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Tuesday, 25 September , 2007 / ermes

Cut-and-paste religion


Basic market laws in Vatican City: 1) “Normally, procedures like this start after sainthood, but demand was great” 2) “The more fragments we supply, the less fraud there will be”.

Now available online: Pope John Paul II’s robes

Tom Kington in Rome
Monday September 24, 2007
Guardian Unlimited

In a very modern take on the age-old circulation of saintly bones and torn clothing, thousands of devotees of Pope John Paul II are going online to apply for certified shreds of his white cassocks as the late pontiff heads swiftly towards sainthood.

Supplied without charge, the circular dots of cotton, measuring about 4mm in diameter, come pressed into a postcard bearing a photo of John Paul on one side and a prayer on the other. They are available by clicking a link on the website of the diocese of Rome and filling in the email application.

The tiny dots of cloth have been available on request since the pope’s death in 2005, but when a religious wires service published details on September 13 of the online offer, 5,000 applications promptly poured in, said Don Marco Fibbi, spokesman for the diocese.

“We are more accustomed to letters,” said Mr Fibbi. “The internet has speeded things up a bit, but it’s fitting, since John Paul was the first pope to live in the global media age.”

The slicing up and sending off of papal robe fragments was the idea of Monsignor Slawomir Oder, the Polish postulator of John Paul’s cause for beatification and canonisation. The application is on track since a French nun reputedly recovered from Parkinson’s disease after her congregation prayed to John Paul in 2005.

Polish nuns who took care of the dying Pope have so far cut up one of John Paul’s cassocks, producing more than 5,000 dots. “After 27 years as Pope, John Paul will likely have possessed many cassocks and it is possible the nuns will cut up another, depending on request,” said Mr Fibbi, adding: “Normally, procedures like this start after sainthood, but demand was great.”

To deter collectors, applicants are encouraged to explain in their emails why they would like a cassock fragment, with those praying for a sick friend or relative given precedence, although medical certificates are not mandatory.

Recipients of dots are invited to write to an address printed on the card if their prayers produce a miracle.

Bone parts and clothing from saints, often purchased by churches to attract pilgrims, have done a brisk trade for centuries. But Mr Fibbi denied the current online boom had anything to do with relic-trafficking.

“Firstly, relics pertain to saints, and John Paul is not yet a saint,” he said. “Secondly, these objects of devotion are not for sale, although contributions are welcome for postage costs.”

The distribution is also aimed at snuffing out the peddling of fake John Paul mementos such as those that were discovered in shops around the Vatican last year. “The more fragments we supply, the less fraud there will be,” said Mr Fibbi, speaking in his Rome office.

What the postcards lack, however, is a numbering system, such as that used on bottles of expensive wine, or the hologram stickers used on computer software, to prevent the unscrupulous faking of the cloth fragments. “The only safeguard we have is on the back,” admitted Mr Fibbi, pointing to a tiny paper sticker bearing John Paul’s coat of arms.

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8 Comments

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  1. Ugo Fantocci / Jan 26 2008 2:48 AM
  2. Eva Delir / Apr 20 2009 11:10 AM

    E’ vero, non amiamo Magris, ma non possiamo non difenderlo dalle roboanti sferzat… ehm, sterzate del Timone

