Skip to content
Wednesday, 19 December , 2007 / ermes

“Per noi bambini fu festa grande”


Riporto un passo dal romanzo “Passaggio in ombra” di Maria Teresa Di Lascia. Nella giornata di ieri, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per la moratoria della pena capitale ovunque nel globo: quasi quindici anni fa la battaglia per giungere a tale obiettivo cominciava, qui in Italia, grazie alle idee della scrittrice e militante politica, prematuramente scomparsa all’età di quarant’anni.

Moratoria prim’ancora che abolizione: sospensione prim’ancora che proibizione, in nome del dialogo persino con i violenti, della capacità di con-vincere con l’esempio, il dibattito, la discussione. Onorando il pensiero altrui, foss’anche il più lontano, autoritario, oppressivo. E’ l’emancipazione degli individui, la crescita delle menti che nasce dal confronto…

Le parole che riporto sono ispirate allo scambio degli affetti, delle parole, dei corpi. Cariche di umanità e dolcezza quali sono, dicono la bellezza del ricordo, la felicità della condivisione… Non sono passate invano: non oscurate dall’ombra del dolore, hanno ispirato nuove conquiste in termini di libertà fondamentali per ogni persona nel mondo.

passaggio_in_ombra.gif(…) Mia madre ed io abbiamo vissuto a lungo sole, innamorate senza rimedio l’una dell’altra, con una piccola folla di creature benefiche che si occupava di me, nelle molte ore in cui Anita era fuori a lavorare.

Avevo una guardiana brunetta e magrolina, con le gambe lunghe come un ragno e un carattere festoso e improvviso, che si chiamava Rosina e mi teneva con sé intere mattinate. Quando si faceva l’ora di mangiare, arrivava l’intera famiglia di Rosina e la casa si riempiva di odori e di voci; allora venivo messa su un seggiolone di legno dove non potevo intralciare quel grande viavai di cose e di persone. Inutilmente lanciavo urla per essere lasciata sul pavimento a giocare con Maurino, il più piccolo della famiglia che aveva cinque anni più di me ed era timido e affettuoso. Dall’alto del seggiolone sovrastavo la sua statura e gorgheggiavo scambiando con lui pezzetti di carta, bottoni e mille sorrisi. Seduti a tavola a mangiare eravamo un numero di persone incalcolabile per la mia mente infantile, e nessuna delle tavolate a cui ho partecipato da adulta, mi è sembrata mai tanto grande e felice come quelle di allora.

Anita non si staccava da me un solo istante e mi teneva in braccio dandomi da succhiare le dita intinte di assaggi misurati, mentre mi stampava in viso e sui capelli baci pieni di briciole. Alle mie richieste più insistenti, si toglieva rapida dalla bocca un poco di cibo e me lo dava, come ho visto fare agli uccelli con i loro piccoli, e mi cullava fino a quando gli occhi non si chiudevano nel gusto. Allora scivolavo con la testa nel punto più caldo del seno: dove questo si incava con l’ascella a fare una nicchia, creata apposta per cullarci il sonno dei bambini.

Che ci fosse la guerra io non lo seppi mai, se si esclude la volta in cui andammo tutti a ripararci alle grotte di S. Pietro, poco fuori dal paese, perché il bollettino delle forze armate aveva annunciato che c’erano stati nuovi bombardamenti a sessanta chilometri da noi e che si stavano avvicinando alla stazione. Partimmo la mattina come per una scampagnata, con le borse piene di stracci e di pane, un’intera processione di paesani che avanzava con passi diversi, tirandosi dietro bambini e vecchi genitori in un silenzio opaco.

Rosina, la mia balia, aveva voglia di cantare perché quella era la strada di quando si andava alla festa della Madonna del Pozzo e il prete intonava: “Miiira il tuo popolooo, beeella Signoooora, che pieeem di giubilooo oggiii ti onooora”. ma, ogni volta che provava a dire a sua madre che la conosceva tutta, perché l’aveva imparata dalle suore quando aveva fatto la comunione, si prendeva un pizzicotto e lanciava un urlo come la sirena del coprifuoco.

