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Saturday, 28 April , 2007 / ermes

Wilde secondo Joyce


Rubo e pubblico dall’immensa opera letteraria e civile di James Joyce un brano a dir poco commovente. L’articolo, scritto direttamente in lingua italiana, è apparso sul “Piccolo della Sera” di Trieste il 24 marzo 1909. V’è nobiltà di parola – credo -, turbinio e insieme regola d’affetto, piacere e delizia del ri-cordo, scoperta del cuore come sede della memoria…

portrait-of-dorian-gray.jpgOscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde. Tali furono i titoli altisonanti ch’egli, con alterigia giovanile, volle far stampare sul frontespizio della sua prima raccolta di versi e con quel medesimo gesto altiero con cui credeva nobilitarsi scolpiva forse in modo simbolico, il segno delle sue pretese vane e la sorte che già l’attendeva. Il suo nome lo simboleggia: Oscar, nipote del re Fingal e figlio unigenito di Ossian nella amorfa odissea celtica, ucciso dolorosamente per mano del suo ospite mentre sedeva a mensa: O’Flahertie, truce tribù irlandese il cui destino era di assalire le porte di città medievali, ed il cui nome, incutendo terrore ai pacifici, si recita tuttora in calce all’antica litania dei santi fra le pesti, l’ira di Dio e lo spirito di fornicazione “dai feroci O’Flahertie, libera nos Domine”. Simile a quell’Oscar egli pure, nel fior degli anni, doveva incontrare la morte civile mentre sedeva a mensa coronato di finti pampini e discorrendo di Platone: simile a quella tribù selvatica doveva spezzare le lance della sua facondia paradossale contro la schiera delle convenzioni utili: ed udire, esule e disonorato, il coro dei giusti recitare il suo nome assieme a quello dello spirito immondo.

Il Wilde nacque cinquantacinque anni fa. Suo padre era un valente scienziato, ed è stato chiamato il padre dell’otologia moderna: sua madre partecipò al movimento rivoluzionario letterario del ’48, collaborando all’organo nazionale sotto lo pseudonimo di Speranza con le sue poesie e con articoli incitanti il popolo alla presa del castello di Dublino. Ci sono delle circostanze riguardanti la gravidanza di Lady Wilde e l’infanzia del figlio che, al parer di alcuni, spiegano in parte la triste mania (se cosi è lecito chiamarla) che lo trasse più tardi alla rovina, ed è certo almeno che il fanciullo crebbe in un ambiente di sregolatezze e di prodigalità.

La vita pubblica di Oscar Wilde si aperse all’Università di Oxford ove, all’epoca della sua immatricolazione, un solenne professore di nome Ruskin, conduceva uno stuolo di efèbi anglosassoni verso la terra promessa della società avvenire, dietro una carriola.

Il temperamento suscettibile di sua madre riviveva nel giovane; ed egli risolse di mettere in pratica, cominciando da se stesso, una teoria di bellezza in parte derivata dai libri di Pater e di Ruskin ed in parte originale. Sfidando le beffe del pubblico proclamò e praticò la riforma estetica del vestito e della casa.

Tenne dei cicli di conferenze negli Stati Uniti e nelle province inglesi e diventò il portavoce della scuola estetica, mentre intorno a lui andava formandosi la leggenda fantastica dell’apostolo del bello. Il suo nome evocava alla mente del pubblico un’idea vaga di sfumature delicate, di vita illeggiadrita di fiori: il culto del girasole, il suo fiore prediletto, si propagò fra gli oziosi ed il popolo minuto udì narrare del suo famoso bastone d’avorio candido luccicante di turchesi e della acconciatura neroniana dei suoi capelli.

