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Saturday, 21 April , 2007 / ermes

Esercizi di tolleranza


identita-e-violenza.jpgL’ultimo libro di Amartya Sen, tra i più grandi economisti, filosofi, in sintesi maestri del pensiero contemporaneo, riporta in quarta di copertina alcune parole di una semplicità e insieme profondità disarmante: “L’identità può anche uccidere, uccidere con trasporto”.

In un’epoca – e soprattutto in un Paese come l’Italia – ove a ciclo continuo si ripetono gli appelli alla difesa delle proprie radici, origini, nature, coerenze, personalità, le parole del Premio Nobel docente di Harvard, già Rettore del Trinity College di Cambridge, già Presidente Onorario di Oxfam, già mill’altre incredibili qualifiche… forniscono un antidoto eccezionale per chi (persino involontariamente) potrebbe ritrovarsi incamminato sulla strada dello scontro e della violenza.

La suddivisione della popolazione mondiale secondo le civiltà o secondo le religioni produce un approccio che definirei “solitarista” all’identità umana, approccio che considera gli esseri umani membri soltanto di un gruppo ben preciso (definito in questo caso dalla civiltà o dalla religione, in contrapposizione con la rilevanza un tempo attribuita alla nazionalità o alla classe sociale).

L’approccio solitarista può essere un buon metodo per interpretare in modo sbagliato praticamente qualsiasi abitante del pianeta. Nella nostra vita quotidiana noi ci consideriamo membri di una serie di gruppi: facciamo parte di tutti questi gruppi. La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz e profondamente convinta che esistano esseri intelligenti nello spazio con cui dobbiamo cercare di comunicare al più presto (preferibilmente in inglese). Ognuna di queste collettività, a cui questa persona appartiene simultaneamente, le conferisce una determinata identità. Nessuna di esse può essere considerata l’unica identità o l’unica categoria di appartenenza della persona. L’inaggirabile natura plurale delle nostre identità ci costringe a prendere delle decisioni sull’importanza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni in ogni contesto specifico.

Un ruolo centrale nella vita di un essere umano, quindi, è occupato dalle responsabilità legate alle scelte razionali. Per contro, a promuovere la violenza è la coltivazione di un sentimento di inevitabilità riguardo a una qualche presunta identità unica – spesso belligerante – che noi possederemmo e che apparentemente pretende molto da noi (spesso cose del genere più sgradevole). L’imposizione di una presunta identità unica spesso è una componente fondamentale di quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari.

“Sfortunatamente, molti tentativi benintenzionati di mettere un freno a questa violenza sono spesso menomati dalla percezione di un’assenza di possibilità di scelta riguardo alle nostre identità (…)

Non sono solo le cattive intenzioni a contribuire al caos e alle atrocità che vediamo intorno a noi, ma anche la confusione teorica. L’illusione del destino, in particolare quando è legata a determinate identità (…) alimenta la violenza, sia attraverso le omissioni che attraverso gli atti.

(Amartya Sen, Identità e violenza, Roma-Bari: Laterza, 2006, pp. VIII-X)

15 Comments

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  1. ermes / Apr 21 2007 11:11 PM

    Ancora Amartya Sen:

    … ricordo, nella mia memoria di bambino, la velocità con cui gli esseri umani di gennaio si trasformarono repentinamente negli implacabili indù e negli spietati musulmani di luglio. Centinaia di migliaia perirono per mano di persone che – guidate dai comandanti della carneficina – uccidevano in nome della “propria gente” altre persone. La violenza è fomentata dall’imposizione di identità uniche e bellicose a individui abbindolabili, sostenute da esperti artigiani del terrore.
    (idem, pagg. 3-4)

  2. ermes / Apr 21 2007 11:13 PM

    Come non continuare ad apprendere????? Sempre il filosofo anglo-indiano:

    Sarebbe una vittoria a distanza per il nazismo se le atrocità degli anni Trenta avessero precluso per sempre a un ebreo la libertà e la facoltà di invocare qualsiasi identità diversa dall’ebraismo.
    (idem, pag. 10)

  3. ermes / Apr 21 2007 11:15 PM

    Scusate, ma non riesco a smettere:

    La Gran Bretagna, dove arrivai per la prima volta da studente nel 1953, è riuscita a fare spazio alle altre culture in modo eccellente. La distanza percorsa è stata, per molti aspetti, incredibile. Ricordo (con una certa tenerezza, devo ammettere) il timore della mia affìttacamere che il colore della mia pelle potesse stingere sotto la doccia (dovetti rassicurarla sulla tenuta e la stabilità del mio pigmento), e ricordo anche con quanta cura si impegnava a spiegarmi che la scrittura era una peculiare invenzione della civiltà occidentale («l’ha creata la Bibbia»). Per uno che ha assistito con i propri occhi — non continuativamente ma per lunghi periodì — all’eccezionale evoluzione della diversità culturale britannica, il contrasto fra la Gran Bretagna di oggi e quella di mezzo secolo fa è semplicemente sbalorditivo.

