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Thursday, 3 May , 2007 / Iperione

La par(ab)ola politica di Tony Blair


Ecco, nelle parole dell’Economist, la parabola politica di Tony Blair, dopo un decennio da Primo Ministro:

tony-and-jack.jpgFrom Bambi to Bliar

May 2nd 2007
From Economist.com

After a decade, Britain’s prime minister is set to go

WITHIN weeks Britain will have a new prime minister. If anyone still had doubts, on Tuesday May 1st Tony Blair said that he will shortly be leaving office, almost certainly to be replaced by his finance minister, Gordon Brown. He will announce the exact date next week, after the furore over this week’s local elections (when the ruling Labour Party will be thumped) has passed.

Precisely ten years ago, to the cheers of an assembled crowd, bright-eyed Mr Blair walked into Downing Street as the youngest prime minister since 1812. His political nickname, at the time, was Bambi. He had ended a Conservative hegemony—the Tories had ruled uninterrupted for 18 years—that had proved unhealthy even for the Conservatives.

By then, Mr Blair already had one of his most striking achievements under his belt, having changed his party from being a creature with some old and embarrassing socialist tics to one that professed to favour free trade, markets and wealth creation. Britain could have both an efficient economy and well-funded schools and hospitals, he said.

Labour stuck to Conservative spending plans for its first few years, shrinking the share of GDP devoted to government spending, something that Conservative tax-cutters dreamed of doing. The Bank of England won its independence, taking the power to manipulate interest rates away from unscrupulous politicians. Mr Blair’s own stock rose. As the most natural political speaker for decades, his approval-ratings soared after an ashen-faced peroration on the death of Princess Diana in 1997.

But there was not much of substance in Mr Blair’s first term. Worse, his government got into the habit of announcing bold new initiatives that were anything but, and then announcing them again a few months later. Everything was done with the aim of winning the next election. In the process, Labour acquired a reputation for creative news management that proved damaging later.

A second election victory duly came, over lacklustre opposition. Mr Brown had made more money available for public services by borrowing a lot and finding imaginative ways (“stealth taxes” said critics) to raise revenue. Abroad, Mr Blair had successful military campaigns to end wars in Kosovo and Sierra Leone behind him, and a clear view that Britain should use its limited clout to make the world safer. He was at the apex of his power.

Instinctively he stood by America after the 2001 terrorist attacks, again finding the right words to express sympathy with the old ally across the Atlantic. All democracies must unite, he said, and Britain would “not rest until this evil is driven from our world.” Britain promptly joined the invasion of Afghanistan to oust the Taliban. As with the earlier interventions, this one appeared to make the world safer. The mooted invasion of Iraq, to remove Saddam Hussein and impose democracy, seemed to Mr Blair to be the same sort of operation. After trying to persuade the United Nations, he won the support of his own House of Commons with the greatest speech he has given there.

Four years on, the misery in Iraq colours everything Mr Blair has done. How that bit of the world looks in a decade or two will determine his place in history. In the short term, it has proven to be a huge burden. Mr Blair’s authority at home has been undermined. His ability to re-shape the welfare state, for example, has been severely limited. Abroad, it has been harder to contemplate other interventions, for example to stop mass slaughter in Darfur, in Sudan. The suspicion that Mr Blair misled voters over Iraq has become an accusation of bad faith that has been impossible to shake off. By now a common nickname for the prime minister was “Bliar”.

His departure from Downing Street will be not be accompanied with flag-wavers, but by the findings of a police investigation into the funding of the Labour Party. Yet he is choosing when to go, a rarity in British politics. He does have real achievements to point to, not least in helping to bring peace and political reconciliation to Northern Ireland. And the two men who may succeed him, Mr Brown and then, possibly, David Cameron of the Conservative Party , both borrow heavily from Mr Blair. For all his mistakes, miscalculations and disappointments, he can claim that he has refashioned British politics in his own image.

