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Wednesday, 16 May , 2007 / Iperione

AnnoZero sull’università: il commento de LaVoce.info


Riporto un redazionale, tratto da LaVoce.info , nel quale vengono precisati alcuni dei punti trattati nella puntata della trasmissione di Santoro in cui è stato affrontato il tema dell’università:

14-05-2007

Vero o falso? Capitolo “università”

A cura della redazione

Nel corso della puntata del 3 maggio 2007 di “AnnoZero”, la trasmissione in onda su RaiDue condotta da Michele Santoro, si è parlato fra l’altro di università, con la partecipazione del ministro per l’Università e la ricerca, Fabio Mussi. Nel corso del programma sono state fatte alcune interessanti affermazioni.

1. Il ministro Mussi ha affermato che “lo Stato negli Stati Uniti mette molti più soldi nell’università che in Italia”. Inoltre, secondo il ministro, l’Italia spende per studente troppo poco: €8,700 l’anno, meno di paesi come Gran Bretagna (€9,800), Francia (€9,600), Germania (€11,000) e Scandinavia (€13,000). Vero o Falso?

È difficile fare un confronto con gli Stati Uniti, perché la maggior parte delle università sono private, e quelle pubbliche sono prevalentemente finanziate dai singoli stati. Ma è possibile fare un confronto con il sistema inglese, particolarmente utile perché è esclusivamente pubblico, come gran parte di quello italiano.
Innanzitutto, la differenza fra le cifre fornite dal ministro sulla spesa per studente in Italia e nel Regno Unito sembra modesta (10 per cento) e non tale da giustificare la differenza nelle prestazioni.. Un’idea più precisa può essere ottenuta guardando alla spesa per studente e per docente desunta dai singoli bilanci di ogni università, e convertita in una moneta unica secondo la Parità di potere d’acquisto, per tenere conto del diverso potere di acquisto di 1 euro in Gran Bretagna e in Italia. Un tale esercizio è stato fatto da Roberto Perotti sul Sole-24Ore del 30 novembre 2006.
Se guardiamo alla spesa per studente undergraduate – ovvero per studenti non iscritti a corsi di specializzazione quali master e dottorati di ricerca – equivalenti a tempo pieno nell’anno accademico 2003/2004 in Italia abbiamo speso 15,400 dollari (aggiustati per la parità di potere d’acquisto), il 20 per cento in meno che nel Regno Unito nell’a.a. 2004/2005, dove il dato è circa 19,600 dollari.
Tuttavia, la spesa per studente non è l’unico indicatore importante della qualità relativa dell’università italiana. Sembrerebbe importante considerare anche la qualità della didattica, ovvero l’attenzione ricevuta dagli studenti da parte dei docenti.
Un modo per “misurare” questo particolare aspetto è calcolare il rapporto tra studenti e docenti, tenendo in considerazione la più alta percentuale di studenti iscritti ma non frequentanti nel sistema italiano. Considerando il numero di “studenti equivalenti a tempo pieno”, il rapporto tra studenti e docenti totali non è molto diverso per i due paesi. Se in Italia nell’a.a. 2003/2004 c’erano circa 9 studenti per docente, in Gran Bretagna nell’a.a. 2004/2005 ce n’erano invece circa 12. Le risorse “didattiche” a disposizione degli studenti italiani sembrerebbero quindi addirittura maggiori di quelle dei colleghi britannici.

2. Secondo Michele Santoro Harvard “spende ogni anno 20 miliardi di dollari circa” (nessun presente, incluso il ministro, ha smentito questa cifra). Secondo il senatore Marino, – presidente della commissione Igiene e sanità del Senato e docente all’università Thomas Jefferson di Filadelfia – l’entità del fondo che finanzia le spese di Harvard è di circa 50 miliardi di dollari. Vero o Falso?

C’è molta confusione fra il fondo di dotazione e la spesa annuale, e sull’entità di entrambe. Essendo privata, Harvard si finanzia principalmente con i guadagni su un fondo di dotazione (la sua “ricchezza finanziaria”) accumulato negli anni con donazioni, commesse eccetera e investito in una varietà di attività finanziarie. Il fondo di dotazione era, nel 2005, di circa 26 miliardi di dollari. Tuttavia, la spesa finanziabile da questo fondo è ovviamente assai inferiore ai 30 miliardi; per avere un ordine di grandezza, è utile pensare alla spesa finanziabile ogni anno come gli interessi (più i dividendi eccetera) ottenibili dal fondo stesso. Di fatto, la spesa totale di Harvard nel 2005 è stata di circa 2,75 miliardi di dollari, circa 1/7 di quanto affermato da Michele Santoro (si veda http://vpf-web.harvard.edu/budget/factbook/current_facts/2006OnlineFactBook.pdf). Del resto, se Harvard spendesse veramente ogni anno 20 miliardi di dollari, spenderebbe da sola circa l’1 per cento del Pil italiano!

3. Il ministro Mussi ha affermato che vi sono “100 università italiane tra le 500 migliori al mondo”, e che se si prende in considerazione “il ranking corretto per dimensione”, due atenei italiani si piazzerebbero tra le prime 22. Vero o Falso?

