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Thursday, 22 November , 2007 / germes

A proposito del popolo


Ecco cosa scriveva anni fa a proposito del “popolo” un prosastico, monotono, notarile, cinico, volgare, profittatore astutissimo, bugiardo qualunque cosa dicesse, monco del sentimento morale:
«Il presidente del Reich sta al punto centrale di un intero sistema di neutralità politico-partitica e di indipendenza, costruito su un presupposto plebiscitario … Il fatto che il presidente del Reich sia il custode della costituzione, corrisponde però anche da solo al principio democratico, su cui si basa la costituzione di Weimar. Il presidente è eletto da tutto il popolo tedesco … Facendo del presidente del Reich il punto centrale di un sistema plebiscitario come anche di funzioni e di istituzioni partiticamente neutrali, la costituzione vigente del Reich cerca di ricavare proprio dal principio democratico un contrappeso al pluralismo dei gruppi di potere sociale ed economico e di difendere l’unità del popolo come totalità politicaEssa presuppone tutto il popolo tedesco come una unità, che fa direttamente da mediatrice, senza le organizzazioni dei gruppi sociali, è capace d’agire, può esprimere la sua volontà e nel momento decisivo, superando le divisioni pluralistiche, deve riunirsi ed imporsi. La costituzione cerca di dare soprattutto all’autorità del presidente del Reich la possibilità di unirsi direttamente con questa volontà politica generale del popolo tedesco e proprio perciò di agire come custode e difensore dell’unità costituzionale e della totalità del popolo tedesco. Sul fatto che questo tentativo riesca, si basano stabilità e durata dell’attuale Stato tedesco». S’è visto l’esito mostruoso che ha prodotto un simile tentativo.

É bene ricordare, infatti, che ci troviamo nella Germania di 76 anni fa, quando il Nostro sente la necessità di scrivere questo concentrato di sciocchezze e di pubblicarlo nel suo Der Hüter der Verfassung (Il custode della costituzione). Aveva letto Cicerone, lui che incanta(va) i suoi pari con la sua sconfinata erudizione?: «populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus, sed coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus» (Cicerone, De re publica, Libro I, XXV). E ciò che tiene assieme un popolo o, meglio, una “società civile” altro non è che il «civilis societatis vinculum», determinato dalla «lex aequalis», vale a dire dalla «par condicio civium»; dagli «iura patria» (Ivi, Libro I, XXXII) mediante i quali tutti i suoi componenti sono accomunati. Insomma, il popolo – se proprio serve a qualcosa parlare di “popolo” – è generato dalla convenzione costituzionale, con la quale l’uomo esce dalla condizione “incivile” dello stato di natura, in cui vige la legge del più forte, e dà vita alla «civitas, quae est constitutio populi»: «Omnis ergo populus, qui est talis coetus multitudinis qualem exposui, omnis civitas, quae est constitutio populi, omnis res publica, quae ut dixi populi res est, consilio quodam regenda est, ut diuturna sit. Id autem consilium primun semper ad eam causam referendum est quae causa genuit civitatem» (Ivi, Libro I, XXVI). In un idioma a lui noto, glielo spiegò per bene anche H. Kelsen: «come comunità di pensieri, di sentimenti e di volontà, come solidarietà di interessi, l’unità del popolo rappresenta un postulato etico-politico che l’ideologia politica assume come reale con l’aiuto di una finzione tanto universalmente accettata che ormai non si pensa più di criticare». Ma, a ben riflettere, il «”popolo” non è – contrariamente a come esso viene ingenuamente concepito – un insieme, un conglomerato, per così dire, di individui, ma semplicemente un sistema di atti individuali, determinati dall’ordine giuridico dello Stato» (Kelsen, Essenza e valore della democrazia). “Formalista”, gli rispondeva arrabbiato il Nostro bigotto canterino, e si capisce il perché: in due semplici battute, il formalista gli aveva demolito il castello teorico costruito attorno al concetto di popolo.