    (idem, p. 154)

  4. ermes / Apr 21 2007 11:17 PM

    Prometto, questa è l’ultima citazione dal volume:

    La questione chiave è stata posta in termini molto chiari molto tempo fa da Akbar, l’imperatore indiano, nelle sue osservazioni sulla ragione e la fede, negli anni Novanta del XVI secolo. Il Gran Moghul Akbar era nato musulmano ed è morto musulmano, ma insisteva che la fede non può avere la priorità sulla ragione, perché un individuo deve giustificare — e se necessario rifiutare — tramite la ragione la fede ereditata. Attaccato dai tradizionalisti che difendevano la fede istintiva, Akbar disse al suo amico e fidato braccio destro Abu’l-Fazl (straordinariamente versato nello studio del sanscrito, oltre che dell’arabo e del persiano, e con una profonda conoscenza delle diverse religioni, compreso l’induismo, oltre all’islam):
    «La ricerca della ragione e il rifiuto del tradizionalismo sono tanto brillantemente manifesti che non c’è necessità di argomentarne i meriti. Se il tradizionalismo fosse appropriato, i profeti si sarebbero limitati a seguire ciò che dicevano i loro predecessori (invece di proporre messaggi nuovi)».
    La ragione doveva essere messa al primo posto, perché anche se vuoi contestare la ragione devi fornire delle ragioni.
    Convinto dell’importanza di dare attenzione alle diverse religioni della multiculturale India, Akbar organizzò periodicamente dibattiti che coinvolgevano (…) non soltanto esponenti delle due religioni dominanti nell’India del XVI secolo, quella induista e quella musulmana, ma anche cristiani, ebrei, parsi, giainisti e perfino i seguaci del Carvaka, una scuola di pensiero ateista, fiorente in India per oltre duemila anni, a partire più o meno dal VI secolo a.C.
    Invece di assumere una visione della fede del tipo «o tutto o niente», Akbar amava ragionare sui componenti specifici di ogni religione, con tutte le loro sfaccettature. Per esempio, discutendo con i giainisti, Akbar, pur rimanendo scettico riguardo ai loro rituali, si convinse delle loro tesi sul vegetarianismo e finì addirittura per deplorare in generale il consumo di qualsiasi carne. Sfidando l’irritazione che questi suoi atteggiamenti provocavano fra coloro che preferivano fondare la convinzione religiosa sulla fede invece che sulla ragione, Akbar rimaneva fedele a quello che chiamava «il sentiero della ragione» (rabi aqi), e insisteva sulla necessità di un dialogo aperto e di una libera scelta. Akbar sosteneva anche che le sue convinzioni religiose islamiche venivano dal ragionamento e dalla scelta, non dalla «fede cieca», né da quella che definiva «la paludosa terra della tradizione».
    (idem, pagg. 163-164)

  5. ermes / Jun 6 2007 8:02 AM

    Amartya Sen, la tirannia delle tribù – Mario Vargas Llosa, La Stampa 14.04.07

  6. ermes / Jun 6 2007 8:16 AM

    Il multiculturalismo illiberale – Mario Vargas Llosa, La Stampa 08.06.06

  7. ermes / Oct 15 2007 4:32 PM

    Dimenticavo la citazione più commovente:

    E le decisioni possono essere di importanza capitale: ad esempio, Eugenio Colorni, padre della mia futura moglie Eva, doveva conciliare le esigenze divergenti dovute al fatto di essere un italiano, un filosofo, un accademico, un democratico e un socialista nell’Italia fascista degli anni Trenta, e scelse di abbandonare l’attività accademica per entrare nelle file della resistenza italiana (fu ucciso dai fascisti a Roma due giorni prima dell’arrivo delle truppe americane).

    (Amartya Sen, Identità e violenza, Roma-Bari: Laterza, 2006, pp. 32-33)

    Eugenio Colorni, Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli sono gli estensori del Manifesto di Ventotene.

    Eva, deceduta nel 1985, è figlia di Eugenio Colorni ed Ursula Hirshman. Alla morte di Eugenio, Ursula diviene compagna di Altiero Spinelli, che sarà padre acquisito della futura consorte di Sen.

    Lo zio di Eva, Albert Hirshman, insigne economista candidato al Nobel, già a Berkeley, Yale, Columbia, Harvard etc., tra le mille pazzie rischiò la vita collaborando con Varian Fry

    I fiumi carsici della nonviolenza, della laicità, del radicalismo liberale, del fallibilismo illuminista si incontrano e si fondono, riuscendo talvolta alla luce…

  8. gennaro / Dec 3 2007 8:35 PM

    ciucciami il calzino

  9. ermes / Aug 20 2008 2:29 AM

    Anche il FT legge Abeona…

  10. Eva Quasiquasivinc / Feb 6 2009 1:23 PM

    Premio “Aspirante Volonté” all’ineguagliabile “cristiano riformista” Mazzocchi… il tizio che ha dalla sua parte “un numero crescente di buoni Italiani”!

  11. Eva Selezion / Apr 26 2009 11:34 AM

    “Democrazia e sviluppo”. Letture da Amartya Sen – Biennale democrazia – Radioradicale.it

  12. Eva Tra / Jul 13 2009 2:30 PM

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