Il fondo di questo quadro smagliante era più misero di ciò che i borghesi immaginavano. Medaglie, trofei della gioventù accademica, salivano di quando in quando il sacro monte che ha il nome di pietà; e la giovane moglie dell’epigrammatico dovette qualche volta farsi prestare da una vicina il danaro per un paio di scarpe. Il Wilde si vide costretto ad accettare il posto di direttore di un giornale molto insulso; e solo colla rappresentazione delle sue commedie brillanti egli entrò nella breve fase penultima della sua vita: il lusso e la ricchezza. Il “Ventaglio di Lady Windermere” prese Londra d’assalto. Il Wilde, entrando in quella tradizione letteraria di commediografi irlandesi che si stende dai giorni di Sheridan e Goldsmith fino a Bernard Shaw, diventò, al par di loro, giullare di corte per gli inglesi. Diventò un arbitro d’eleganze nella metropoli e la sua rendita annua, provento dei suoi scritti, raggiunse quasi il mezzo milione di franchi. Sparse il suo oro fra una sequela di amici indegni. Ogni mattina acquistò due fiori costosi, uno per sé, l’altro per il suo cocchiere; e persino il giorno del suo processo clamoroso si fece condurre al tribunale nella sua carrozza a due cavalli col cocchiere vestito di gala e collo staffiere incipriato.

La sua caduta fu salutata da un urlo di gioia puritana. Alla notizia della sua condanna la folla popolare, radunata dinanzi al tribunale, si mise a ballare una pavana sulla strada melmosa. I redattori dei giornali furono ammessi all’ispettorato ed, attraverso la finestrina della sua cella, poterono pascersi dello spettacolo della sua vergogna. Strisce bianche coprirono il suo nome sugli albi teatrali; i suoi amici lo abbandonarono; i suoi manoscritti furono rubati mentre egli, in prigione, scontava la pena inflittagli di due anni di lavori forzati. Sua madre morì sotto un nome d’infamia: sua moglie morì. Fu dichiarato in istato di fallimento, i suoi effetti furono venduti all’asta, i suoi figli gli furono tolti. Quando uscì di carcere i teppisti sobillati dal nobile marchese Queensberry l’aspettavano in agguato. Fu cacciato, come una lepre dai cani, da albergo in albergo. Un oste dopo l’altro lo respinse dalla porta, rifiutandogli cibo ed alloggio, e al cader della notte giunse finalmente sotto le finestre di suo fratello piangendo e balbettando come un fanciullo.

james-joyce.jpgL’epilogo volse rapidamente alla sua fine e non vale la pena di seguire l’infelice dalla suburra napoletana al povero albergo nel quartiere latino, ove morì di meningite nell’ultimo mese dell’ultimo anno del secolo decimonono. Non vale la pena di pedinarlo come fecero le spie parigine: morì da cattolico romano, aggiungendo allo sfacelo della sua vita civile la propria smentita della sua fiera dottrina. Dopo aver schernito gli idoli del foro, piegò il ginocchio, essendo compassionevole e triste chi fu un giorno cantore della divinità della gioia: e chiuse il capitolo della ribellione del suo spirito con un atto di dedizione spirituale.

Questo non è il luogo di indagare lo strano problema della vita di Oscar Wilde né di determinare fino a che punto l’atavismo e la forma epilettoide della sua nevrosi possano scagionarlo di ciò che a lui si imputò. Innocente o colpevole che fosse delle accuse mossegli, era indubbiamente un capro espiatorio.

La sua maggior colpa era quella di aver provocato uno scandalo in Inghilterra; ed è ben noto che l’autorità inglese fece il possibile per indurlo a fuggire prima di spiccare contro di lui un mandato di cattura. A Londra sola, dichiarò un impiegato del ministero dell’interno, durante il processo, più di ventimila persone sono sotto la sorveglianza della polizia, ma rimangono a piede libero fintantoché non provochino uno scandalo. Le lettere di Wilde ai suoi amici furono lette dinanzi alla Corte ed il loro autore venne denunziato come un degenerato, ossessionato da pervertimenti erotici. “Il tempo guerreggia contro di te; è geloso dei tuoi gigli e delle tue rose.” “Amo vederti errare per le vallate violacee, fulgido colla tua chioma color miele.” Ma la verità è che Wilde, lungi dall’essere un mostro di pervertimento sorto in modo inesplicabile nel mezzo della civiltà moderna d’Inghilterra, è il prodotto logico e necessario del sistema collegiale ed universitario anglosassone, sistema di reclusione e di segretezza. L’incolpazione del popolo procedeva da molte cause complicate; ma non era la reazione semplice di una coscienza pura.