Io ero in braccio a mia madre e, da quel nido amoroso, guardavo il mondo sconosciuto che si apriva davanti. Con Rosina non ci eravamo mai spinte così lontano, e non certo perché i miei passi fossero un ostacolo alla sbrigliatezza della guardiana (che, anzi, non teneva in nessun conto la mia piccola età) ma perché era stata severamente ammonita che non facesse troppo la scriteriata e che non mi succedesse niente.

La mattina, quando veniva a casa, mi trovava già vestita con i pannicelli di lana fatti a ferri e il fiocco in testa che Anita mi metteva perché i capelli non andassero negli occhi. Rimanevamo sole che ci eravamo già scambiati alcuni dispettucci e qualche carezza. Rosina voleva sempre uscire, qualunque fosse il tempo, e Anita ci nascondeva i cappotti quando l’aria era troppo fredda. Con lei ero andata in fondo al paese, dove non c’è più nessuna casa e non si vede più nulla, se non i campi affollati di erbacce e di sterpi, cresciuti senza regola. Una volta mi ero anche sbucciata un ginocchio scivolando in quella via scoscesa, ed ero rotolata per qualche metro con la incredibile leggerezza dei bambini. Tornate a casa con il fiocco disfatto e i vestiti sporchi di terra, Rosina negò ogni cosa, e disse di non sapere né quando, né come mi fossi fatta male. Anita, sfiduciata, smise di domandare perché a volte era meglio parlare con il muro che con Rosina, e rivolse a me tutte le attenzioni. E mentre mi lallava soffiandomi il naso e mi scaldava le mani coi respiri, io balbettai la prima frase compiuta della mia giovane vita, esplodendo in una grande risata: “Iaia tùmpete!” dissi in un sospiro di prova. Eppoi, fatta sicura di me, lo ripetei sempre più forte, rotolando a terra sotto gli occhi contenti di Anita, a dimostrazione di quel mio glorioso tùmpete.

Rimanemmo nella grotta di S. Pietro una notte e un giorno intero, senza che nell’aria si sentisse il rombo annunciato dei motori e neanche si levassero i rumori dei bombardamenti che si avvicinavano. Per noi bambini fu festa grande, e nessuna minaccia o rimprovero servì a tenere tranquilli il nostro sangue e il nostro argento mescolati, in un luogo dove la proibizione e la regola cadevano senza peso, come piume.

Ma il massimo della felicità fu quando, nell’aria, risuonò lo scampanellio lungo di un intero gregge di pecore, che veniva a ripararsi nella grotta prima che arrivasse la sera. Mi addormentai fra belati di agnelli e grida di bambini, senza che la guerra passasse su di me con la sua ombra di morte. (…)

(Da Passaggio in ombra, Feltrinelli Editore, Milano, 1995)

6 Comments

Leave a Comment
  1. ermes / Dec 21 2007 12:29 PM

    Perché la Francia amava tanto la ghigliottina

    da Il Riformista del 20 dicembre 2007, pag. 5

    di Robert Badinter

    Mentre l’Italia, insieme all’Europa, ha raccolto un importante successo alle Na­zioni Unite per l’abolizione della pena capitale nel mondo, spesso si dimentica che fino a pochi decenni fa il patibolo fa­ceva ancora parte di alcuni sistemi giuri­dici europei. Tra i paesi dell’Europa occidentale, la Francia fu l’ultimo ad abolire la pena di morte, nel 1981 sotto la presi­denza di François Mitterrand.

    La campagna francese per l’abolizione della pena capitale si deve soprattutto a Robert Badinter, allora ministro della Giusti­zia: membro storico del partito Socialista francese e avvocato di fama internazionale, per anni Badinter aveva difeso in tribunale i condannati a morte della République e pubblicato articoli contro la pena capitale sulle principali testate francesi. Tutt’ora se­natore della République, Robert Badinter ha pubblicato in questi giorni in Italia una raccolta dei suoi scritti e dei suoi discorsi. Qui sotto riproponiamo un articolo del 24 novembre 1972, scritto all’indomani delle esecuzioni per ghigliottina di Claude Buffet e Roger Bontems. Era la prima esecuzione capitale dopo l’elezione del presidente Pompidou, nel 1969. Inorridito, Badinter si chiedeva «perché i francesi siano tanto affe­zionati alla ghigliottina».