    Santi, reliquie e Padri Pii

    Autore: Rino CAMMILLERI

    Nel commentare la riesumazione della salma di Padre Pio (notte tra il 2 e il 3 marzo 2008) e l’annuncio della sua esposizione dal 24 aprile, Claudio Magris sul Corriere della Sera del 16 aprile u.s. non ha potuto frenare la sua indignazione. Prendendo spunto dalla denuncia penale sporta dall’Associazione «Padre Pia-Uomo della Sofferenza» contro il vescovo di San Giovanni Rotondo per vilipendio di cadavere e profanazione di sepoltura (respinta dal magistrato con la motivazione che nessuno può far valere in giudizio in nome proprio un diritto altrui e che spetta alla Chiesa tutelare gli interessi dei suoi fedeli), Magris sposa senz’altro la posizione dei denuncianti, che invitavano a non esporre la salma del Santo «per vanità degli uomini». Anche perché pare che Padre Pio stesso (ma, secondo chi scrive, è tutto da verificare) abbia espresso, quand’era in questo mondo, il desiderio di non essere né riesumato né traslato dalla cripta della vecchia chiesa di Santa Maria delle Grazie. Quest’ultima motivazione, fosse vera, dovrebbe da sola chiudere il discorso e dar ragione all’Associazione.
    Purtuttavia, anche in questo caso c’è un problema: i fedeli. Più di settecentomila si erano prenotati per visitare la salma prima ancora che fosse esposta.
    Settecentomila. Serio dilemma di teologia: vale di più, in casi del genere, la volontà del de cuius come nei testamenti, o, trattandosi di Santi, predomina quella del popolo cattolico? In effetti, un canonizzato non può appendere un cartello alla sua porta con su scritto:
    ho già dato, non disturbare. Infatti, è stato canonizzato perché sia exemplum et intercessor. Né si è mai sentito di un Santo che si rifiutasse di far da tramite, dopo morto, tra Dio e il popolo. Lo stesso Padre Pio si espresse in tal senso, più volte. Avendo personalmente pubblicato una biografia di Padre Pio (Piemme), chi scrive sa bene quanti miracoli procurarono (e procurano) pezzetti di saio, frammenti di guanti, bende macchiate di sangue, perfino schegge della panca su cui sedeva il cappuccino pietrelcinese. Magris, tuttavia, è convinto che l’Associazione, insorgendo contro il sacrilegio ai danni di Padre Pio, «gli rende più onore di chi si esalta per gli olezzi di rose, violette e gigli che sarebbero sparsi dalle piaghe di un santo non solo seriamente messo in discussione da alcuni critici (si riferisce al libro di Sergio Luzzatto, ndr) ma ora anche degradato a santone da suoi improvvidi seguaci».
    Nel caso non avessimo ben capito, ecco le cantate più chiare: «Su questa strada, si arriva all’aberrante richiesta del vescovo polacco Tadeusz Pieronek di estrarre il cuore dal cadavere di Giovanni Paolo Il per conservarlo in Polonia, indecente stortura che fa venire in mente la fiaba di Biancaneve e la cattiva regina che vuoi farle strappare il cuore».
    Chi scrive ha già avuto modo di spiegare, sul settimanale «Oggi» uscito lo stesso giorno dell’articolo di Magris, il punto di vista cattolico sulla faccenda del cuore di Wojtyla, ma varrà la pena riaccennarvi qui, anche perché il culto delle reliquie è uno dei motivi che hanno fatto scoppiare la rivoluzione luterana e, ancora oggi, è inviso al colto e all’inclita. Anche in campo cattolico, l’ala sinistra (chiamiamola così) postconciliare (il più lungo postconcilio della storia, e ancora non se ne discerne la fine) non lo sopporta. Questa posizione può benissimo essere sintetizzata con il titolo dell’articolo di Magris: «Le reliquie non servono alla fede: si crede con il cuore e la ragione». Titolo moderato e condivisibile, ma poi si trovano espressioni inequivocabili: «idolatria feticista» o «gli effetti speciali delle Madonne di gesso che piangono».
    E, in crescendo: «.. .il feticismo superstizioso della macabra esibizione di qualche… arto, più o meno putrefatto o conservato, profana non meno del feticismo erotico che si accende per un piede o un seno e non per una persona».
    Certo, per non correre il rischio di non venir ricompresi nel ringraziamento di Gesù al Padre «per aver nascosto queste cose ai sapienti ed averle rivelate ai piccoli», si ammette che «la religiosità popolare ha certamente “le sue dimensioni interiori e i suoi valori innegabili», come diceva Paolo VI; emozioni collettive che esprimono una fede nel mistero e un bisogno di sicurezza». Ma mica tutti hanno «bisogno di sicurezza». Perciò, la religiosità popolare di cui sopra «va valorizzata nelle sue espressioni giuste» (e sarebbero? ndr) , purché «purificata dagli elementi negativi» e, sempre come dice Paolo VI, «aiutata a superare i suoi rischi di deviazione».
    Si ha l’impressione, tuttavia, che né Magris né i postconciliari abbiano gran dimestichezza con le relazioni mediche che accompagnano la constatazione di un miracolo da parte delle autorità ecclesiastiche. Prendiamo, per esempio, s. Riccardo Pampuri, morto nel 1930. Nel 1982 un ragazzino spagnolo, tal Manolo Cifuentes, si perforò accidentalmente un occhio con un ramo mentre lavorava in giardino. Il medico lo dava per perso, quell’occhio. Poiché i dolori erano terribili, la notte il padre mise sotto la benda ciò che aveva trovato per caso in un vecchio cassetto:
    una scatoletta con dentro qualcosa che sembrava un pezzettino di stoffa e una scritta in latino tutta abbreviazioni incomprensibili. Il figlio si addormentò subito e l’indomani si svegliò con l’occhio intatto. Era una reliquia di s. Riccardo Pampuri, ma papà Cifuentes non I aveva mai sentito nominare quel religioso italiano. La sua era stata, dunque, pura «superstizione», un gesto dettato dal non saper più che fare. Di queste «superstizioni» sono pieni duemila anni di storia del cristianesimo e, da quando la scienza medica è diventata «moderna», anche i referti conservati negli archivi della Congregazione per le Cause dei Santi. Fede e ragione, sì. Ma qualcuno ci spieghi come si fa ad aver «fede» in un Santo che non si è mai sentito neppure nominare e dove sta la «ragione» nell’infilare tra le bende di un occhio sanguinante una vecchia scatola che potrebbe anche essere infetta. Eppure, è il miracolo che ha canonizzato s. Pampuri, ed è tutto scritto nero su bianco in Vaticano.
    Nel Medioevo il corpo di s. Luigi IX re di Francia venne bollito appena morto, per cavarne le ossa e farne reliquie. Ci rendiamo conto di quanto ciò scandalizzi l’intellettuale odierno, cui certe cose ricordano le ciocche di capelli di Elvis Presley o le chitarre sfondate di Jimi Hendrix, battute a caro prezzo d’asta, oggetti non a caso definiti «cult» e i cui acquirenti si chiamano «fan» (da fanatic). Già, però non risulta che i rottami dell’auto di James Dean o i reggiseni di Marilyn facciano miracoli. Il culto delle reliquie dei Santi è intrinsecamente ed esclusivamente cattolico. Esso ha a che fare col dogma della resurrezione dei corpi. E con l’Incarnazione. Che la materia possa essere santificata è cosa dura da digerire fin dai tempi degli antichi gnostici. E ancora oggi si sente, anche tra credenti e praticanti, lo sdegno di chi entra in chiesa e vede gente che si dirige subito dal suo Santo preferito anziché al Tabernacolo. Ma è stato Dio stesso a volere degli intercessori. Si vorrebbe insegnare a Dio a fare il suo mestiere? Il Santo è colui cui Dio non può rifiutare niente. Noi, riconoscendoci indegni di rivolgerci direttamente al Padre, chiediamo a questo fratello che è già presso di Lui, sicuri che, a differenza di noi peccatori, verrà ascoltato. È come se gli dicessimo: papà mi tiene il broncio perché mi sono comportato male, parlaci tu, ché a te t’ascolta, digli di questa mia necessità. E se io di mestiere faccio, per esempio, il calzolaio, perché non rivolgermi a s. Crispino che, avendo fatto il mio stesso mestiere, sa I bene qual sia la mia vita e i suoi problemi? Scrutando il Vangelo, sembra proprio che Dio tenga moltissimo all’umiltà. E, in effetti, per un intellettuale ce ne vuole, di umiltà, per rivolgersi a s. Antonio per ritrovare una cosa perduta. O a s. Difna per l’emicrania. No, figurarsi, questa è roba da Medioevo, superstizione e feticismo come il culto del cuore di Wojtyla e il rosario di plastica fosforescente e le madonne di gesso (mai una di Caravaggio!) che piangono. No, una fede «adulta» se la vede direttamente con Dio. Forse per questo ancora aspetta la grazia.

