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Tuesday, 17 July , 2007 / germes

Come de-finire l’in-definibile


Ovvero il sogno del barone di Münchausen: liberarsi dalla palude, tirandosi fuori per i capelli.

the-baron-munchausen-by-gustave-dore.jpgAssoluto e Relativo una storia infinita
Umberto Eco
La Repubblica, 10-07-2007
Una lezione seria sui concetti di Assoluto e Relativo dovrebbe durare almeno duemilacinquecento anni, tanto quanto il dibattito reale. Ai «Conflitti dell´Assoluto» è stata intitolata la Milanesiana di quest´anno, e mi sono naturalmente chiesto che cosa s´intendesse con questo termine. È la domanda più elementare che un filosofo deve porre.
Inoltre la nozione di Assoluto mi ha richiamato alla mente uno dei suoi opposti, e cioè la nozione di Relativo, diventata abbastanza di moda da quando ecclesiastici dei massimi livelli e persino pensatori laici hanno iniziato una campagna contro il cosiddetto relativismo, diventato termine denigratorio usato a fini quasi terroristici, così come la parola «comunismo» per Berlusconi. Pertanto, mi limiterò non a chiarirvi ma a confondervi le idee, cercando di suggerirvi come ciascuno di questi termini significhi – secondo le circostanze e i contesti – cose molto diverse tra loro, e come pertanto essi non vadano usati come mazze da baseball.
Secondo i dizionari di filosofia Assoluto sarebbe tutto ciò che è ab solutus, sciolto da legami o limiti, qualcosa che non dipende da altro, che ha la propria ragione, causa e spiegazione in se stesso. Qualcosa dunque di molto simile a Dio, nel senso in cui Egli si definiva «io sono colui che è», ego sum qui sum, rispetto al quale tutto il resto è contingente, e cioè non ha la propria causa in se stesso e – anche se per accidente esiste – potrebbe benissimo non esistere, o non esistere più domani, come accade al sistema solare o a ciascuno di noi.
Essendo esseri contingenti, e pertanto destinati a morire, noi abbiamo un disperato bisogno di pensare che ci si possa ancorare a qualcosa che non perisce, e cioè di Assoluto. Questo Assoluto, però, può essere trascendente, come la divinità biblica, o immanente. Per non parlare di Spinoza o Bruno, coi filosofi idealisti anche noi entriamo a far parte dell´Assoluto perché l´Assoluto sarebbe (per esempio in Schelling) l´unità indissolubile del soggetto che conosce e di ciò che una volta era considerato estraneo al soggetto, come la natura, o il mondo. Nell´Assoluto ci identifichiamo con Dio, siamo parte di qualcosa che non si è ancora pienamente compiuto, processo, sviluppo, crescita infinita e infinita autodefinizione. Ma se così stanno le cose noi non potremo mai né definire né conoscere l´Assoluto perché ne facciamo parte, e tentare di concepirlo sarebbe fare come il barone di Münchausen che usciva dalla palude tirandosi per i capelli.
L´alternativa è allora pensare all´Assoluto come qualcosa che noi non siamo e che sta altrove, non dipendendo da noi, come il Dio di Aristotele che pensa se stesso pensante e che, come voleva Joyce nel Dedalus, «rimane dentro e dietro o al di là o al di sopra dell´opera sua, invisibile, sottilizzato fino a sparire, indifferente, occupato a curarsi le unghie». Infatti nel XV secolo Niccolò Cusano in De docta ignorantia già diceva: Deus est absolutus. Ma per Cusano, in quanto Assoluto, Dio non è mai pienamente attingibile. Il rapporto tra la nostra conoscenza e Dio è lo stesso che si instaura tra un poligono inscritto e la circonferenza nella quale è inscritto: a mano a mano che si moltiplicano i lati del poligono, ci si avvicina sempre di più alla circonferenza, ma il poligono e la circonferenza non saranno mai uguali. Diceva Cusano che Dio è come un cerchio il cui centro è dappertutto e la circonferenza non è da nessuna parte.
Si può pensare un cerchio con il centro ovunque e la circonferenza da nessuna parte? Evidentemente no. Eppure possiamo nominarlo, ed è quello che sto facendo in questo momento, e ciascuno di voi capisce che sto parlando di qualcosa che ha a che fare con la geometria, salvo che è geometricamente impossibile e inconcepibile. Dunque c´è una differenza tra poter concepire o meno qualcosa e poterlo tuttavia nominare attribuendogli un qualche significato.
