomo; non li sente. Poi tenta d’educarsi. Il Nuovo Testamento descrive un Dio incarnato e sofferente sulla croce nell’interesse delle creature umane, ma l’esito lascia sgomenti. Lutero e Calvino dicono chiaro quel che fumisterie cattoliche occultano. La favola antropomorfa suona così (niente d’irrispettoso: «fabula» nel senso latino, ossia «res divulgata, sive sit vera, sive falsa»). L’universo è opera d’una Persona il cui stato anteriore non possiamo descrivere:
    suscita dal niente gli angeli, puri spiriti; e quasi subito molti decadono diventando diavoli, perché volevano sentirsi indipendenti; i teologi meno romanzieri l’ammettono, non era complotto sovversivo. Indi crea la coppia umana, destinata a vita comoda sine die nel paradiso terrestre, purché non tocchi i frutti d’un albero: gli sciagurati disubbidiscono, perdono i doni, comincia la storia; a causa d’Adamo meritiamo tutti l’inferno; dopo un tempo che ancora due secoli fa i cronologhi misuravano in quattromila anni, viene sulla terra una persona divina a riscattare l’umanità (sul rapporto trilaterale Dio – uomo – diavolo tiene banco sant’Anselmo); muore, risorge, instaura un suo regno ancora virtuale e tornerà chiudendo i tempi; l’aspettavano ansiosi ma non viene; al posto suo ecco Mater Ecclesia, dove riti dall’effetto più o meno automatico schiudono le porte del cielo; se lo guadagna chi adempie i comandamenti; solo nel grembo ecclesiastico uno può salvarsi l’anima; «extra Ecclesiam nulla salus».
    Enumeriamo alcuni punti deboli. L’Onnipotente sa cos’avverrà:
    sapendolo, crea il mondo e l’affolla d’una specie animale in larga misura destinata all’inferno: che gli uomini scontino un peccato del capostipite, è giustizia da orchi; altrettanto aberrante la pena eterna inflitta a esserucoli malriusciti; poteva lasciarli nell’utero tiepido del Niente. Intesa così, la creazione prefigura su scala cosmica gli stupidi passatempi d’una conventicola criminal-psicotica nelle Cent Vingt Journées de Sodome. Nessun carnefice infierisce oltre la morte: Lui nega questa soglia ai dannati; li tiene vivi in saecula saeculorum e i beati guardano godendosi lo spettacolo (san Tommaso, Summa Theologiae, Supplementum Tertiae Partis, q. 94, art. 3); l’idea alimenta laidi stereotipi quaresimali; quanto vi declama Paolo Segneri S.J., maestro dell’oratoria barocca. Era l’eresia d’Origene che l’inferno sia uno stato d’animo, pena medicinale, quindi temporanea, e ancora cent’anni dopo, Gregorio da Nissa prevedeva un’apocatástasis o restaurazione finale. Insomma, Domeneddio non fa bella figura.
    Le scoperte d’Agostino, poi, aprono abissi. L’autore è un sessuomane dalla fantasia cupa: non smaltirà mai i residui manichei (glieli contesta l’ex vescovo Giuliano, educato secondo categorie culturali romane); intende il peccato originale come una lue connessa agli organi genitali (perciò le scuole discutono accanitamente sul punto se la Madonna sia concepita «cum aut sine labe originali», finché Pio IX taglia corto proclamando l’Immacolata Concezione); e incrimina Pelagio, colpevole d’avere sostenuto che i bambini morti senza battesimo siano accolti nel Regno dei Cieli; nient’affatto, vanno all’inferno. Insomma, sotto vari aspetti non è un maître à penser raccomandabile, ma soverchia intellettualmente gli avversari. La sua psicanalisi ante litteram costituisce titolo d’autentica gloria scientifica: quando mancano 15 secoli all’interpretazione freudiana dei sogni, elabora una dinamica delle pulsioni liquidando il fantasma verbale della «volontà»; parola vuota; la condotta umana è intessuta d’atti volitivi nient’affatto sovrani ossia indeterminati; vige una causalità psichica simmetrica alla fisica.