Chi studi con pazienza le iscrizioni murali, i disegni franchi, i gesti espressivi del popolo, esiterà a crederlo mondo di cuore.

Chi segua dal di presso la vita e la favella degli uomini, sia nello stanzone dei soldati, che nei grandi uffici commerciali, esiterà a credere che tutti coloro che scagliarono pietre contro il Wilde furono essi stessi senza macchia. Difatti ognuno si sente diffidente nel parlare con altri di questo argomento, temendo che forse il suo interlocutore ne sappia più di lui. L’autodifesa di Oscar Wilde nello “Scots Observer” deve ritenersi valida dinanzi alla sbarra della critica spassionata. Ognuno, scrisse, vede il proprio peccato in Dorian Gray (il più celebre romanzo di Wilde). Quale fu il peccato di Dorian Gray nessun lo dice e nessun lo sa. Chi lo scopre l’ha commesso.

Qui tocchiamo il centro motore dell’arte di Wilde: il peccato. Si illuse credendosi il portatore della buona novella di un neopaganesimo alle genti travagliate. Mise tutte le sue qualità caratteristiche, le qualità (forse) della sua razza, l’arguzia, l’impulso generoso, l’intelletto asessuale al servizio di una teoria del bello che doveva, secondo lui, riportare l’evo d’oro e la gioia della gioventù del mondo. Ma in fondo in fondo se qualche verità si stacca dalle sue interpretazioni soggettive di Aristotele, dal suo pensiero irrequieto che procede per sofismi e non per sillogismi, dalle sue assimilazioni di altre nature, aliene dalla sua, come quelle del delinquente e dell’umile, è questa verità inerente nell’anima del cattolicesimo: che l’uomo non può arrivare al cuor divino se non attraverso quel senso di separazione e di perdita che si chiama peccato.

Nell’ultimo suo libro “De Profundis”, si inchina davanti ad un Cristo gnostico, risorto dalle pagine apocrife della “Casa dei melograni” ed allora la sua vera anima, tremula, timida e rattristata, traluce attraverso il manto di Eliogabalo. La sua leggenda fantastica, l’opera sua, una variazione polifonica sui rapporti fra l’arte e la natura anziché una rivelazione della sua psiche, i libri dorati, scintillanti di quelle frasi epigrammatiche che lo resero, agli occhi di alcuno, il più arguto parlatore del secolo scorso, sono ormai un bottino diviso.

Un versetto del libro di Giobbe è inciso sulla sua pietra sepolcrale nel povero cimitero di Bagneux. Loda la sua facondia, “eloquium suum”, il gran manto leggendario che è ormai un bottino diviso. Il futuro potrà forse scolpire là un altro verso, meno altiero, più pietoso: “Partiti sunt sibi vestimenta mea et super vestem meam miserunt sortes.”

(James Joyce, Oscar Wilde, in Piccolo della Sera, 24.03.1909)

5 Comments

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  1. ermes / Feb 16 2008 2:04 PM