Che cosa vuole dire usare una parola e attribuirle un significato? Vuole dire molte cose: (1) possedere istruzioni per riconoscere l´eventuale oggetto o situazione o evento. Per esempio fanno parte del significato delle parole cane o inciampare una serie di descrizioni, anche sotto forma di immagini, per riconoscere un cane e distinguerlo da un gatto, e distinguere l´inciampare dal saltare; (2) disporre di una definizione e/o classificazione, e ho definizione e classificazione del cane ma anche di eventi o situazioni come omicidio colposo, che per definizione so distinguere da omicidio preterintenzionale; (3) conoscere di una data entità altre proprietà, dette fattuali o enciclopediche, così che per esempio del cane so che è fedele, che è buono per la caccia o per la guardia, dell´omicidio colposo che secondo il codice può condurre a una determinata condanna eccetera; (4) infine possibilmente possedere istruzioni su come produrre l´oggetto o evento corrispondente. Conosco il significato del termine vaso perché so come si dovrebbe produrre un vaso – e così accade anche per il termine decapitazione o acido solforico. Invece per un termine come cervello conosco i significati A e B, alcune delle proprietà C, ma non so come potrei produrlo.
(…) Molte espressioni hanno significati brumosi e imprecisi – e per gradi di chiarezza decrescente. Per esempio anche l´espressione il più alto numero pari ha un significato, tanto è vero che sappiamo distinguerlo per definizione dal più alto numero dispari (per esempio, a differenza di quest´ultimo, ha la proprietà di essere divisibile per due) e possediamo persino una vaga istruzione per la sua produzione, nel senso che possiamo immaginare di contare numeri sempre più alti, separando i dispari dai pari… Salvo che avvertiamo che non ci arriveremo mai, come se in un sogno avvertissimo di poter afferrare qualcosa senza però riuscirci.
Un´espressione come cerchio con il centro ovunque e la circonferenza da nessuna parte non suggerisce invece alcuna regola per produrre un oggetto corrispondente, non solo non sopporta alcuna definizione ma frustra ogni nostro sforzo di immaginarlo, salvo provocarci un senso di vertigine. Un´espressione come Assoluto ha una definizione tutto sommato tautologica (è assoluto ciò che non è contingente ma è contingente ciò che non è assoluto) ma non suggerisce descrizioni, definizioni e classificazioni, né possiamo pensare a istruzioni per produrre qualcosa di corrispondente, non ne conosciamo alcuna proprietà, salvo supporre che le abbia tutte e sia probabilmente quel id cujus nihil majus cogitari possit di cui parlava sant´Anselmo d´Aosta (e mi viene in mente la frase attribuita a Rubinstein: «Se credo in Dio? No, io credo in qualcosa … di molto più grande…»).
Certo, esistono immagini che producono illusioni ottiche, come gli oggetti impossibili disegnati da Escher: ma quelle immagini non rappresentano l´inconcepibile: semplicemente ci invitano a cercare di immaginare qualcosa d´inconcepibile, e poi frustrano la nostra attesa. Quello che ci coglie nel cercare di capirle è proprio il senso di impotenza espresso da Dante dell´ultimo canto del Paradiso quando vorrebbe dirci che cosa ha visto quando ha potuto fissare lo sguardo nella divinità, ma non riesce a dirci altro se non che non riesce a dirlo, e ricorre alla metafora affascinante di un libro dalle pagine infinite: «Nel suo profondo vidi che s´interna / legato con amore in un volume, / ciò che per l´universo si squaderna: / sustanze e accidenti e lor costume, / quasi conflati insieme, per tal modo / che ciò ch´i´ dico è un semplice lume».
Ed ecco perché in questa rassegna della Milanesiana si sono visti, a parlar dell´Assoluto, gli artisti. Già lo pseudo Dionigi Areopagita ricordava che, poiché l´Uno divino è talmente lontano da noi da non poter essere né compreso né attinto, si deve parlarne per metafore e allusioni, ma specialmente, per rendere evidente la pochezza del nostro discorso, attraverso simboli negativi, espressioni dissimili, attribuendogli persino «una forma ferina adattandole le caratteristiche del leone e della pantera e dicendo che sarà come un leopardo e un´orsa inferocita».
Alcuni filosofi ingenui hanno avanzato la proposta che solo i poeti sappiano dirci che cosa sia l´Essere o l´Assoluto, ma essi di fatto esprimono soltanto l´indefinito. Era la poetica di Mallarmé, che ha speso la vita per cercare di esprimere una «spiegazione orfica della terra»: «Io dico un fiore, e al di fuori dell´oblio dove la mia voce relega alcun contorno, in quanto qualcosa di diverso dai calici noti, musicalmente si leva, idea stessa e soave, l´assenza di ogni fascio e profumo». Pessima traduzione, è ovvio, perché l´originale è imprendibile: «Nominare un oggetto è sopprimere tre quarti della potenza della poesia, che è fatta della felicità di indovinare a poco a poco: suggerire, ecco il sogno». Tutta la vita di Mallarmé si pone all´insegna di questo sogno ma al tempo stesso all´insegna dello scacco. Scacco che Dante aveva dato per accettato sin dall´inizio, comprendendo che è orgoglio luciferino pretendere di esprimere finitamente l´infinito, e aveva evitato lo scacco della poesia proprio facendo poesia dello scacco, non poesia che vuole dire l´indicibile ma poesia dell´impossibilità di dirlo.
