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Wednesday, 13 June , 2007 / ermes

I “pazzi malinconici”


gaetano-salvemini.jpgIl dimenticatissimo Gaetano Salvemini è stato, a mio avviso, il più rilevante politico e studioso politico italiano dell’intero Novecento: ben oltre financo Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Antonio Gramsci, Altiero Spinelli. Padre nobile di Piero Gobetti, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, Nello e Carlo Rosselli, Camillo Berneri…

Riporto un solo passo, un solo articolo, nella sua asciuttezza, immediatezza, ragionevolezza, tra le pagine più felici e tristemente sconosciute della sua opera inarrivabile: v’è tutta la dolorosa denuncia di un Julien Benda, della Trahison des clercs, v’è la dolce incredulità di George Orwell e della sua Boccata d’aria, v’è l’innocenza sconvolta di Pier Paolo Pasolini, dei Ragazzi di vita, di Mamma Roma, Scritti Corsari, Lettere Luterane…

In poche parole la stanchezza, non la resa, di un’intelligenza costretta alla disamina dell’assurdo beckettiano nel Paese dei disgraziati Pulcinella e degli apocalittici Pupi di Sicilia, dei disorientati Personaggi in cerca d’autore e delle “scaramucce” da Commedia dell’arte, degli involontari burattini di Collodi e dei deliberatissimi Quaquaraquà… S’ebbe la ventura di incontrare nuovo Voltaire, ma ben pochi (s’) accorsero…