    Invocación a Joyce

    Dispersos en dispersas capitales,
    solitarios y muchos,
    jugábamos a ser el primer Adán
    que dio nombre a las cosas.
    Por los vastos declives de la noche
    que lindan con la aurora,
    buscamos (lo recuerdo aún) las palabras
    de la luna, de la muerte, de la mañana
    y de los otros hábitos del hombre.
    Fuimos el imagismo, el cubismo,
    los conventículos y sectas
    que las crédulas universidades veneran.
    Inventamos la falta de puntuación, la omisión de mayúsculas,
    las estrofas en forma de paloma
    de los bibliotecarios de Alejandría.
    Ceniza, la labor de nuestras manos
    y un fuego ardiente nuestra fe.
    Tú, mientras tanto, forjabas en las ciudades del destierro,
    en aquel destierro que fue
    tu aborrecido y elegido instrumento,
    el arma de tu arte,
    erigías tus arduos laberintos,
    infinitesimales e infinitos,
    admirablemente mezquinos,
    más populosos que la historia.
    Habremos muerto sin haber divisado
    la biforme fiera o la rosa
    que son el centro de tu dédalo,
    pero la memoria tiene sus talismanes, sus ecos de Virgilio,
    y así en las calles de la noche perduran
    tus infiernos espléndidos,
    tantas cadencias y metáforas tuyas,
    los oros de tu sombra.
    Qué importa nuestra cobardía si hay en la tierra
    un solo hombre valiente,
    qué importa la tristeza si hubo en el tiempo
    alguien que se dijo feliz,
    qué importa mi perdida generación,
    ese vago espejo,
    si tus libros la justifican.
    Yo soy los otros. Yo soy todos aquellos
    que ha rescatado tu obstinado rigor.
    Soy los que no conoces y los que salvas.

    De: Elogio de la sombra

    Invocazione a Joyce

    Disseminati in disperse città
    folla di solitarî,
    fingevano che ognuno fosse Adamo
    che die’ nome alle cose.
    Per i vasti declivi della notte
    costeggianti l’aurora,
    cercammo, lo ricordo, le parole
    di luna, morte, mattino
    e delle altre usanze umane.
    Fummo l’imagismo, il cubismo,
    le conventicole e sette
    che le università credule venerano.
    Inventammo l’assenza di maiuscole,
    l’omissione della punteggiatura,
    le strofe in forma di colomba
    care ai bibliotecarî di Alessandria.
    Cenere, quanto andavamo facendo,
    fuoco ardente la nostra fede.
    Tu intanto
    nelle città dell’esilio,
    che fu per te l’odiato
    ed eletto strumento,
    l’arma della tua arte,
    innalzavi i tuoi ardui labirinti
    infinitesimali ed infiniti,
    mirabilmente meschini,
    più popolosi della storia.
    Morremo senza aver potuto scorgere
    la fiera biforme o la rosa
    che sono il centro del tuo dedalo,
    ma la memoria ha i suoi talismani,
    ha echi virgiliani,
    perciò nelle strade notturne non cessano
    i tuoi splendenti inferni,
    tante cadenze e metafore tue,
    gli ori della tua ombra.
    Che importa la viltà se sulla terra
    c’è un solo coraggioso
    e la tristezza se ci fu nel tempo
    chi si disse felice,
    che importa la generazione persa
    che fu mia, vago specchio,
    se è giustificata dai tuoi libri.
    Io sono gli altri. Sono tutti quelli
    che il tuo ostinato rigore riscatta.
    Son quelli che non conosci, che salvi.

    Da: Elogio dell’ombra

    (tratto da Borges. Tutte le opere, Milano: Meridiani Mondadori, vol. II, pagg. 324 – 7)

  2. Eva Dissemin / Aug 9 2012 2:07 PM

    “Nulla da fare: il «complesso» vive in mezzo a noi. Del resto non era stata la censura inglese ad accogliere così l’Ulisse nel ’22, appena pubblicato: «Va molto al di là della volgarità e della rozzezza, vi si toccano un’oscenità e l’obbrobrio più incredibile»? E non era stata proprio lei, la compagna innamoratissima di Joyce, Nora Barnacle, a confessare di non essere mai riuscita ad arrivare nella lettura oltre la pagina ventisette?”

    (Dario Fertilio sul Corsera, 8 agosto u.s.)

  3. mercurial safari / Aug 19 2012 4:08 AM

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