    Oltre a un’interessante analisi sociologi­ca e morale della Francia dei primi anni Set­tanta, l’articolo di Badinter rappresenta og­gi un’importante riflessione per compren­dere i meccanismi che rendono la pena di morte accettabile agli occhi delle nazioni che ancora la conservano nei giorni nostri.
    _______________

    Così la lista delle esecuzioni capitali che per un momento si era potuta credere compiuta non è chiusa. Così si riannoda l’alleanza secolare tra la Francia e la ghi­gliottina. E i francesi, se si crede ai sondag­gi vergognosi per coloro che hanno scelto di pubblicarli mentre la sorte dei due uomi­ni era sulla bilancia, ne sarebbero per lo più soddisfatti. Come non interrogarsi, al di là del rinnovato dibattito tra sostenitori e avversari della pena di morte: perché i france­si le sono così attaccati?

    Ecco un grande paese, il nostro, che, unico della comunità religiosa, culturale, politica cui appartiene, conserva la pena di morte. Tutti i vicini compagni della no­stra lunga storia se ne sono progressiva­mente liberati. Ostinatamente, i francesi le restano fedeli. Quale funzione o quale angoscia segreta soddisfa dunque, in tan­ti dei nostri concittadini, la pena di mor­te? Qual è dunque la verità sepolta rive­lata da questo segno tragico che occorre alla fine decrittare?

    Non che la Francia conosca una feb­bre di criminalità cruenta più forte di quella degli altri paesi dell’Europa occi­dentale. Il crimine non imperversa in Francia più che in Germania, in Gran Bretagna o in Belgio, tutti abolizionisti.

    Non che la Giustizia francese sia go­vernata da una passione repressiva par­ticolare. La Giustizia francese non è senz’altro la più nutrita d’indulgenza o la più preoccupata di capire i criminali, ma è lontana dall’essere la più rigorosa o la più inumana.

    Non che i francesi siano travolti da una sorta di passione di sangue. Senz’altro, in Francia, la pena di morte svolge il ruolo li­beratorio di uno psicodramma collettivo in cui si sfogano l’aggressività e la violenza morbosa che ciascuno porta in sé. Ma la tensione non è mino­re nei paesi vicini, i cui costumi e le cui angosce secolari non so­no differenti dai nostri. Allora?

    Proprio perché è un como­do alibi per le buone coscienze la pena di morte sussiste. Pro­prio perché permette di elude­re altri dibattiti, ancora più pressanti, il dibattito sulla pena di morte prosegue, interminabile, come una sorta di tragico diversivo a questioni fondamentali che non si vuole porsi.

    Dare un valore alla vita umana. La prima questione è quella del valore accor­dato alla persona umana in una società. Gli appassionati della pena di morte ritornano sempre alla celebre apostrofe: «Che inco­mincino i signori assassini…». Non inco­minceranno mai, appunto perché sono de­gli assassini. Ma, se una società proclama che la vita umana ha valore di assoluto, non può più prendere, nemmeno legalmente, la vita di nessuno. Se la vita umana è sacra, sa­cra rimane anche nella persona del sacrile­go, dell’assassino. Quando dunque un pae­se si rifiuta di abolire la pena di morte, si ri­fiuta nello stesso tempo di considerare il di­ritto alla vita come assoluto, come sacro. Tale è, attualmente, il caso della Francia.