Si rifletta sul fatto che Dante (come del resto lo pseudo Dionigi e Nicolò Cusano) erano credenti. Si può credere in un Assoluto e affermare che è impensabile e indefinibile? Certo, accettando che all´impossibile pensiero dell´Assoluto si sostituisca il sentimento dell´Assoluto e dunque la fede, come “sustanzia di cose sperate ed argumento delle non parventi”. Se l´Assoluto è filosoficamente una notte in cui tutte le vacche sono nere, per il mistico che, come Giovanni della Croce, lo avverte come noche oscura («Notte che mi hai guidato, / notte più compiacente dell´aurora»), esso è fonte di emozioni ineffabili.
Juan de la Cruz esprime la sua esperienza mistica attraverso la poesia: di fronte all´indicibilità dell´Assoluto può apparirci come garanzia il fatto che questa tensione insoddisfatta possa risolversi materialmente in una forma compiuta. Il che permetteva a Keats nella sua Ode sopra un´urna greca di vedere la Bellezza come sostituto dell´esperienza dell´Assoluto: «La bellezza è verità, la verità è bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere».
E questo va bene per chi ha deciso di praticare una religione estetica. Ma san Juan ci avrebbe detto che in realtà era solo la sua esperienza mistica dell´Assoluto a garantirgli la sola verità possibile. Di qui la persuasione di molti uomini di fede che ritengono che quelle filosofie che negano la possibilità di conoscere l´Assoluto, neghino automaticamente ogni criterio di verità o, negando che ci sia un criterio assoluto di verità, neghino la possibilità di avere esperienza dell´Assoluto. Ma un conto è dire che una filosofia neghi la possibilità di conoscere l´assoluto e un conto dire che essa neghi ogni criterio di verità – anche per quello che riguarda il mondo contingente. Verità ed esperienza dell´Assoluto sono poi così inseparabili?
La fiducia che ci sia qualcosa di vero è fondamentale per la sopravvivenza degli esseri umani. Se non pensassimo che, quando ci parlano, gli altri ci dicono o il vero o il falso, non sarebbe possibile la vita associata. Non potremmo neppure dar fiducia al fatto che, se su una scatola c´è scritto “aspirina”, possiamo escludere che si tratti di stricnina.
Una teoria speculare della verità è quella per cui essa è adaequatio rei et intellectus, come se la nostra mente fosse uno specchio che, se funziona bene e non è deformante o appannato, deve riflettere fedelmente le cose come stanno. È la teoria sostenuta per esempio da san Tommaso ma anche dal Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo, e siccome Tommaso non poteva essere leninista ne consegue che Lenin in filosofia era un neo-tomista. Però, salvo stati estatici, noi siamo obbligati a parlare e a dire che cosa il nostro intelletto riflette. Pertanto noi definiamo vere (o false) non le cose bensì le asserzioni che facciamo su come stiano le cose. La celebre definizione di Tarski dice che l´enunciato “la neve è bianca” è vero solo se la neve è bianca. Ora lasciamo pure perdere la bianchezza della neve che, se Bush non si deciderà ad accettare il protocollo di Kyoto, diventerà assai discutibile, e consideriamo un altro esempio: l´enunciato “sta piovendo” è vero solo se fuori sta piovendo.
La prima parte della definizione (quella tra virgolette) è un enunciato verbale e non rappresenta altro che se stesso, ma la seconda parte dovrebbe esprimere come stiano di fatto le cose. Ma ciò che dovrebbe essere uno stato di cose viene di nuovo espresso in parole. Per evitare questa mediazione linguistica dovremmo dire che “sta piovendo” è vero se “quella cosa là” (e senza dir niente additassimo la pioggia che cade). Ma, se ci pare possibile attuare questo ricorso indicale all´evidenza dei sensi con la pioggia, sarebbe più difficile farlo con l´enunciato la terra gira intorno al sole (perché caso mai i sensi ci direbbero proprio il contrario).
Per stabilire se l´enunciato corrisponde a uno stato di cose bisogna aver interpretato il termine piovere e averne stipulato una definizione. Bisogna aver stabilito che per parlare di pioggia non basta avvertire gocce d´acqua che cadono dall´alto, perché potrebbe trattarsi di qualcuno che sta innaffiando fiori da un balcone, che la consistenza delle gocce deve essere di una certa portata, altrimenti parleremmo di rugiada o di brina, che la sensazione deve essere continua (altrimenti diremmo che c´è stato un accenno di pioggia subito abortito), e così via. Questo stipulato, si deve poi passare a una verifica empirica, che nel caso della pioggia è a disposizione di tutti (basta tendere la mano e prestar fiducia ai propri sensi).
