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Monday, 4 June , 2007 / ermes

Problem solving


A distanza di pochi mesi, due articoli di Francesco Giavazzi che citano una forse singolare, forse molto indicativa, ricerca dell’OCSE (che peraltro oggi pubblica il suo annuale survey sull’Italia). Scopriamo quale:

pressure.jpgL’analisi di Draghi e l’incertezza delle famiglie

La depressione nei consumi

Negli anni Sessanta e Settanta le famiglie italiane acquistavano beni e servizi per un 4-5% in più ogni anno. Da allora la crescita dei consumi si è progressivamente esaurita: 2,6% negli anni Ottanta, meno del 2% negli anni Novanta. Dal 2001 a oggi i consumi delle famiglie sono rimasti sostanzialmente invariati. (Questi dati sono calcolati pro capite, così che il rallentamento dei consumi non possa essere attribuito al venir meno della crescita della popolazione). La spesa delle famiglie rappresenta oltre i due terzi della domanda totale per i beni e i servizi prodotti dalle nostre imprese: se essa non cresce è difficile che la produzione si espanda. E infatti il rallentamento dell’economia italiana ha seguito passo passo quello dei consumi. Ad esempio, a poco è servito che lo scorso anno le esportazioni delle nostre imprese aumentassero del 6%: la crescita dei consumi non ha raggiunto l’1,5% e così è stato, sostanzialmente, per l’intera economia. Perché le famiglie italiane hanno smesso di accrescere i loro consumi? «La spesa delle famiglie è erosa dalle rendite, frenata dall’incertezza sull’esito di riforme che toccano in profondità la loro vita», ha detto la scorsa settimana il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. L’analisi del ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (di Rifondazione comunista), è più semplice: «Se salari e pensioni non crescono come aspettarsi una crescita dei consumi?». Hanno ragione entrambi: la stagnazione dei consumi è il sintomo di alcuni difetti della nostra società e dell’incapacità della classe politica di prendere decisioni. E’ vero che i salari reali non crescono. In sei anni sono aumentati solo del 3%, ma comunque più della produttività, immutata dal 2001. Se non riprende la produttività, i salari reali non possono crescere, a meno di mandare in malora le imprese.

La produttività dipende dall’innovazione e quindi dalla qualità del capitale umano: se non si migliora la scuola non c’è speranza. Finché eravamo un Paese di aziende manifatturiere l’istruzione era meno importante: molti mestieri — il saldatore di metalli, il falegname — si imparavano lavorando. Ma in un’economia di servizi senza una buona istruzione si è perduti perché si rimane schiacciati in mestieri sottopagati. L’indagine dell’Ocse sui livelli di apprendimento dei ragazzi quindicenni (« Problem Solving for Tomorrow’s World ») mostra non solo un ritardo delle scuole italiane rispetto a quelle europee, ma anche un forte divario fra Nord e Sud, anche a parità di voto scolastico. Un 4 in matematica in una scuola del Nord mostra un livello di conoscenze superiori a un 7 in una scuola del Sud. Se poi confrontiamo i quindicenni italiani con i loro colleghi europei, la percentuale di coloro che — posti di fronte a un problema relativamente semplice, come decidere il percorso più efficiente in un viaggio che deve toccare 6 città diverse — ottengono un voto superiore a 592 (in una scala da 0 a 750) sono il 30% in Finlandia, il 22% in Francia, Germania e nella Repubblica Ceca, solo l’11% in Italia. E’ vero che le pensioni sono basse: la pensione media è di circa mille euro al mese. Ma come si possono pagare pensioni più alte in un Paese in cui 16 milioni di pensionati sono sostenuti da solo 24 milioni di lavoratori, quasi 7 pensionati per ogni dieci lavoratori? Se non si lavora di più, è difficile pagare pensioni più dignitose. Con una popolazione che invecchia il reddito delle famiglie dipende sempre più dalle pensioni ma anche dal rendimento dei risparmi accumulati in una vita. I risparmi delle famiglie italiane sono per lo più investiti in attività finanziarie domestiche: meno del 20% è investito in azioni e obbligazioni estere.