    IL TIMONE – Giugno 2008 (pag. 20-21)

  3. Eva Deturp / Jul 4 2009 3:45 PM

    “O Simon mago, o miseri seguaci
    che le cose di Dio, che di bontate
    deon essere spose, e voi rapaci
    per oro e per argento avolterate,
    or convien che per voi suoni la tromba,
    però che ne la terza bolgia state”.

    (Inferno, XIX, 1-6)

  4. Eva Illumin / Sep 7 2009 11:47 PM

    Degno (e allucinante) articolo per degno (e allucinato) gregge…

  5. ermes / Nov 30 2011 1:08 AM

    Non c’entra, ma forse c’entra.

  6. Eva Insegu / Jun 10 2012 5:36 PM

    “L’etimologia della parola «reliquia» porta direttamente al verbo latino relinquere che ha tanti significati: lasciare indietro, abbandonare, oppure lasciare in eredità. Fa capo allo stesso verbo latino anche la parola «relitto», che è in genere un rottame, non certo qualcosa da lasciare all’adorazione dei posteri. Ma nel viaggio alla ricerca di sacri resti compiuto da un giovane narratore e saggista americano, Peter Manseau, i due esiti del verbo latino si incontrano: girando intorno al mondo a caccia di reliquie Manseau si è quasi sempre imbattuto in mucchi di rottami. Rottami in senso proprio, materiale, ma anche nel senso di resti logori ma non per questo innocui di vecchie vicende, contese o conflitti. Un intreccio di passioni che ha dato luogo a un singolare reportage, ora in italiano con un titolo, La bottega delle reliquie, che è meno efficace di quello, crudo e diretto, dell’edizione americana: Rag and bone, straccio e osso, cioè l’aspetto misero e inquietante che i preziosi brandelli spesso presentano”.

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