Ma nel caso dell´enunciato la terra gira intorno al sole le procedure di verifica sono più complicate. Quale senso assume la parola vero per ciascuno degli enunciati che seguono? 1. Ho male alla pancia. 2. Stanotte ho sognato che mi appariva Padre Pio. 3. Domani pioverà certamente. 4. Il mondo terminerà nel 2536. 5. C´è una vita dopo la morte.
Gli enunciati 1 e 2 esprimono una evidenza soggettiva, ma il mal di pancia è sensazione evidente e insopprimibile, mentre ricordando un sogno fatto la notte prima potrei non essere sicuro di quel che ricordo. Inoltre i due enunciati non posso essere immediatamente verificati da altri. Certo, un medico che voglia capire se ho davvero una colite o sono ipocondriaco avrebbe alcuni strumenti di verifica, ma maggiori difficoltà avrebbe uno psicanalista a cui dicessi di aver sognato Padre Pio, perché potrei benissimo mentirgli.
Le affermazioni 3, 4 e 5 non sono immediatamente verificabili. Però che domani pioverà potrà essere verificata domani mentre che il mondo finisca nel 2536 ci porrebbe qualche problema (ed ecco perché distinguiamo l´attendibilità di un colonnello dell´aeronautica da quella di un profeta). La differenza tra 4 e 5 è che il 4 diverrà vero o falso almeno nel 2536, mentre il 5 continuerà a rimanere empiricamente indecidibile per saecula saeculorum.
Continuiamo: 6. Ogni angolo retto ha necessariamente novanta gradi. 7. L´acqua bolle sempre a cento gradi. 8. La mela è un angiosperma. 9. Napoleone è morto il 5 maggio 1821. 10. Si raggiunge la costa seguendo il corso del sole. 11. Gesù è il Figlio di Dio. 12. La retta interpretazione delle Sacre Scritture è definita dal Magistero della Chiesa. 13. Gli embrioni sono già esseri umani e hanno un´anima.
Alcuni di questi enunciati sono veri o falsi in relazione a regole che ci siamo date: l´angolo retto ha 90 gradi solo nell´ambito di un sistema di postulati euclidei, che l´acqua bolla a cento gradi è vero non solo se diamo credito a una legge fisica elaborata per generalizzazione induttiva ma anche sulla base della definizione di grado centigrado, una mela è un angiosperma solo in base ad alcune regole di classificazione botanica.
Alcuni prevedono la fiducia in verifiche fatte da altri prima di noi: crediamo sia vero che Napoleone è morto il 5 maggio 1821 perché accettiamo quanto ci dicono i libri di storia, ma dobbiamo sempre ammettere la possibilità che un documento inedito scoperto domani negli archivi dell´ammiragliato britannico testifichi che è morto in altra data. Talora per ragioni utilitaristiche adottiamo come se fosse vera una idea che sappiamo essere falsa: per esempio, per orientarci nel deserto, ci comportiamo come se fosse vero che il sole si muove da est a ovest.
Quanto alle affermazioni di carattere religioso non diremo che sono indecidibili. Se si accetta come storica la testimonianza dei Vangeli, le prove della divinità del Cristo troverebbero consenziente anche un protestante. Ma ciò non accade per quanto riguarda il magistero della chiesa. Invece l´affermazione su un´anima degli embrioni dipende solo da una stipulazione dei significati di espressioni come vita, umano e anima. San Tommaso, per esempio, riteneva che essi avessero solo un´anima sensitiva, come gli animali, e pertanto non essendo ancora esseri umani dotati di anima razionale non partecipassero alla resurrezione della carne. Oggi sarebbe imputato di eresia, ma in quella civilissima epoca lo hanno fatto santo.
Si tratta dunque di decidere come contrattare volta per volta i criteri di verità che stiamo usando. È proprio sul riconoscimento dei diversi gradi di verificabilità o accettabilità di una verità che si fonda il nostro senso della tolleranza. Posso avere il dovere scientifico e didattico di bocciare uno studente che sostenga che l´acqua bolle a novanta gradi come l´angolo retto – pare sia stato detto a un esame – ma anche un cristiano dovrebbe accettare che per qualcuno non ci sia altro dio che Allah e Maometto sia il suo profeta (e chiediamo che i musulmani facciano l´inverso).
Invece alla luce di alcune polemiche recenti sembra che questa distinzione tra diversi criteri di verità, tipica del pensiero moderno e in particolare di quello logico-scientifico, dia luogo a un relativismo inteso come malattia storica della cultura contemporanea, che nega ogni idea di verità. Ma che cosa intendono per relativismo gli antirelativisti? (1. Continua)

