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Saturday, 13 October , 2007 / Iperione

Non governare, ma “s”concertare


Dall’articolo (già segnalato poco tempo fa in un commento) di Francesco Giavazzi, apparso sul Corriere della Sera del 8 Ottobre 2007:

Il problema è ridurre la spesa perché questa spesa aiuta soprattutto coloro che sono abbastanza furbi, o abbastanza potenti, ad avvantaggiarsene. Cancellare la concertazione come metodo di lavoro del governo è il primo passo, altrimenti la spesa continuerà a fluire verso chi è rappresentato al tavolo della concertazione, e non sono certo i poveri, i giovani, le donne sole con figli. E poi occorre il coraggio di abbandonare l’illusione illuminista che questa spesa possa essere «riqualificata », resa meno ingiusta, più efficiente. La spesa migliorerà solo quando il cittadino si accorgerà che talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un’amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori. Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi. Ma questo è un guado che la sinistra fa ancora fatica ad attraversare.

Questa è la lezione degli economisti e dei pensatori liberali del diciannovesimo secolo; è la lezione ripresa ed approfondita da Hayek nel suo “The road to serfdom“; è la lezione abbandonata, ancor prima di essere dimenticata, dai nostri politici, filosofi di politica, tra cui, a volte, spiccano anche nomi illustri del firmamento dell’accademia italiana delle scienze economiche.

Il socialismo di cui parla Hayek è proprio quello che, puntando al fine dell’efficienza, dell’equità nella distribuzione delle risorse, al passaggio dalla “produzione per profitto a quella per uso”, ricercando un nuovo “ordine sociale” in cui siano eliminate le “ineguaglianze generate dal sistema capitalistico”, arriva, per vie indirette, al totalitarismo, all’eliminazione completa di ogni libertà individuale, utilizzando lo strumento della “pianificazione” dell’economia. Guardare al fine senza valutare criticamente i mezzi attraverso cui questo fine (teoricamente) viene raggiunto è uno degli errori storici che Hayek percepisce, nel passaggio dal liberismo classico dell’800 al cosiddetto “socialismo liberale”, definito come una inconciliabile contraddizione fra collettivismo ed individualismo, fra l’idea di “uguaglianza per massificazione” e quella di “uguaglianza per contenuto di libertà” (e nella mia opinione non è un caso che il “New Labour” di Blair sia nato e cresciuto in seguito alle grandi aperture alla economia di mercato).

Dagli anni novanta (almeno) fino ad oggi, il mito della concertazione ha contribuito alla creazione di tavoli, trattative, riservate e/o pubbliche; ha contribuito alla creazione ed al rafforzamento di posizioni di privilegio (quali quelle dei sindacati, di confindustria e di altri gruppi di interesse più o meno visibili), escludendo, per via di questi “rappresentanti”, l’autonoma determinazione e regolamentazione degli interessi individuali. Questo è ciò che avviene nelle contrattazioni collettive (pilastro della storia sindacale italiana), così come avviene per i capitoli più importanti e rilevanti dell’economia (per esempio il cosiddetto “welfare system”). Lo scopo dei governi (di ogni derivazione politica, purtroppo) non è più quello di fornire un quadro di riferimento per l’economia (semplice, non invasivo) ma quello di regolamentare, codificare ogni singola azione, imbrigliare ogni tipo di iniziativa individuale in un numero continuamente crescente di vincoli che lentamente soffocano perfino la percezione psicologica della libertà, in nome di un generico benessere sociale, collettivo.

In questo senso non c’è differenza fra la concertazione e la pianificazione economica dei regimi socialisti/comunisti/fascisti. Esiste l’illusione della partecipazione, attraverso delle organizzazioni intermedie, ma in ultima istanza il destino di ciascuno di noi è diretto da chi sceglie per noi, attraverso processi sempre meno trasparenti: il sogno di uguaglianza troppo spesso tende a divenire la materializzazione, ancora una volta, della peggiore divisione di classe che la storia conosca, la divisione in potentati e schiavitù. Ecco le conclusioni, senz’altro non desiderate, a cui si giunge attraverso questo sistema, e che in termini simili sono state osservate dal già citato Hayek.

Un’altra riflessione, infine, riguarda la nascita, la crescita e l’esplosione dei tiranni, tratta ancora una volta dalle riflessioni di Hayek; quando l’ “establishment” non riesce più a realizzare i propri “piani”, la gente, ormai sopraffatta psicologicamente dalla necessità dell’esistenza di questi “piani”, inizierà a protestare, sempre più aspramente. La soluzione sta nell’affidare la realizzazione di questi “piani” a qualcuno che ne abbia il carisma, scelto dallo stesso “establishment” (che gli affida solitamente larghi poteri) o dallo stesso popolo che rovescia l’ “establishment”. Ancora una volta tornando alla nostra Italia, non sono forse i “V-day”, alcuni grandi profeti improvvisamente dediti all’ “anti-politica” (anti-establishment), le finte rivoluzioni studentesche, potenziali sintomi di quanto appena detto?

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6 Comments

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  1. Oggi sono uno stupido / Oct 19 2007 5:12 PM

    A proposito di interventi pubblici in Economia e controllo dei prezzi:

    Corriere della Sera – “Prezzo del pane su del 79% in un giorno”

  2. Tony Demagogicy / Oct 24 2007 1:43 AM

    Spendere e spandere…

  3. ermes / Mar 26 2008 9:20 PM

    “L’Italia economica resiste e tuttora avanza, in virtù quasi esclusivamente della meravigliosa attitudine ad arrangiarsi di cui gli italiani sono provveduti”

    (Luigi Einaudi, Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze fra liberalismo e socialismo, in Id., Prediche inutili [1959], con una nota introduttiva di L. Valiani, Torino, Einaudi, 1974, p. 242)

  4. Iperione / Nov 1 2008 9:18 PM

    Segnalo un articolo tratto dal Corriere della Sera Online:

    Il prezzo della pasta sale ancora, il Garante convoca i 5 maggiori produttori

    Ecco l’apoteosi del sovietismo piu’ becero, spaventoso e tuttavia ben mimetizzato che i “salvatori della Patria” (attualmente sotto il nome di PD) hanno congegnato.

    Che si facciano poi ore di trasmissioni, e si riempiano colonne di giornali (nevvero, prof. Sartori???) per descrivere i “fallimenti del libero mercato” (libero???) e delle previsioni degli economisti, mi pare davvero fuori d’ ogni accettabile logica ed onesta’ intellettuale.

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