Questo non è sorprendente: la presenza di banche estere in Italia è trascurabile, soprattutto nella gestione del risparmio, e le banche italiane sanno vendere solo titoli italiani, talvolta, come nel caso delle obbligazioni Cirio e Parmalat, per motivi inconfessabili. Ma se si investe in un Paese che non cresce, difficilmente si otterranno buoni rendimenti. Il monopolio delle banche italiane nel mercato del risparmio gestito non solo pone gravi problemi di trasparenza, ma produce anche rendimenti bassi, che comprimono i consumi dei molti anziani che vivono soprattutto di cedole. Nel 1998 il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, appena eletto, cancellò la riforma pensionistica che era stata introdotta dal suo predecessore cristiano-democratico, Helmut Kohl, pochi mesi prima delle elezioni. Quella riforma alzava l’età di pensionamento, riduceva le prestazioni, aumentava i contributi, in una parola riduceva la ricchezza pensionistica delle famiglie tedesche. La notizia che la «legge Kohl» era stata abrogata avrebbe dovuto indurre le famiglie a risparmiare di meno perché i tagli alla loro ricchezza pensionistica venivano cancellati. Tutt’altro: lo sconcerto e la preoccupazione per un problema che si riteneva risolto e invece veniva riaperto, indusse le famiglie tedesche a risparmiare di più. Quell’episodio è all’origine della stagnazione dei consumi tedeschi che dura da quasi un decennio. A Caserta, il 13 gennaio scorso, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, aveva promesso la riforma delle pensioni entro il 30 marzo. Siamo a giugno e ancora in alto mare. Questi ritardi e l’incapacità del governo di decidere su questioni che toccano in profondità la vita di tutti noi non hanno solo un effetto meccanico sui conti pubblici. Preoccupano le famiglie e creano un clima di incertezza che, come è accaduto in Germania, deprime i consumi e quindi la crescita.

04 giugno 2007

E ancora:

problem-solving.gifLa ricetta non è l’eliminazione del tempo determinato, ma la mobilità

Ecco come si creano nuovi posti di lavoro

L’esempio di Madrid: tra il 1995 e il 2006 sono arrivate dalla Spagna 7 delle 18 milioni di nuove occupazioni registrate in Europa

Fra il 1980 e la metà degli anni Novanta l’economia americana ha creato 26 milioni di nuovi posti di lavoro, 11 in più dell’Europa, intendendo per Europa i dodici Paesi che hanno adottato l’euro. Questo è un fatto noto. Meno noto è che nei dieci anni successivi, tra il 1995 e il 2006, Europa e Stati Uniti, nonostante la retorica della «nuova economia» americana e del declino europeo, hanno creato lo stesso numero di posti di lavoro: 18 milioni ciascuno. In Europa quasi metà di questi nuovi posti (oltre 7 milioni su 18) è stato creato in Spagna, un numero tre volte maggiore dei posti creati in Italia.

La trasformazione del mercato del lavoro spagnolo è soprattutto il risultato di una straordinaria crescita della partecipazione, cioè del numero di persone che prima erano fuori dal mercato del lavoro e oggi lavorano o cercano attivamente un lavoro. In un decennio il tasso di partecipazione maschile è cresciuto in Spagna di 9 punti, dal 62 al 71 per cento. L’aumento è ancor più straordinario fra le donne: 13 punti in più, dal 46 al 59 per cento. Dieci anni fa solo il 40 per cento degli uomini spagnoli tra i 60 e i 65 anni d’età era ancora attivo nel mercato del lavoro: oggi sono uno ogni due. La partecipazione è aumentata anche fra i 55 e i 60 anni: 4 punti in più fra gli uomini, 12 fra le donne. Quando l’occupazione cresce tanto rapidamente, la produttività ne soffre perché il rapporto fra capitale e lavoro scende ed entrano nel mercato del lavoro anche persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a chi già lavorava. E infatti la produttività del lavoro in Spagna scende da dieci anni. Ma la crescita dell’occupazione ha più che compensato la caduta della produttività. E così gli spagnoli, diversamente dagli altri Paesi dell’euro (tranne l’Irlanda), in dieci anni hanno ridotto la distanza che li separava dagli Stati Uniti: nel 1995 il reddito medio spagnolo era solo il 60 per cento del reddito medio americano; oggi è il 70 per cento.

Vi sono due modi per crescere: aumentando la produttività di chi già lavora, o portando più persone nel mercato del lavoro. È evidente che se oltre a lavorare di più si è anche più produttivi, la crescita accelera: è il caso dell’Irlanda dove ormai il reddito pro capite ha superato quello della Svizzera. Ma troppo spesso le discussioni sulla crescita partono dall’assunto che non si cresce se non si investe di più in tecnologia e innovazione, e finiscono con la richiesta di sussidi pubblici alle università e alle attività di ricerca e sviluppo. L’esperienza spagnola dimostra quanta strada si possa fare semplicemente lavorando di più.

Osservata da questa prospettiva l’Italia ha un potenziale di crescita ancor maggiore della Spagna, per il semplice motivo che lavoriamo di meno. Il nostro tasso di partecipazione è oggi quello che era in Spagna dieci anni fa. È uguale al tasso messicano e fra i Paesi dell’Ocse solo in Turchia la partecipazione al mercato del lavoro è più bassa che in Messico e in Italia. Ogni 100 persone in età di lavoro in Italia sono occupate, o cercano attivamente un lavoro, 17 meno che in Svezia. Non solo la partecipazione è straordinariamente bassa, ma recentemente (per gli uomini) è ulteriormente scesa. Nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni partecipano 3 uomini su 100 in meno di quanti partecipassero dieci anni fa; 2 su cento in meno fra i 60 e i 65 anni. Partecipano meno che in Spagna anche i giovani, soprattutto quelli fra i 25 e i 29 anni, e le donne in ogni fascia d’età: fra i 25 e i 29 anni, 8 ragazze spagnole su 10 lavorano o cercano attivamente un lavoro. Sono solo 6,4 in Italia.

