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Wednesday, 14 November , 2007 / germes

Voici comment il faut s’y prendre, du côté libéral bien entendu


I donchisciotte del XXI secolo di Vàclav Havel
da La Repubblica del 13 novembre 2007, pag. 25

La responsabilità, ed intendo la responsabilità nel senso più ampio e più profondo della parola, quindi “la responsabilità per il mondo”, è una delle caratteristiche umane più interessanti e al contempo più miste­riose. Tutti sappiamo cosa significa questa parola e nessuno sa da dove proviene. La responsabilità non è una caratteristica qualunque tra le caratteristiche umane. La psicologia o le altre scienze non sono sufficien­ti in questo campo. Essa infatti li eccede, non si riferisce solo al nostro ambiente circostante, non è quindi un mero riguardo a cosa penserà la gente.Ma è fatalmente legata a ciò che è “oltre” ogni “oltre”: all’assoluto, al­l’intera memoria dell’esistenza, all’ultimo e supremo giudizio, al senso di tutto ciò che esiste. La so­la cosa importante per la nostra responsabilità è quale traccia lasceremo. Tutto il resto è super­fluo.

Quando ero in carcere e molti mi chiedevano perché mi ci tro­vavo, quando bastava così poco per non esserci, ho riflettuto mol­to sulla responsabilità e le ho de­dicato molta attenzione nelle mie lettere a casa. Finalmente di ritor­no, ho scritto un saggio intitolato Responsabilità come destino. Si tratta di una riflessione sul Dizio­nario dei sogni di Vaculik, che a quei tempi era un bestseller uffi­cioso e che mi sembrava in primo luogo un libro su un uomo infa­stidito, annoiato e enormemente frenato dalla propria responsabi­lità (da dissidente) dalla quale non riusciva a liberarsi, probabilmente proprio perché lo vincola­va, come un suo destino, nelle sfere più profonde del mondo profa­no che ci diverte, che ci incomo­da, che ci sorprende, che ci irrita, che ci frena o che ci disturba. Oggi, dopo ventiquattro anni, ho letto nuovamente quel saggio e ho constatato 1) che ci sono al­cune divagazioni 2) che forse par­lavo più di me che di Vaculik 3) che riguarda una questione che sorprendentemente mi pongo tuttora, vivendo in un periodo to­talmente diverso, e che mi pongo quasi con la stessa urgenza di al­lora. Cosa posso aggiungere oggi al­l’idea che la responsabilità per il mondo è semplicemente un pez­zo del destino umano, indifferen­temente da come ognuno di noi la percepisce o la assume? Mi sento tuttavia di aggiungere o sottolineare altre due cose. In primo luogo: esiste un confi­ne molto labile tra forzata responsabilità per il mondo e ossessione. E talvolta, molte volte troppo tardi, l’ammirazione per l’im­mensa volontà altruistica di aiu­tare il mondo si trasforma nell’or­rore di uno strano bagliore che spunta dagli occhi dell’ammira­to. È l’orrore elle catastrofi, ove il bisogno dell’ossessionato di compiere il bene può far precipi­tare l’umanità alla luce di ciò che lui stesso intravede in questa pa­rola, “modellare” il mondo. In secondo luogo: come evitare che un ammirabile altruista di­venti uno spaventoso maniaco? C’è un solo modo: la leggerezza. Quanto più gli obiettivi che per­segue l’uomo sono impegnativi, tanto più dovrebbero essere visti da una prospettiva più alta. L’uo­mo dovrebbe essere in grado di percepire le dimensioni grotte­sche delle proprie azioni, saperci riflettere e valutarle con distacco, ironia, scetticismo, con la consa­pevolezza di fondo, che comun­que tutto è assurdo. Il mondo de­ride sempre gli eroi, gli idealisti, i sognatori, gli operatori umanitari o gli attivisti sindacali (termine orribile). L’importante è che sot­to tale pressione essi stessi non diventino troppo seri, non co­mincino a commuoversi per l’ingratitudine del mondo, perla loro difficile sorte e, di conseguenza, a rinchiudersi in se stessi, tra se stessi, ad imprigionarsi nella sen­sazione di un’eccezionaltà in­compresa e a scivolare così dal mondo degli altruisti al pericolo­so mondo dei maniaci. Credo semplicemente che gli altruisti, avvertendo la responsa­bilità per tutto il mondo e gettandosi ripetutamente, accompa­gnati dalle beffe, nelle proprie av­venture donchisciottesche, nel­l’interesse proprio e in quello ge­nerale, dovrebbero saper ridere di se stessi. D’altronde, quando l’ironia del deridente viene con­frontata con quella del deriso, spesso dal volto si spegne il sorri­so per lasciar posto alla smorfia.

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