10 Comments

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  1. germes / Jul 17 2007 3:14 PM

    L’intervento di Eco alla Milanesiana si compone anche di una seconda parte.

  2. herpes / Jul 17 2007 9:58 PM

    872 esempi per un concetto che suona come “nulla si è mai saputo e (forse) nulla si potrà mai sapere se implodiamo o esplodiamo nel cosmo” sono alquanto sfiancanti.

  3. herpes / Jul 17 2007 10:03 PM

    P.S. non vorrei dire, ma di suo ci ha messo solo la battuta su berlusconi e bush, il resto è il resoconto che ogni mente (un poco) acuta può fare analizzando il cambiamento, o meno, del pensiero dell’uomo nella storia. Un po’ pochino per chi si ritiene intellettuale, no?

  4. Jean Masot / Jul 17 2007 11:04 PM

    Se pur parlasse della singolare tenuta delle ceramiche indocinesi o delle mille varietà di mostarda del pianeta, se financo dicesse dell’eziopatologia delle fisime di Michele Cucuzza o delle incredibili qualità dei sistemi a frattali… il Grande Intellettuale (“filosofo” per sua dichiarazione programmatica) troverebbe comunque e sempre spazio per sorridere ipocritamente e noiosamente di Bush e Berlusconi… Ormai siamo ai livelli della “buon costume”…

    Il mondo mi appare molto più complicato e gustoso, caro maestro eco di regime…

  5. germes / Jul 18 2007 10:52 AM

    Per molti aspetti, forse, l’Eco nazionale non è dissimile dai molti declamatori d’essenze verbali della barese accademia. Vengono alla mente due, in particolare. Il primo, l’antichista che si vanta d’essere stato sacrestano a bari e in Italia della Chiesa maomettana (è lui a dirlo): declama di democrazia che non si può esportare, di giustizia che non si può imporre, del capitalismo che si deve abbattere; nessuna parola sulle dittatoriali ideologie esportate (Cuba e Vietnam, par example), sui giustiziati cinesi, sulla diffusa corruttela negli Stati che hanno adottato il modello economico (anticapitalistico) da lui preferito. Il secondo, fondatore dei “girotondi” baresi e declamatore del pensiero meridiano: ci parlava ex cattedra dello “schifo” (parole sue) di questa Italia berlusconiana; finita la lezione tramava con l’allora (ex) Preside di facoltà (primo esempio di “ufficio di collocamento ambulante”: si può ben immaginare chi e dove lo collocava) su oscure (e oscurate) vicende accademiche; sui “piazzati”, i “piazzabili” e i “piazzanti”.
    Si, Eco potrà forse essere tutto questo. Ma mi illudo che non lo sia; quindi lo leggo, credendo che la sua sia “una lezione seria”, che non condivido del tutto, ma che stimola (poco, molto: non lo so) a ragionare su determinati temi, e soprattutto a utilizzare un determinato metodo di pensiero. Forse non sarà così, ma le mie limitate conoscenze mi portano a non pensarlo, ancora.
    Questo per dire che quando leggo delle sue battute su Berlusconi, semplicemente faccio finta di non averle lette: le sue battute sul berlusca sono solo “cavolate” che non valgono niente (per non dire altro); come se il venditore di fumo del casino delle libertà fosse uscito dal nulla, e non fosse invece il prodotto di questa Italia, ivi (e soprattutto, direi) compreso gli ex maomettani, neo girotondini, i liberali alle vongole, di cui l’Eco nazionale forse faceva (fa) parte.