Ma, dal punto di vista storico (degli avvenimenti storici), il testo del Nostro eroe tedesco è importante perché sembra essere stato cucito addosso al futuro Presidente della Repubblica tedesca. E, infatti, dopo soli due anni arriva, direttamente dalle birrerie, l’ex caporale dai baffi ridicoli, nell’occasione vestito a dovere: cilindro, abito a code, ghette, foriero d’una terrificante catastrofe. In questo caso, il Nostro non perde tempo: in pochi mesi diventa dittatore dell’accademia tedesca, operaio del committente. Gli affattura testi di inaudita volgarità; se la prende perfino con un scienziato “ebreo”, reso noto a livello globale perché con le sue scoperte aveva rivoluzionato la fisica newtoniana, e non solo: «questo tranquillo scienziato, che la pubblicità dei suoi congeneri ha osato porre al posto di Cristo, ha di colpo scoperto i limiti … quando egli speculava da relativista; e non per caso, ma in ragione della struttura d’insieme del suo Dasein (esistenza)» (C. Schmitt, Die deutschen Intellectuellen, articolo pubblicato nel maggio del 1933 in Westdeutscher Beobachter; attenti alla data; ripeto 1933). “Tutte fandonie”, continua il Nostro venditore di ombre: «come se la geometria classica per esempio avesse potuto essere inventata da un negro intelligente piuttosto che da Euclide, e come se il genio matematico del filosofo tedesco Leibniz fosse pensabile allo stesso modo altrove e in un’altra epoca presso i Messicani o Siamesi» (Ivi). Calderoli e Borghezio possono ben dirsi suoi inconsapevoli eredi, intellettualmente parlando. Finita la guerra, com’è nel suo stile, negherà tutto: “Io nazista, addirittura razzista? Ma quando mai …”. Insomma, insediato dall’alto, dalle forze del potere cieco ed ottuso, come filosofo e studioso del diritto fu un ciarlatano di mente ottusa, insipido, nauseabondo che raggiunse il colmo della sua audacia scarabocchiando e scodellando i più furiosi e mistificanti non-sensi. E a chi vi dice il contrario, testi alla mano, chiedetegli cosa il Nostro afferma sulla democrazia («una dittatura è possibile solo su un fondamento democratico»; C. Schmitt, Dottrina della Costituzione, 1928) o sullo Stato di diritto («lo Stato di diritto … porta a mitigare e indebolire il potere dello Stato in un sistema di controlli e ostacoli; … una tendenza che non è essenziale alla democrazia in quanto forma politica, forse le è addirittura estranea»; ivi) ovvero sul liberalismo («il liberalismo snaturava la democrazia e la democrazia distruggeva il liberalismo»; C. Shmitt, Legalità e legittimità, in C. Schmitt, Le categorie del “politico”. Saggi di teoria politica, 1971; attenti alla data; ripeto 1971). Incredibile a dirsi, questi testi sono ancora oggi chiassosamente celebrati con immortale sapienza dai seguaci mercenari e prontamente accettati dagli accademici canterini che così si uniscono a intonare il coro di ammirazione dei novelli sacrestani delle Chiese di destra e di sinistra; sono loro che continuano ad imporre gli scritti del Nostro come materia di studio nelle facoltà di giurisprudenza e di scienze politiche, e spesso senza averli mai letti; a dire il vero, è quello che a volte spero come male minore. E senza vergognarsene, ne accettano le tesi con ossequiosa devozione. Anzi. Le ritengono partorite dalla mente del grande filosofo, costituzionalista e scienziato della politica del secolo scorso. E poi ci stupiamo se (in Italia) ad un abile venditore di mortadelle, ex cantante love-boat, è capitato, per ben due volte, di cadere sul trono del Presidente del Consiglio (pure questo hanno dovuto sopportare i nostri sensi), ed ora allo stesso ex cantante love-boat capita (sempre in Italia) di essere il fondatore del “Partito del popolo della libertà”; che ad oggi resta (potenzialmente, ma non solo) il più importante Partito dell’opposizione (italiana), domani chissà. Meditare caro Merlo, meditare.

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