    Questa terribile condanna impone un richiamo, che viene a confermarla. La Francia è anche l’unico paese democrati­co dell’Europa occidentale che si sia sot­tratto alla firma della Convenzione euro­pea dei diritti dell’uomo, la cui prima affermazione è il rispetto assoluto dovuto alla persona umana. Questi due segni -mantenimento della pena di morte e rifiu­to di condannare la tortura – si coniugano così in una segreta accettazione che la vio­lenza, anche mortale, anche legalizzata, non è inutile al governo delle società.

    Nazione e Giustizia. Che cosa signi­ficano, in definitiva, l’abolizione della pena di morte e il rifiuto della tortura se non che l’individuo, anche il più colpevole, ha anco­ra il diritto di vedere rispettate, da parte della società, la sua persona e la sua vita?

    Solo così si trova consacrata la supremazia dell’individuo sullo Stato. Al contrario, mantenere la pena di morte, rassegnarsi se­gretamente a pensare che la tortura sia uti­le, in certe circostanze in cui si invocherà l’interesse superiore della Nazione o della Giustizia, è riconoscere allo Stato, in defini­tiva, il potere di disporre della persona e della vita del suddito. Ecco spiegato il lega­me storico fondamentale tra la dittatura, di destra o di sinistra, e la pena di morte.

    Basta constatare al riguardo che i so­li paesi dell’Europa in cui la pena di mor­te è in vigore sono paesi in cui la supremazia dello Stato sull’indivi­duo è un dogma. Nel nostro, è una sopravvivenza storica, ma non è senza radici profonde nella concezione inconfessata o rassegnata che i francesi si fanno dei diritti dell’uomo di fronte allo Stato. Negando, ap­punto, al più decaduto o al più pericoloso dei suoi membri un diritto assoluto al rispetto della sua vita, la Francia accorda implicitamente solo un valore relativo alla persona umana. Am­mette che la società, o piuttosto la sua espressione istituzionale, lo Stato, può, in definitiva, disporre della vita umana. Si ri­vela, a questo riguardo, totalitaria.

    La stessa ambiguità circonda la se­conda questione, di cui si discute volen­tieri senza però porla in termini esatti: quella dell’utilità della pena di morte — non l’utilità invocata, quella dell’intimi­dazione dei criminali, ma l’utilità incon­fessata, segreta, essenziale, che in realtà ne motiva il mantenimento.

    Effettivamente, da un bel pezzo, per coloro che s’interrogano seriamente sui rapporti tra criminalità cruenta e pena di morte, la risposta è inscritta nei fatti. L’abo­lizione della pena di morte è senza conse­guenze sull’evoluzione della criminalità. Sarebbe senz’altro assurdo o esagerato di­re che l’abolizione riduce la criminalità, ma è contrario alla verità dire che la aumenta. Tutta l’esperienza dei paesi abolizionisti l’ha confermato: la pena di morte non ser­ve a niente. Mai la criminalità cruenta è ar­retrata davanti ad essa.

    Ma, questo fatto, si persiste nel rifiutar­lo. Per mancanza di informazioni o, più an­cora, perché non si vuole ammetterlo. Que­sto atteggiamento paralogico, così appas­sionatamente mantenuto, è significativo. Procede da una segreta volontà di mante­nere lo stato di cose esistente, non perché sia moralmente giustificabile, ma perché è utile, o semplicemente comodo.

    Quanto è bello sentirsi clementi. Infatti la pena di morte è comoda. Sicco­me è praticata solo molto eccezionalmen­te, non urta più gran che le sensibilità. Ma il fatto che sia possibile assicura ancora il suo ufficio segreto — quello di mettere, con poco, la coscienza in pace ai suoi so­stenitori. Infatti, proprio perché la pena di morte esiste e viene risparmiata alla qua­si totalità dei criminali, la maggior parte dei francesi ha la sensazione di essere ge­nerosa verso di loro.

    Lasciare loro la vita pare una grazia co­sì importante, un trattamento così clemen­te che per il resto, ossia l’essenziale, la sorte loro riservata, può provvedere nell’indiffe­renza comune un qualsiasi carnaio.