  6. Gendarmes / Jul 18 2007 12:14 PM

    Ho apprezzato la lezione di Umberto Eco. Nell’epoca del vaniloquio imperante, della proliferazione di discorsi misticoidi, dell’insensatezza del linguaggio eretta a garanzia di qualità intellettuale, brodo di coltura di imbroglioni, speculatori e pirati, è da salutare con favore un tale sforzo analitico sui concetti. In questo caso, su concetti imperanti dell’attuale linguaggio politico. Grazie Germes.
    Credo che sia un errore intellettuale capitale la distinzione delle fonti o dei discorsi in ortodossi ed eterodossi. Il riflesso d’odio che l’autore o talune battute provocano nei lettori ricordano molto i filtri mentali instillati nei sudditi dalla perversione ideologica del linguaggio operata dal Socing (1984, G. Orwell). Roba da chiese totalitarie e da guerre tra integralismi. E da automenomazione pericolosa del visus intellettuale: la lettura di Aristotele e dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America è profittevole nonostante le manifestazioni di simpatia disgustose verso lo schiavismo; lo stesso dicasi per i gusti sessuali di Donatien Alphonse François de Sade (da cui sadico, sadismo, ecc.), autore di una spregiudicata analisi della vera natura umana; la critica al concetto hegeliano di sovranità prodotta da Marx smaschera tuttora molti fascisti; gli pseudoargomenti in difesa della creazione ex nihilo biblica non scalfiscono minimamente la splendida e storicamente inedita introspezione di Agostino nelle sue Confessioni; e via seguitando. Come antidoto consiglierei la lettura di J. Locke, Saggio sull’intelligenza umana, libro 4, capitolo 16, intitolato Dei gradi dell’assenso. Memorabile la sezione 4. Da non confondere la tolleranza dialogante e l’apertura dialettica additate da Locke con la retorica multicultarista: la conoscenza delle opnioni altrui è strumento supremo di vaglio delle proprie e di ricerca obbiettiva (o meglio, come insegna l’epistemologia moderna, intersoggetiva); che poi talune cose siano condivisibili e altre no (secondo determinati canoni gnoseologici o morali) è giudizio da attribuire sempre a posteriori, mai a priori.
    Mi fa ridere e un po’ stizzire la puerile captatio benevolentiae tentata con le battute su Bush e Berlusconi (non che non se le siano cercate), ma il resto mi fa pensare, e questo conta. Ad avercene, dalla Manica in giù, di più numerosi igienisti del linguaggio.

  7. Iperione / Nov 30 2007 1:10 PM

    Mirabile, inarrivabile: “L’Eco” intervistato dal New York Times:

    NYT, 25 Nov. 2007 – Media Studies

  8. Lucy Datura / Dec 2 2007 3:03 AM

    “It seems hardly worth noting that no English-speaking Left intellectual of Mr. Eco’s public stature would get away with committing such insipid obviousness to paper” (The New York Observer)

  9. Eva Daldesideriofrem / Jan 22 2009 1:04 PM

    Dopo le raffinate macerie prodotte durante la sua Presidenza, l’indimenticato e indimenticabile Roberto Zaccaria ora lancia Umberto Eco alla guida della Rai (oltre a Petruccioli, ovviamente… ché gli appare svincolato dai partiti!)

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  1. “…tracannando whisky” « Abeona forum

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