13 Comments

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  1. ermes / May 3 2007 9:53 PM

    Bliar perché? Perchè vittima, credo, l’ennesima vittima di uno dei più grandi abbagli del benaltrismo pacifista dei nostri tempi (e degli anni Trenta e Quaranta e Cinquanta etc.). Bliar perché si crea la mitologia, si afferma il giudizio sintetico a priori, si segue ciecamente il dogma di una mistificazione incredibile: il Primo Ministro inglese servo dei bugiardi imperialisti guerrafondai globalisti capitalisti amerikani. Bliar perché si starnazza ai quattro venti, con una sicurezza e una sicumera da far paura, che il Primo Ministro inglese abbia mentito sull’Iraq… (uso di proposito termini così banali, modulazioni sintattiche così infantili: quante volte vi/ci è capitato di ascoltare frasi simili? e allora ne resti memoria.)

    Bliar avrebbe mentito, usato falsità, sparso ipocrisia in merito a quanto andava prefigurandosi per il destino dell’Iraq, e degli iracheni tutti, fin dall’anno 2002. Bliar avrebbe gonfiato mediaticamente, politicamente, l’ipotesi che Saddam Hussein potesse disporre di armi di distruzione di massa. Bliar avrebbe inventato di sana pianta la prospettiva che il dittatore mediorentale potesse giungere a far uso di metodologie terroristiche e assassine non più solo contro i propri sudditi e vessati, ma anche contro l’intera umanità. Bliar perché giocava sui numeri, prefigurava assurde tempistiche sulla possibilità che il rais di Baghdad attaccasse financo il territorio di Sua Maestà.

    Si può discutere di tutto, si può dire tutto al Premier britannico: si può non condividere l’idea che il modo migliore di distruggere il pericolo e la peste Saddam Hussein fosse l’intervento armato in Iraq, che probabilmente un attacco ad personam contro Saddam da parte dei migliori servizi segreti del mondo avrebbe sortito altro destino meno cruento dell’attuale, che meglio molto meglio sarebbe forse stata la proposta di un esilio dorato all’autocrate – con promessa di libertà assoluta in un’isola meravigliosa dei Caraibi, o a Parigi dove possedeva non misera casa etc. (passo, sembra, pure tentato da Blair). Tutto ciò, e moltissimo altro ancora, si può e si deve discutere, eccome.

    Ciò che invece, credo, non possa essere punto considerato quale argomento dialettico da sbraitare contro Blair è la menzogna sulla gravità della minaccia Saddam: per Blair la minaccia Saddam non è quantificabile in termini di tempi, minuto più minuto meno, di un possibile attacco all’Inghilterra (e solo all’Inghilterra). I tempi, sosteneva Blair, ormai non son più dati: è Saddam che eternamente ha usato toni di violenza assoluti; è Saddam che per decenni ha mostrato il più pervicace dispregio per la vita dei suoi simili; è Saddam che è sospettato da un’infinità di parti di possedere armi di distruzione di massa; è quindi Saddam che deve discolparsi, egli il bugiardo del passato, egli l’assassino del passato, il torturatore, il satrapo.

    E’ Saddam che a più riprese caccia dal suo Paese gli osservatori del Palazzo di vetro incaricati di indagare sui suoi arsenali; è Saddam che continuamente scherza con le Nazioni Unite, sbugiardandole di fronte all’ultimo derelitto della Terra che in esse, alla maniera di Eleanor Roosevelt, continua a sperare. E’ a Saddam quindi, dice Blair, l’onere della prova. La prova di non possedere – o non possedere più – armi di devastazione totale, di aver smesso l’abito del pazzoide anarchico.

    E’ Saddam, diciamo noi, che rifiuta di dar l’onere della prova. E’ Saddam che non da’ prova di voler cambiare un minimo registro. E’ Saddam che sceglie. Certo la sua è una scelta strategicamente perfetta: ha di fronte un mondo diviso, un’ONU divisa, una NATO divisa, una Unione europea divisa, la pubblica opinione mondiale divisa in relazione al da farsi con l’Iraq. Ha di fronte il montare di un sentimento di irriflessa antipatia (non ragionevole critica, ma spesso assurdo partito preso, autoconvinzione, demonizzazione) per gli Stati Uniti del petrolio, i Britannici cagnolini…