    È insufficiente, al riguardo, dire che sa­rebbe vano abolire la pena di morte se non si fosse proceduto infine a una vera e propria riforma penitenziaria che permetta di prendere in carico coloro che non verreb­bero più giustiziati. Infatti il problema così posto è esatto, ma limitato perché, per de­finizione, concerne solo alcuni casi eccezio­nali. Il vero problema è più vasto — e il le­game tra la pena di morte e la situazione penitenziaria più segreto.

    La pena di morte, proprio perché è pronunciata raramente e eseguita ecce­zionalmente, è l’alibi delle buone co­scienze, la giustificazione morale dei lazzaretti penitenziari.

    Dopo tutto, è meglio essere vivi e leb­brosi che morti. Soprattutto quando i leb­brosi sono sottratti all’attenzione di quelli che stanno bene, quando sono come taglia­ti fuori dal mondo, tramite il pensiero e le mura, nel loro universo chiuso.

    Così tutto si concatena e tiene. La pena di morte permette di ignorare o, peggio, di giustificare il mantenimento della situazio­ne penitenziaria attuale. Si sarebbero potu­ti uccidere, quei criminali. Sono ancora in vita. L’esigenza di umanità è soddisfatta, con ben poca spesa. Ma si sopprima la pe­na di morte e le buone coscienze avranno perso nello stesso tempo il loro alibi. Non ci saranno più scappatoie.

    La maschera di umanità, che vela la realtà penitenziaria semplicemente per­ché quelli che la vivono hanno conser­vato la vita, sarà strappata. Occorrerà, allora, interrogarsi sulle prigioni e su ciò che accade in esse.

    La pena di morte permette, al contra­rio, di sottrarre, di eludere questa interro­gazione fondamentale. E il marchio di una società che preferisce tenersi alla sopravvi­venza dei riti magici del sacrificio umano purificatore piuttosto che affrontare nella loro realtà i pericoli del nostro tempo.
    _______________

    NOTE

    L’articolo fu pubblicato per la prima volta dal settimanale L’Express, nel numero 4-10 dicembre 1972. Questa versione è tratta dalla raccolta Robert Badinter, Contro la Pena di Morte (scritti 1970-2006), appena uscita nelle librerie italiane per la casa editrice Le Spirali.

  2. ermes / Mar 23 2008 1:01 PM

    “Perché non solo un uomo stravagante non è ‘sempre’ un fenomeno eccezionale e isolato, ma anzi talvolta accade che proprio in lui, magari, si ritrovi il nocciolo dell’universale, mentre gli altri uomini della sua epoca, chissà perché, temporaneamente si sono tutti dispersi, come trascinati dal vento…”

    (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Milano: BUR, 2003 – pag. 4)

  3. Eva Insist / Jun 30 2009 10:48 PM
  4. ermes / Jul 29 2009 2:48 PM

    “L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo in termini assoluti, ma risulta il primo in percentuale sulla popolazione.
    Le esecuzioni nel 2008 sono state almeno 102, in netta diminuzione rispetto al 2007, quando erano state 166, il quadruplo rispetto alle 39 effettuate nel 2006. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni.
    Nel 2009, al 30 giugno, erano state effettuate almeno 45 esecuzioni, tra cui quelle di tre minorenni.
    Le esecuzioni avvengono in pubblico e tramite decapitazione. Sono effettuate in cortili fuori le moschee più frequentate delle principali città dopo la preghiera del venerdì.
    Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono stranieri, provenienti quasi tutti dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula. Spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche che il loro processo si è concluso. Molti giustiziati avevano potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando un certo numero di poliziotti ha fatto irruzione nella cella, ha chiamato la persona per nome e l’ha trascinata fuori con la forza.
    Nel 2008 non sono state registrate esecuzioni di minorenni, mentre nel 2009 ne sono state effettuate almeno tre.
    Delle 102 esecuzioni del 2008 in Arabia Saudita, almeno 31 sono state effettuate per reati di droga”.

Trackbacks

  1. Ora potrà riprendere la pena di morte negli USA « Abeona forum
  2. Le anime sante dei corpi decollati « Abeona forum

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: