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Tuesday, 22 January , 2008 / ermes

Cesaropapismo


il_sillabo_e_dopo_ernesto_rossi.jpgPerché meravigliarsi ancora degli immensi piagnistei clericofascisti che dal 1929 inondano e trasformano in putrida valle di lacrime il nostro benedetto Paese? Perché restare di nuovo e sempre stupefatti dell’incredibile potenza di fuoco dei cannoni polemici schierati a baluardo d’Oltretevere?

Perché ostinarsi, con occhi di fanciulli, a non guardare in faccia la pochezza culturale e religiosa dei baciapile vaticani, perché dimenticarsi del loro essere simoniaci, omofobici, idolatri, superstiziosi? Perché continuare imperterriti, se tutto fu già scritto a chiare lettere…

Si deve ad Ernesto Rossi la riscoperta di un passo tremendo nella sua chiarezza, manifesto quant’altri mai nella sua spaventosa onestà intellettuale. Nelle poche righe che riporto, tutta l’ansia di dominio, sulle coscienze e sui corpi di ogni individuo, che ancora caratterizza buona parte del pre-potere ecclesiocratico di Roma…

“Così si dice un po’ dappertutto: tutto deve essere dello Stato ed ecco lo Stato totalitario, come lo si chiama: nulla senza lo Stato, tutto allo Stato. Ma in ciò vi è una falsità così evidente, che fa meraviglia che uomini, del resto seri e dotati di talento, lo dicano e lo insegnino alle folle. Infatti come lo Stato potrebbe essere veramente totalitario, dare tutto all’individuo e chiedergli tutto; come potrebbe dare tutto all’individuo per la sua perfezione interiore – poiché si tratta di cristiani – per la santificazione e la glorificazione delle anime? Perciò quante cose sfuggono alla possibilità dello Stato, nella vita presente e in vista della vita futura, eterna! E in questo caso ci sarebbe una grande usurpazione, perché se c’è un regime totalitario – totalitario di fatto e di diritto – è il regime della Chiesa, perché l’uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, dato che l’uomo è creatura del buon Dio, egli è il prezzo della redenzione divina, è il servitore di Dio, destinato a vivere quaggiù, e con Dio in cielo. E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei diritti di Dio non è che la Chiesa. Allora la Chiesa ha veramente il diritto e il dovere di reclamare la totalità del suo potere sugli individui: ogni uomo, tutto intero, appartiene alla Chiesa, perché tutto intero appartiene a Dio. Non c’è dubbio su questo punto, per chi non voglia negare tutto”.

[Papa Pio XI, L’unico regime totalitario di fatto e di diritto è la Chiesa, discorso tenuto il 18 settembre 1938, rivolgendosi agli iscritti della Federazione francese dei sindacati cristiani. Così riportato in Ernesto Rossi, Il ‘Sillabo’ e dopo, Roma, 1964, pp. 87-88 e in Domenico Settembrini, La Chiesa nella politica italiana (1944-1963), Milano, 1977, p. 112]

10 Comments

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  1. Fabristol / Jan 22 2008 12:41 AM

    Grande Ernesto Rossi!!
    il mio politco preferito di riferimento e il Sillabo e dopo un gran bel libro che dovrebbero dare a leggere ai bambini delle elementari.

  2. ermes / Apr 28 2008 12:14 PM

    Incubo (ma poi non tanto…) pirandelliano

  3. Eva Indagh / Oct 3 2009 11:19 PM

    Scusate se è poco

  4. Eva evoch / Dec 22 2010 4:54 PM

    Chissà perché quando ho letto questo titolo mi è venuto in mente un paesino che inizia per S. e finisce per Giovanni Rotondo, ed anche quella città che inizia per R e finisce con oma. Vabbè poi pehò ci sono una sehie di althe mete tuhistico-heligiose…

  5. ermes / Nov 1 2011 5:53 PM

    Non per schematizzare… ma solo per ricordare che il cotanto Ernesto Rossi di cui sopra è insieme allievo del cotanto Gaetano Salvemini di cui qui e del cotanto Luigi Einaudi di cui qui

  6. Eva Recens / Nov 30 2011 12:38 AM

    “[…] Solo con il Vaticano II, del resto, la Chiesa cattolica ha riconosciuto come inderogabile diritto umano quella libertà di coscienza che ancora nel 1864 il Sillabo di Pio IX aveva definito come un folle «delirio», mero sinonimo di «libertà di perdizione».

    […mentre invero fu] rapido [l’]evolversi della nuova religione da Costantino a Teodosio, tra la conversione dell’imperatore vittorioso a ponte Milvio nel 312 grazie alla croce (in hoc signo vinces) e gli editti che, a partire da quello di Tessalonica del 380, imposero la fede di Cristo come unica religione ammessa nei confini dell’impero. Fu allora che si determinò la trasformazione della croce da simbolo di martirio e di redenzione in simbolo di potere utilizzato dalle autorità politiche ed ecclesiastiche per la «conquista di corpi e di anime». Fu allora che le parole di Cristo «il mio regno non è di questo mondo» (Giovanni 18, 36) – che nell’età dei Lumi avrebbero suggerito a Voltaire amari commenti sulle tenaci commistioni tra Stato e Chiesa – trovarono una clamorosa smentita nel poderoso affermarsi del nuovo monoteismo trinitario che soppiantò il paganesimo. Fu allora che la Chiesa – costantiniana o teodosiana che dir si voglia – fondò un potere destinato a durare e a rinsaldarsi nel corso dei secoli, recando impressi sino a oggi i segni di una granitica «autorappresentazione identitaria» che non solo consentiva, ma imponeva la coercizione nei confronti di renitenti alla conversione, dissidenti, scismatici, e con essa il ricorso al braccio secolare di un’autorità civile ormai piegata al primato della fede e della teologia.

    […] Se Costantino poteva convocare il concilio di Nicea del 325 prima ancora di essere battezzato, pochi decenni dopo sant’Ambrogio era in grado di teorizzare il principio che l’imperatore è nella Chiesa, e non sopra la Chiesa.

    Si impose in tal modo una nuova teologia politica, fondata sulla supremazia del sacerdozio sul regno, che invano l’imperatore Giuliano (l’Apostata) cercò di scongiurare nel suo breve regno con una restaurazione dell’antica religione che finì solo con l’incentivare le persecuzioni contro i pagani dopo la sua morte. Mentre anche la violenza diventava un metodo di conversione, le sottili questioni dogmatiche, le lotte antiereticali, il confronto con la filosofia greca imponevano l’inedita autorità dei teologi (figure sconosciute ai culti precedenti) e davano vita al magistero dei primi grandi padri della Chiesa. Con i decreti conciliari una precisa ortodossia dottrinale si imponeva come legge dello Stato, e di conseguenza l’eresia (alla quale lo scisma veniva omologato) si configurava come un reato politico minaccioso per la stabilità dello Stato. Il Codice teodosiano promulgato nel 438 sancì definitivamente questa criminalizzazione del dissenso religioso. Nel frattempo anche le tenaci persistenze pagane diventavano oggetto di crociata e di conquista da parte «di vescovi zelanti e turbe fanatiche di monaci cristiani» per sostituire il nuovo al vecchio spazio sacro, distruggere gli antichi idoli, insediare le chiese sui templi. In meno di ottant’anni la Chiesa dei martiri si trasformò nella Chiesa dei persecutori, le pecorelle di Cristo si riconobbero nei fautori di un’aggressiva ierocrazia e la frattura fra la città di Dio e la città dell’uomo teorizzata da sant’Agostino venne ricomponendosi nella cornice asimmetrica di un potere civile fattosi sacro e di una Chiesa fattasi potere (ma fonte della propria e dell’altrui sacralità), i cui rapporti strutturalmente conflittuali sarebbero stati ridefiniti senza tregua dalle vicende storiche (e dai teologi) dei secoli futuri. Grandi e decisive vicende di secoli lontani, senza dubbio, che tuttavia aiutano a comprendere – conclude Filoramo – alcuni aspetti dell’odierno riproporsi, pur in forma diversa, di una «concezione ierocratica della Chiesa, con conseguenze preoccupanti, a cominciare dalla violazione della libertà di coscienza dei fedeli in nome del rispetto dei supremi interessi legati ai valori non negoziabili».”

    (Massimo Firpo, Cristiani da martiri a persecutori, Sole 24 Ore 27 novembre 2011, a recensione del volume di Giovanni Filoramo, La croce e il potere, Roma-Bari 2011)

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