    Qui finisce l’analisi, strepitosamente acuta. Il resto è fiction teologale: l’autore chiama «gratia» o «charitas» l’impulso determinante dell’atto virtuoso; e l’attribuisce al divino Macchinista. L’idea prende piede, anzi diventa dogma: nelle dispute teologali (Fiabe d’Entropia, pagg. 306-422) riceve mille varianti verbali, velata da una dialettica del nonsenso; nessuno però la nega; chi s’arrischiasse cadrebbe nell’eresia.
    I corollari sono puro guignol: dal fondo dell’eternità s’era scelto alcune creature umane destinando il resto a infiniti tormenti (discorso insensato perché presuppone e nega il tempo); crea le anime una ad una, subito infuse all’embrione infetto, indi manipola gl’individui; non avviene niente che non abbia voluto. Anche il male? Eccome. Lo permette, dicono gl’ipocriti. Nossignori, risponde Calvino: Adamo e successori peccano perché così aveva stabilito; non è un fannullone che guardi la commedia umana intervenendovi ogni tanto come gli dèi dell’Olimpo; l’ha allestita fino all’ultimo particolare.
    Era preordinata anche la caduta degli angeli: sant’Agostino l’ammette sotto voce, notando come i fedeli fossero «amplius adiuti»; disponevano d’un soccorso ad hoc. Perché ha creato il mondo? Voleva celebrarsi con uno spettacolo monstre: tale l’inferno; giova alla sua gloria il brulichio d’innumerevoli cavie umane in preda a tormenti eterni. Siamo nella sfera dell’horror. Nessuno con la testa sul collo ammetterà che una morale decente nasca su tali premesse. L’etica, prodotto razionale, non ha niente da spartire col terrore religioso, radicato nelle midolla: «horrendum est incidere in manus Dei viventis» (Epistola agli Ebrei, 10.31); è onnipotente, dunque qualunque cosa voglia, risulta «santa»; «voluntati eius quis resistit?»; ha un potere assoluto sulle creature; il vasaio modella a suo piacimento l’argilla, e via seguitando (Epistola ai Romani, 9.19-24). La sindrome studiata da Rudolf Otto in un famoso libretto è pallore, panico, stravolgimento, afasia inorridita. Giobbe usava argomenti razionali. Yahweh lo sgomina evocando Leviathan, un coccodrillo-drago dall’alito infuocato, nel quale s’identifica: lo peschi all’amo, se può; gl’infili un anello nelle narici; giochi con lui quasi fosse un passero; quando Leviathan viene a galla, tremano persino gli angeli; «quis resistere potest vultui meo?»; «omnia sub coelo mea sunt» (Giobbe, capitoli 41s.).
    Che l’etica sia valore umano, implicitamente ateo o almeno laico, agli antipodi del panico mistico, l’ammette anche qualche teologo. Gregorio da Rimini, monaco agostiniano nato intorno al 1300 (generale dell’Ordine, 1357), figura nell’aneddotica quale «tortor parvulorum»: sostiene che i bambini morti senza battesimo vadano all’inferno, quando già Pier Lombardo, due secoli prima, li esonerava da fuoco e «vermis conscientiae» gratificandoli d’un malinconico benessere (sono privi della cosiddetta visione beatifica); ma in etica ragiona bene. Sentiamolo: l’atto buono o cattivo resta tale indipendentemente da chi comanda o vieta, fosse anche Dio o non esistesse il soggetto così denominato; il criterio sta nella «recta ratio». Da notare come in tale contesto «rectitudo» non significhi infallibilità: la «ratio» è «recta» quando uno l’abbia usata come meglio può; corrono solo «probabiles locutiones»; ogni enunciato sottintende la clausola «sine praeiudicio melioris sententiae». Anche Gabriele Vázquez, gesuita spagnolo (1551-1604), coltiva un intellettualismo etico dove Dio diventa ipotesi superflua.