    Una scelta perfetta quella di Saddam, attendere, sguazzare nell’impaccio dei suoi antagonisti. Egli non fa altro che mettere a frutto il detto latino “hic manebo optime”: di fronte a tanta critica verso gli anglo-americani (e pressoché tutti i Paesi europei già sottomessi al tacco sovietico) aspetta, gioca al gatto col topo, gongola vedendo ingigantirsi l’isteria collettiva che guarda ai democratici che chiedono garanzie all’autocrate come all’origine stessa dei mali invero provocati dall’autocrate. Contro Saddam non una marcia, non una sottoscrizione, non documentari, inchieste, allarmi: i benpensanti pacifisti (ma anche paciferi???) guardano altrove, più che alla luna, al dito che indica la luna.

    Blair semplicemente dice che gli uomini come Saddam non sono affidabili, han dato prova di devastare i poveracci loro sottomessi, di farne carne da macello per le fantasie più morbose, i vezzi più astrusi, le manie più capricciose. Figurarsi cosa potrebbero giungere a (s)combinare per ragioni di peso politico nelle relazioni internazionali (basta guardare indietro, alla guerra Iran/Iraq, all’invasione del Kuwait etc.), per interessi strategici, economici, militari, diplomatici, per incutere terrore pur d’ottenere rispetto dalla comunità mondiale (e garanzia di eterno trono). Blair rivoluziona il mondo delle relazioni internazionali: finiamola con i Saddam, egli grida, finiamola con i Milosevic, i tiranni, gli oligarchi, smettiamo di ritenerli affidabili, la fiducia si dà solo alle persone un minimo dignitose…

    Di più oggi, continua Blair, molto di più oggi, considerando che non c’è più bisogno, per provar terrore, che il dittatorello di turno giunga a possedere l’arma atomica o siluri devastanti, che traccino l’atmosfera per migliaia di kilometri e infine giungano a bersaglio nelle terre che ci è dato di vivere; basta che egli possegga una valigetta, un piccola, piccolissima valigetta di antrace, di polvere simile all’antrace e forse più terrificante dell’antrace stessa, perché il represso dittatorello di turno metta in atto il suo dispetto, la sua provocazione, eserciti il suo genio animalesco. Una valigetta così piccola da esser fabbricata anche in un insospettabile e piccolissimo laboratorio chimico.

    Di più oggi, continua Blair, molto di più oggi allorché la conoscenza e la coscienza di cosa sia mai stato Auschwitz dovrebbe obbligarci a non dormire sonni tranquilli fintantoché nel mondo nuove Auschwitz (certo non a casa nostra, ma poco, pochissimo lontano: quante volte ci passiamo vicinissimo con gli aerei che ci trasportano in vacanza?) si ripropongono per il globo. Troppe coscienze tranquille, invece, troppe anime candide; troppa gente che non chiede mai nulla a Saddam, e ai sodali (nel metodo, prim’ancora che nell’agire politico) di Saddam.

    Forse ha sbagliato Blair a usare l’arma militare per rovesciare Saddam, non so. Ciò che so è che non conosco altro leader politico al mondo, oggi investito di un incarico di governo, che come Blair si sia avvicinato, forse Bambi forse immenso realista, al mio ideale di approccio all’analisi delle questioni internazionali.

  2. ermes / May 3 2007 10:07 PM

    Saggi di accountability (assunzione di responsabilità, apertura al dibattito, alla critica, pubblicità, riconoscibilità etc.):

    http://www.number-10.gov.uk/output/Page5.asp

  3. ermes / May 5 2007 11:36 AM

    Alla faccia dell’accountability (assunzione di responsabilità, apertura al dibattito, alla critica, pubblicità, riconoscibilità etc.):

    Così il voto è carne da porcellum – Michele Ainis, La Stampa 13.04.07

  4. Iperione / May 11 2007 2:40 PM

    Tony Blair’s farewell

    May 10th 2007
    From Economist.com

    He will go on June 27th

    SO TONY BLAIR, Britain’s long-serving prime minister, will be gone by the end of June. During a well-crafted speech in his constituency in the north-east of the country—the same spot where he launched his political career—he announced the date, June 27th, when he will hand his resignation to the Queen.