“La pelle di zigrino”
(articolo pubblicato sul “Mondo” del 21 febbraio 1953)
“Prego, chi siete voi?”
Noi siamo una mezza dozzina di pazzi malinconici (o innocenti), ultimi eredi di una stirpe illustre, che si va rapidamente estinguendo; massi erratici, abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne. E’ il ghiacciaio che si chiamò “liberalismo”, “democrazia”, “socialismo”, in quel secolo che il forsennato Léon Daudet chiamò “lo stupido secolo decimonono”, mentre noi insistiamo a considerarlo come il più intelligente, il piu’ umano, il più glorioso dei secoli. “Morituri te salutant”.
Il “liberale” di allora rispettava la libertà altrui e rivendicava la propria. Era anticlericale, perché i clericali minacciavano, e, dove potevano, soffocavano la sua libertà, ma non si sarebbe mai sognato di vietare al clericale di predicare le dottrine del clericalismo, anzi ci prendeva gusto a vedergliele predicare e a riderci su. Era monarchico e conservatore, ma lasciava cantare i repubblicani e gli anarchici. Era individualista, ma sopportava pazientemente la modestia dei socialisti, e magari arrivava a dire: “Oggi siamo tutti socialisti”. Quando la paura dei “sovversivi” (e ne avevano più che questi poveracci meritassero) lo spingeva a stati di assedio, condanne al carcere o al domicilio coatto, sentiva vergogna di quel che faceva; e appena poteva dare qualche amnistia, e ritornare alla normalità, tirava un sospirone di sollievo e si metteva l’animo in pace. Impetrava l’alleanza elettorale dei clericali contro i “sovversivi”, ma non si sarebbe mai sognato di sopprimere le libertà politiche dei “sovversivi”, come i clericali avrebbero fatto, se avessero potuto, non solo coi sovversivi, ma con gli stessi liberali. La libertà (diceva il liberale di allora) è come la lancia di Achille: ferisce e risana. “Malo periculosam libertatem”, ripeteva con Tacito. Motivo per cui noi ci denomineremmo volentieri “liberali”. Ma la parola si è così debosciata nel secolo in cui respiriamo, che ci vuole oggi uno stomaco di struzzo per dirsi “liberale”. Il liberalismo classico, quello, per intenderci, di un Cavour o di un John Stuart Mill, – più che un partito, è ormai uno stato d’animo, che si può trovare ovunque viva un uomo civile in qualunque partito. E molto spesso, fra quelli che rivendicano il monopolio della etichetta liberale, il medesimo individuo è liberale in un momento su una data questione, e totalitario subito dopo su un’altra. Ne consegue che a chiamarvi liberale correte il rischio di vedervi confuso con certa gente, con cui non vorreste avere nulla da fare neanche se il loro aiuto dovesse scamparvi dalla morte.
Ci denomineremmo anche “democratici”, dato che la libertà “signorile” come la chiamava Benedetto Croce, cioè riservata alle classi danarose e colte (e incolte purchè danarose), intendiamo estenderla agli uomini e donne di tutte le classi sociali. Ma anche la parola “democratico” si è debosciata: non meno e forse più che la parola “liberale”.
Ci chiameremmo socialisti o socialdemocratici, dato che ameremmo lavorare alla costruzione di un assetto sociale, nel quale i diritti di libertà siano integrati da un minimo di benessere e di sicurezza per tutti, senza il quale minimo, né può sorgere il desiderio della libertà, né i diritti di libertà possono essere di regola praticati. Tanto per evitare equivoci, il nostro socialismo si apparenta più con quello di Jaurès, dei laboristi inglesi, dei riformisti italiani alla Turati, alla Bissolati e alla Battisti, che con quello degli arcivescovi, vescovi, parroci e sacrestani della Chiesa stalinista. Ma questo socialismo (o socialdemocrazia) si è andato anche esso progressivamente così discreditando, che, oggi, dirsi socialista o socialdemocratico, specialmente dopo le esperienze di questi ultimi tempi, è come buttarsi giù dalla Rupe Tarpeia.
Ci denomineremmo anche repubblicani, dato che Vittorio Emanuele III in venti anni di complicità con Mussolini ci rese repubblicani militanti (le repubbliche non nacquero mai dalle virtù o dalla sapienza dei repubblicani, ma dai delitti e dalle scempiaggini dei re). Ma è peggio che andar di notte. I repubblicani hanno avuto in Italia, in non più che cinque anni, l’abilità di discreditarsi più che liberali, democratici e socialisti si siano rovinati in mezzo secolo.
In sintesi, ci denomineremmo “liberali-democratici-socialisti-repubblicani”; e, siccome la orribile abitudine americana delle iniziali ha invaso anche il paese dove il sì suona, ci diremmo LDSR: appena una lettera più del PCI, PSI, PLI, PRI, MSI, e tante quante il PSDI (questo non ha saputo neanche mettere insieme un gruppo di iniziali che si potesse pronunciare). Ma quelle quattro lettere ci ricorderebbero, combinate insieme, tutti i vituperi che accompagnano ormai le realtà separate.
Dichiariamoci dunque niente altro che pazzi malinconici (PM) e chi vuol capire capisca, e chi non vuol capire passi via.
(L’articolo è stato in seguito riprodotto, con qualche modifica, in Italia scombinata, Torino: Einaudi, 1959, pp. 231-3; oltreché in Opere, VIII, Scritti vari, Milano: Feltrinelli, 1978, pp. 810-20, e Socialismo Riformismo Democrazia, Bari: Laterza, 1990, pp. 296-8)

11 Comments

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  1. ermes / Oct 4 2007 9:52 AM

    “Si vede che siamo destinati a rimaner nelle nuvole”

  2. ermes / Jan 15 2009 2:31 AM

    “Il nostro più efficace argomento nella critica contro il fascismo era Arturo Toscanini. Questi, dopo essere stato brutalmente bastonato nel maggio 1931 a Bologna da una banda di fascisti, capitanati da Costanzo Ciano in persona, tornò in America e non rivide più l’Italia fino alla caduta del fascismo. Non scriveva e non faceva conferenze, ma la sua esistenza era un formidabile titolo di accusa contro un regime politico, il quale scacciava dalla patria un uomo simile”.

    Gaetano Salvemini, Memorie di un fuoruscito, Milano, Feltrinelli, 1973, pag. 178

    (Ho appena visto Il giovane Toscanini, film di Franco Zeffirelli del 1988: le parole di Salvemini ora assumono nuova luce ai miei occhi. Ora comprendo anche la dedica al maestro Toscanini del libro What to Do with Italy che lo stesso Gaetano Salvemini e Giorgio Della Piana pubblicarono nel 1943… libro una cui copia ho rinvenuto intonsa nell’archivio privato di Alexis Leger/Saint-John Perse a Aix-en-Provence).

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