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Thursday, 31 May , 2007 / Iperione

Morti bianche, ispettori e sigarette


In Italia, credo da sempre e su qualunque tematica, siamo abituati ad inventare, letteralmente ad inventare, alcuni dei problemi focali del dibattito pubblico. E se non ci si inventa un nuovo rompicapo, quantomeno ci si deve inventare una priorità nell’agenda politica.

Alle volte sembra di scorgere un impegno duro, fatto di pensieri, idee, ripensamenti, sudore, nottate in bianco, accordi sotto- o sopra- banco, discorsi pubblici, retoriche, prolusioni, annunci e denunce; una continua, estenuante partita a scacchi, giocata contro due nemici: il proprio (-i) avversario (-i) e regole “fatte come burro” e come burro pronte per essere sciolte e rimodellate, a seconda dei casi.

Uno di questi casi bizzarri riguarda il problema delle morti sul lavoro. Siccome qualcuno potrebbe legittimamente fraintendermi, chiarisco subito che qui non discuto il problema sociale, personale e politico degli incidenti sul lavoro; piuttosto il metodo che certa classe dirigente usa nell’affrontare i problemi.

Quello delle morti sul lavoro non è un problema di oggi, di questi giorni. Le lotte dei lavoratori prima, e dei loro sindacati poi, sono nate e sono continuate anche per questo. Come ogni fenomeno sociale, anche questo non può non essere guardato nei suoi mille aspetti significativi che coinvolgono la qualità del lavoro in Italia, le responsabilità dei “datori di lavoro”, quelle dei “prestatori”, la realtà, le cause e le possibili cure del lavoro nero, l’economia “piccola”, quella delle botteghe e dei cantieri, delle stradine di paese e delle campagne del sud. Mille altri ancora sono gli aspetti che, con pesi diversi e diversa importanza, contribuiscono a riempire le pagine di cronaca e purtroppo i cimiteri.

Si potrà dire che finora queste sono solo ovvietà. Può darsi. Però tra queste ovvietà voglio aggiungerci un’idea più importante: il lavoro, che alcuni giuristi si affannano a classificare in “subordinato ed autonomo” e poi in mille altri modi e fattezze, è un fenomeno sociale ed economico; economico perché fa parte del sistema economico, anzi, ne è una determinante. Negli anni successivi alla formazione della Repubblica Italiana, i principi costituzionali avevano dato nuova linfa alle rivendicazioni dei lavoratori, finché, dopo dure lotte, politiche, sindacali, sociali, si giunse, nel 1970 allo Statuto dei lavoratori. Ciascuno giudichi quella legge come vuole (io stesso non la condivido per ciò che ne è stato fatto), ma il senso del mio farneticare si poggia su una delle idee che fecero da gambe a quel progetto: la riforma, la ri-organizzazione del lavoro, inteso come fenomeno sociale ed economico, fatto di diritti e doveri per tutte le parti coinvolte.

La realtà ha fatto diventare quella legge uno strumento probabilmente troppo rigido per i tempi che viviamo, certe volte una fortezza in cui arroccarsi e da cui controllare le mosse dell’odiato nemico, il “padrone”. Ne è stato fatto uno strumento per disciplinare, gestire le “grandi” realtà, quelle delle medio-grandi industrie; per via dei tempi è stato necessariamente pensato avendo in mente il mondo industriale, il mondo della fabbrica.

Ebbene, trentasette anni dopo bisognerebbe, forse, avere il coraggio di iniziare a pensare di riaprire quel capitolo. Bisognerebbe, forse, ri-cominciare a vivere a prescindere dalla finta “pax” sociale della concertazione, fatta di ricatti e lotte intestine e clandestine. Bisognerebbe, forse, iniziare a respirare aria più fresca, al di fuori dei corporativismi di categoria. Bisognerebbe, forse, tentare di immaginare di ridare alle parti di un contratto di lavoro la disponibilità alla pari della loro autonomia negoziale, fosse pure in un quadro normativo più “dimesso”, meno “inderogabile se non in favore del lavoratore” di quanto sia oggi. Immaginare la possibilità di disciplinare il proprio rapporto di lavoro col proprio datore di lavoro, scegliendo (o non scegliendo) l’impostazione dei contratti collettivi.

Sì, forse sono banalità. Forse anche errori d’un ignorante. Però quest’ ignorante è riuscito a leggere un paio di articoli

LaVoce.info – Un patto per modernizzare il lavoro (di Solari e Della Torre)

LaVoce.info – Ipocrisie bianche (di Boeri e Ichino)

che forse sono sfuggiti a quelli che pensano le “riforme epocali”, e che poi, mi si perdoni il personalismo, usano la solita leva del prezzo delle sigarette per risolvere ogni guaio finanziario (così come è stata utilizzata, finché è stato possibile, quella del ticket sulle ricette).

Forse sarebbe bene augurarsi meno retorica, meno ipocrisie, più trasparenza, più responsabilità. ma forse non è ancora aria

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