La maggior parte dei nuovi posti di lavoro creati in Spagna sono contratti a tempo determinato, che ormai rappresentano il 30 per cento di tutti i posti. Davvero vogliamo imitare la Spagna ed allargare ancor più il numero di lavori «precari»?

Un posto stabile è senza dubbio meglio di uno a tempo determinato e l’insicurezza dei lavori precari è certamente all’origine di molti guai delle nostre società, ad esempio il fatto che i giovani attendono a lungo prima di formare una famiglia e non nascono più bambini.

Ma la soluzione non può essere l’eliminazione dei lavori a tempo determinato. Non può esserlo perché l’alternativa a un lavoro precario è nessun lavoro, non un lavoro stabile. L’industria — che tradizionalmente creava lavori «stabili» — si sta gradualmente spostando verso Paesi a più basso costo della mano d’opera. Nei ricchi Paesi dell’Occidente i nuovi posti di lavoro si creano nei servizi, sia quelli che richiedono qualifiche elevate (la finanza, l’informatica, l’istruzione) sia quelli che al contrario non richiedono qualifiche particolarmente elevate, ad esempio nel turismo. È qui che nascono i lavori precari. Ma impedirli non significa trasformare quei lavori in lavori stabili: significa semplicemente farli sparire.

La soluzione è la mobilità. I giovani, e non solo loro, sempre più troveranno posti precari: il problema è come aiutarli ad uscire dal circolo vizioso del precariato. Questo richiede mobilità sociale, cioè meritocrazia e buone scuole.

L’Ocse studia i sistemi scolastici di vari Paesi confrontando le capacità degli studenti che frequentano scuole del medesimo grado. Una dimensione interessante di questi confronti riguarda la capacità dello studente di risolvere un problema relativamente semplice, ad esempio programmare una vacanza in diverse città, cercando il percorso più efficiente. Il punteggio medio dei ragazzi italiani è 470, a fronte di 550 per i ragazzi finlandesi. Tra i Paesi dell’Ocse, solo i ragazzi greci ottengono, in media, un punteggio inferiore. Negli Stati Uniti i cosiddetti «poveri che lavorano» spesso hanno frequentato scuole secondarie disastrate. E infatti nelle classifiche Ocse gli studenti americani risultano solo marginalmente migliori dei nostri. Anziché illudersi di eliminare i lavori precari o investire denaro pubblico in ambiziosi progetti di alta tecnologia, occupiamoci piuttosto delle scuole.

16 marzo 2007

8 Comments

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  1. Oggi sono uno stupido / Jun 4 2007 6:35 PM

    Ecco dove e come finiscono le parole del prof.Giavazzi, purtroppo:
    TG2 Parlamento 4/06/2007 – Rapporto Ocse: l’Italia cresce, Prodi soddisfatto
    Vi invito ad ascoltare tutta la trasmissione. Apprezzate il livello dei contenuti di cui si occupa la politica italiana in questo periodo.

  2. Jean Masot / Jun 8 2007 2:57 AM

    Povere cassandre:

    Un declino troppo sottovalutato – Alberto Alesina e Guido Tabellini, Il Sole 24 Ore 07.06.07

  3. ermes / Jun 8 2007 5:18 PM

    Come qui il caso governa le cose:

    Mutui italiani nel mirino di Draghi – LA Repubblica 08.06.06

  4. Jean Masot / Jun 18 2007 10:38 AM

    Casi di problem solving nelle scuole italiane:

    “Non abbiamo fermato nessuno, i duecento maturandi che avevamo li abbiamo ammessi tutti. D’altra parte è stato così per anni, si andava all’esame anche con insufficienze gravi, purché ci fosse un voto espresso, anche dall’uno in su”.

    E’ l’ultima “sanatoria”: tutti ammessi all’esame – Anna Maria Sersale, Il Messaggero 18.06.07

  5. Jean Masot / Jun 21 2007 11:30 AM

    E il mondo intanto vola…

  6. ermes / Jul 27 2007 1:30 PM

    Segnalo articolo (forse un po’ troppo ottimista) che sprona a ormai ineludibile cambio di rotta:

    Onore al merito – Maurizio Ferrera, Corriere della Sera 27.07.07

  7. Jean Masot / Apr 8 2008 10:02 AM

    Ancora Ferrera, questa volta in merito alle responsabilità della società cosiddetta civile… nella vostra Italy…

  8. Etta Gol / Jun 25 2008 11:09 AM

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