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Friday, 14 December , 2007 / ermes

Il ruolo delle Banche centrali


“Cercare di fare troppo con la politica monetaria finisce per esser controproducente e crea instabilità, invece di ridurla. Stabilizzare l’inflazione prevista per domani è un obiettivo relativamente semplice e chiaro che permette indirettamente di reagire a flessioni della domanda di qualunque tipo con politiche espansive, e viceversa. Non ci si deve aspettare niente di più, né di meno dalle Banche centrali”.

eurotower_in_frankfurt.jpgL’obiettivo d’inflazione è un segnale per i mercati

Il Sole 24 Ore, 06.12.07
di Alberto Alesina (aalesina@harvard.edu)

L’andamento molto instabile del mercato azionario americano nelle ultime settimane sembra determinato da quello che si legge tra le righe degli interventi pubblici di questo o quel membro del board della Federal Reserve, o del suo governatore, Ben Bernanke. Una frase più o meno sibillina che faccia pensare a una riduzione dei tassi fa balzare al rialzo il mercato, un accenno al contrario lo fa abbassare di molto. E’ questo il modo più efficiente per condurre la politica monetaria? A me pare di no. E le considerazioni che seguono valgono per la Fed come per la Banca centrale europea, il cui consiglio si riunisce oggi.

Prima di tutto chiariamo una cosa: Bernanke, così come il presidente della Bce, Jean-ClaudeTrichet, è un ottimo governatore, si è mosso bene nella crisi dei mutui subprime e un certo nervosismo dei mercati, visti la situazione precaria dell’immobiliare e l’eccessivo indebitamento delle famiglie americane, è comprensibile. Tuttavia, tra gli economisti e i banchieri centrali si va facendo sempre più solido il consenso su una visione della politica monetaria secondo cui le Banche centrali devono seguire politiche chiare, prevedibili e basate sull’inflation targeting. L’unico obiettivo chiaramente specificato della politica monetaria dovrebbe essere cioè quello di stabilizzare il tasso d’inflazione intorno a un target annunciato in anticipo e mantenuto costante nel tempo. Questa politica stabilizzerebbe i mercati, eliminando una buona parte dell’incertezza sui tassi d’interesse e il guessing game, cioè le scommesse basate su cosa farà la banca centrale la settimana prossima o quella dopo.

Due sono le critiche sollevate contro l’inflation targeting. La prima è che non permette la stabilizzazione del reddito reale e frena la crescita. Questa obiezione è totalmente errata ed è ormai usata solo da qualche politico europeo (come il presidente francese Nicolas Sarkozy) per mascherare la propria incapacità a far ripartire l’economia con riforme strutturali. Se l’economia rallenta, l’inflazione tende a scendere; una politica di inflation targeting prevede allora una riduzione dei tassi, ovvero una politica espansiva.

Quindi l’inflation targeting non solo permette, ma prescrive una stabilizzazione del reddito. Inoltre, un inflation targeting corretto tiene conto degli effetti sull’inflazione di shock petroliferi, cercando di depurarli dall’obiettivo. Anche i tassi di cambio si riflettono indirettamente nell’inflation targeting: una svalutazione che facesse aumentare l’inflazione richiederebbe un aumento dei tassi, che remerebbe contro la svalutazione del cambio. Insomma, inflation targeting non significa trascurare tutto tranne l’inflazione, significa usare l’inflazione come segnale riassuntivo per valutare l’andamento ciclico dell’economia.

La seconda obiezione sollevata in questo periodo di turbolenza finanziaria è che le Banche centrali devono preoccuparsi non solo dell’inflazione, ma anche dell’andamento dei mercati finanziari. Apparentemente pare una buona idea, ma in realtà non è così. Prima di tutto, un credit crunch si riflette in una riduzione attesa della domanda aggregata, quindi in una pressione al ribasso dell’inflazione e pertanto spinge la Banca centrale a ridurre i tassi. Perciò l’inflation targeting prevede un’espansione al momento di un credit crunch. In secondo luogo, se la politica monetaria guardasse direttamente, giorno per giorno, ai mercati azionari, finanziari e dei cambi, allora si instaurerebbero dei giochi e guessing games tra Banca centrale e investitori che finirebbero per aumentare, invece di diminuire, l’instabilità dei mercati. Infine, in un momento di credit crunch, più che di un taglio di tassi l’economia ha bisogno di una rassicurazione che la Banca centrale sia disposta a dare credito a tassi d’interesse dati a chi è in grado di fornire garanzie per il credito stesso, cosa che sia la Fed sia la Bce hanno fatto.

Tutto facile quindi con l’inflation targeting? Non esattamente. La Banca centrale deve guardare al futuro, non al presente. Quello che importa è cosa farà l’economia domani, ciò che va stabilizzata è l’inflazione di domani, perché è troppo tardi per stabilizzare quella di oggi. Una politica di inflation targeting prevede che la Banca centrale chiarisca i criteri con cui stima l’inflazione futura, in modo che i mercati possano loro stessi calcolare cosa la Banca prevede e quindi capire la politica monetaria. Ovviamente se si entra nel campo delle previsioni, rimane un’area di incertezza, ma la Fed nei giorni scorsi ha annunciato l’intenzione di essere più chiara ed esplicita su come intende calcolare le aspettative di inflazione, una mossa giusta nella direzione di un più esplicito inflation targeting.

In conclusione, cercare di fare troppo con la politica monetaria finisce per esser controproducente e crea instabilità, invece di ridurla. Stabilizzare l’inflazione prevista per domani è un obiettivo relativamente semplice e chiaro che permette indirettamente di reagire a flessioni della domanda di qualunque tipo con politiche espansive, e viceversa. Non ci si deve aspettare niente di più, né di meno dalle Banche centrali.


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