    L’argomento ha riflessi molto attuali concernenti l’obbedienza dell’elettore cattolico. Niente da obiettare alla legittimità formale degl’interventi: la Chiesa interloquisce dove vede coinvolti i suoi interessi spirituali ossia «ratione peccati», una formula estensibile ad libitum, escogitata da Bonifacio VIII, ateo (dicono), gran canonista, sovrano tanto invadente da rovinarsi; altra questione, non giuridica ma etica, fin dove leghino le direttive. Gregorio da Rimini e Gabriele Vázquez le posporrebbero alla «recta ratio»: se i destinatari hanno una testa, la usino; ad esempio, qualunque cosa dicano papa e vescovi, non è auspicabile una natalità sfrenata.
    I tradizionalisti rifiutano ogni ripensamento, né hanno mano libera le correnti più o meno liberali. Tout se tient nel dogma. Vediamolo su un punto: tolto il mito del peccato d’Adamo e relativa ipotesi monogenetica (meno probabile dell’opposta, che i ceppi siano vari), resta in aria il Nuovo Testamento; perché il Figlio s’incarna e muore sulla croce se gli uomini non sono animali del diavolo, tali costituiti dalla tragressione d’un tabù alimentare nel paradiso terrestre?
    Siccome i tempi tendono alla torbida Romantik occultistica più che alle idee chiare e distinte, anche nella cultura laica, non stupirebbe un impetuoso revival dogmatico-mistico.
    Comunque scelga, la Chiesa pagherà dei prezzi: arroccarsi sui dogmi, lanciando nuovi Sillabi, è il partito della catastrofe; lasciandoli cadere, rischia assalti da destra (cattolici furibondi, stile Joseph de Maistre, e clericali atei, farneticanti una società gerarchica, chiunque sia il controllore, vescovo, commissario bolscevico, tecnocrate dei media, capitalista senza concorrenti ecc.); perciò conviene rimuovere la questione, come quando i papi imponevano il silenzio ai controversisti de libero arbitrio, ma i costi pesano in termini d’intelletto e moralità. Notavamo come sui punti caldi la teologia diventi eufemismo, reticenza, discorso contraddittorio ossia non-pensiero, codificato nei canoni tridentini, Sessione VI, Decretum de iustificatione. Detto da Pascal, è un paradosso elegante che bisogni pensare una cosa e l’opposta. Nei commissari dell’ortodossia ecclesiastica, scrittori plumbei, lo sgorbio logico resta tale, invelenito dalla furbizia pratica. Così fioriscono retoriche plateali del mistero: se una cosa non può essere pensata né detta, dobbiamo tacerla (Wittgenstein, Tractatus, prop. 7, e già Meister Eckhart, domenicano deviante 1260-1327), mentre costoro nuotano nella broda verbale fingendosi superatori del raziocinio; basta spendere tante parole, dire poco o niente, contraddirsi a man salva, non lesinare trucchi e insulti, nascondere le cose ripugnanti sotto bei nomi. I giansenisti almeno erano espliciti: nel pensiero dei fondatori la massa umana è bestiame da lavoro, «iumenta rationalia»; Iddio l’alleva affinché, avendo molto tempo libero, gli eletti s’agghindino; razzismo dell’anima; e viene da sant’Agostino l’idea terrificante d’un male necessario all’armonia cosmica, come il nero delle pitture, perché il mondo sarebbe meno bello senza vittime sofferenti e creature deformi (i mostri, dei quali Ulisse Aldrovandi compila un’«Historia»). L’attuale Chiesa difende l’umanità insidiata da miseria, malattie, oppressione politica, ignoranza, affarismo, inebetimento tecnologico: i mali collettivi eclissano la questione dei destini individuali; innumerevoli «Artes bene moriendi» dicono quanta nevrosi sviluppasse. Dunque s’è mossa: siamole grati; ma non pretenda il monopolio del discorso etico e se può, riveda il fabulario dogmatico nascosto negli armadi.

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