È necessario premettere che tutte le classifiche delle università sono soggette a numerose possibili critiche (per un’interessante discussione si veda per esempio http://en.wikipedia.org/wiki/University_rankings#Academic_Ranking_of_World_Universities. Tuttavia, se i criteri per definire le classifiche sono esplicitati chiaramente, possono essere un utile elemento di dibattito. (1)
Il ministro sembrerebbe fare riferimento alla classifica (o ranking) annuale delle migliori 500 università al mondo commissionata dal governo cinese all’università Jiao Tong di Shangai (http://ed.sjtu.edu.cn/ranking.htm). Secondo questo ranking le università europee tra le prime 500 al mondo sono 207, di cui 23 italiane. Tra queste, la migliore è La Sapienza, 100esima. Australia, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Israele, Giappone, Olanda, Norvegia, Russia, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti hanno tutti una o più università con ranking inferiore a 100.
La classifica cinese prende in considerazione la qualità dell’output di ricerca e la qualità della formazione universitaria impartita, oltre che quella dei docenti. Tuttavia, è influenzata dalle dimensioni di un ateneo. Ad esempio, poiché un modo di valutare la qualità di un lavoro di ricerca consiste nel contare il numero di citazioni ricevute, a parità di qualità un istituto che produce più lavori perché ha più ricercatori realizza un punteggio maggiore.
Quando il punteggio totale viene diviso per il numero dei ricercatori presenti in un ateneo, eliminando così l’influenza del fattore dimensione, due università italiane, la Sns di Pisa e la Sissa di Trieste, figurano tra le prime 30 al mondo (Tabella 1). La Sapienza, che è una delle università più grandi del mondo, scende dal 100esimo al 395esimo posto. Si noti che, con quattro eccezioni, tutte queste università sono in paesi anglosassoni.
Ogni classificazione richiede che vengano stabiliti dei criteri, e che a ognuno sia attribuito un certo peso. Tanto la scelta dei criteri quanto quella dei pesi riflettono necessariamente un certo grado di arbitrarietà. In particolare, il ranking cinese potrebbe essere distorto dal fatto che risultati raggiunti nel campo delle scienze naturali hanno un peso relativo maggiore nella valutazione. Sono disponibili le classifiche per 5 gruppi disciplinari, che purtroppo però non eliminano il fattore dimensione. In queste classifiche per aree disciplinari, solo 4 università italiane figurano tra le prime 100; nessuna italiana è fra le prime 100 nelle scienze sociali (http://ed.sjtu.edu.cn/ARWU-FIELD.htm).
La classifica cinese non è comunque l’unica disponibile. Una fonte non sospetta di livore anti-italiano è la Commissione Europea. Nel 2004 ha stilato una classifica delle università europee che presentano un fattore di impatto misurato per citazioni più alto della media mondiale (http://cordis.europa.eu/indicators/third_report.htm). Nessuna delle 22 università della lista vanta cittadinanza italiana (Tabella 2).

Tabella 3: Classifica per qualità della didattica secondo il THES – top 30

Tabella 4: Classifica per qualità della ricerca secondo il THES – top 30

(1) Per chi volesse farsi un’idea più approfondita circa le classifiche disponibili, consigliamo di cominciare da http://en.wikipedia.org/wiki/University_rankings

* a cura di Anna Zabai per la redazione de lavoce.info

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7 Comments

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  1. ermes / May 17 2007 7:30 PM

    Dal vostro corrispondente Jean Masot:
    Est ce que (manca il trattino sulla tastiera!!!!) monsieur Santoro a fait une analyse pareille?? Probablement il a construit deux heures de scandales et peu d’autre…
    Mais, je dois me tair… ehm, j’ai pas vu l’émission…

  2. Jean Masot / Jun 18 2007 10:55 AM

    D’altronde, poche entrate e una pletora infinita di cosiddetti “studenti”.

  3. Tony Matrimonialy / Nov 15 2007 6:24 PM
  4. Luca / Oct 27 2008 10:37 AM

    Io so solo che un professore universitario guadagna troppo per quello che fa. Lo so perche mia sorella e suo marito sono entrambi professori, e se va bene lavorano forse tra le cinque e le sei ore al giorno per soli quattro giorni, perchè il venerdi’ non li ho mai visti lavorare. Il tenore che si possono permettere è stratosferico. Spesso vanno a fare congressi insieme (e già è strano) e si portano immancabilmente dietro i figli (ma qual’è quel lavoratore normale che se va in trasferta si porta dietro moglie e figli?)
    dove non fanno altro che prepararsi le prossime vacanze scambiandosi le case fra colleghi. Ma questi congressi immagino siano strapagati perchè poverini lavorano molto.
    Per di più questa manica di riccastroni che non fanno nulla e che devono solo imparare a lavorare sul serio, li paga il contribuente, cioè tutti noi.

  5. Herpes / Oct 27 2008 11:57 AM

    @ Luca
    …o forse un professore universitario fa troppo poco per quello che guadagna! Sui congressi etc, come non darti ragione!

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