    Mr Blair began his farewell with the affectation of fumbling inarticulacy that he has so often used to bring an audience on to his side. Quickly he was into his stride, though. His decade in power was enough for him, he said, and enough for the country. “The only way you conquer the pull of power is to set it down,” he said. In fact he probably would have liked to stay a little longer, but his hand has been weak ever since the autumn of 2004, when he said that the election in 2005 would be his last.

    He aired a few of his favourite themes, and somehow gave the impression that Britain in the era before he entered office had been a wretched, divided and confused place. Up until then, he said, politics had been a binary business. You were either for the state or for the individual; for social spending or for an efficient economy. It was under his government, he claimed, that the “detritus of the past” was all swept away. Only in a newly confident Britain under New Labour rule could Northern Ireland find peace, or could the Olympics be handed to London.

    His rhetoric often seems inflated, but that has surely contributed to his success. He ended the speech with an assertion that Britain is “a blessed nation…the greatest country on earth”. Most Oxford-trained lawyers with an interest in international politics would find that too schmaltzy, too American. Some of his British audience, at least, surely cringed at the claim. But Mr Blair delivered it with conviction, straight to camera. It was a reminder of the campaigning skills that Labour will miss.

    That transition towards rule by Gordon Brown, the finance minister, now begins. Mr Blair failed to mention his chief political partner by name, though he is likely to back him in the coming days. Mr Brown must now win (he will do so easily) an internal party election against a yet-to-be-chosen left-wing candidate. Mr Blair is expected to spend much of the next few weeks abroad, engaged in a sort of farewell world tour. His last set-piece event will be a big European Union summit in June, but Britain’s negotiating position for that meeting has reportedly been closely co-ordinated between Mr Blair and Mr Brown.

    Then, for Mr Blair, the lecture circuit beckons. A big international job is probably out for now, though perhaps a vacancy at the World Bank might tempt him. As for his memoirs, which might help to pay a mortgage on a large house in west London, they will have to wait until Mr Brown is no longer prime minister.

    When they are published, the most interesting chapters will be on the build-up to the Iraq war. Joining the American-led invasion was the biggest decision of his premiership and, it now seems, the worst. Mr Blair has stuck by it, asking again that his sincerity not be questioned. He made decisions, he said, out of conviction that he must do what is right for the country. For the moment Iraq—he mentioned the country just once—dominates assessments of his time in office. He conceded that the “blow-back” after the invasion has been powerful, yet affirmed that he still believed he had made the decision to “stand shoulder to shoulder” with Britain’s oldest ally, America, for exactly the right reasons.

    In domestic affairs he boasted that no other British government in recent memory could claim all the achievements of his government: the creation of more jobs, the reduction of unemployment, economic growth in every quarter. It may be that in years from now, Mr Blair will be granted more credit for his successes than he enjoys at the moment. But as he conceded in his speech, the expectations for his premiership had been great, perhaps too great, for him ever to satisfy.

  5. ermes / May 11 2007 4:15 PM

    The Blair years in statistics:

    1997-2007

  6. lagiardiaintroversa / May 11 2007 6:42 PM
  7. lagiardiaintroversa / May 12 2007 6:39 PM
  8. ermes / May 30 2007 11:03 AM

    Amico Plato, sed magis amica veritas

  9. ermes / May 3 2008 1:14 AM

    Ancora a proposito di accountability (e riprendendo l’articolo di Ainis postato in uno dei precedenti commenti):

    Puzzle delle opzioni con 128 seggi vuoti – Il Sole 24 Ore, 28.04.08

  10. Tony Telematicy / May 19 2008 5:05 PM
  11. Eva Ricev / Oct 21 2011 3:43 PM

    Ecco il modo in cui a noialtri vien dato di (non) conoscere le idee d’Oltremanica.

    Titolone assurdo, ché nulla ha da spartire con il corpo dell’articolo……

    P.S.: ciaaaaao Chris, grazie della serata, ma pettinati meglio la prox volta! ;)

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