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Wednesday, 23 January , 2008 / ermes

Rientro dei capitali


“Non è difficile da comprendere il sentimento di esclusione che la condizione di emigrazione, o il solo suo pensiero, può provocare. Non è difficile da credere che i giovani che si apprestano ad andare a perfezionarsi all’estero siano messi di fronte a un problema esistenziale e psicologico grande e difficile, un problema che non dovrebbero avere”.

on_liberal_revolution-piero_gobetti.jpgCervelli in libera uscita

di Nadia Urbinati, La Repubblica, 23 gennaio 2008

La “fuga dei cervelli” dai nostri istituti universitari e di ricerca è un tema che fa discutere e preoccupa, con più di una buona ragione. Scriveva Salvatore Settis su la Repubblica di qualche giorno fa che gli studenti italiani sono tra i migliori candidati nei concorsi banditi da università straniere e, soprattutto, tra i più numerosi. “Abbiamo formato ottimi studiosi, ma li spingiamo ad andarsene”, scrive Settis. La mia esperienza di accademica emigrata mi porta a vedere le cose da un punto di vista leggermente diverso e che potrebbe essere utile considerare per una più completa conoscenza (e soluzione) del fenomeno.

Il problema che vorrei sollevare è quello relativo agli effetti perversi che il timore dell’emigrazione può creare, e crea, nelle nuove generazioni, ovvero in chi prende oggi la decisione di completare la propria formazione all’estero. Non vi è dubbio che chi ama la ricerca non può né deve ragionevolmente temere di uscire e temporaneamente emigrare perché il nomadismo intellettuale è una condizione sotto molti punti di vista necessaria e ideale, soprattutto nella fase formativa, ma non solo. I confini nazionali sono un criterio arbitrario per chi ha vocazione alla ricerca. Tuttavia, questa condizione ideale si concretizza più facilmente laddove e quando la libertà di movimento è effettiva, ovvero quando non è solo libertà di uscita ma anche di entrata. Ma quando c’è asimmetria tra libertà di uscita e possibilità di rientro, quella che è un’utilissima, stimolante e anche piacevole esperienza intellettuale può essere vissuta come ragione di esclusione e sradicamento. Quando e se l’opportunità di ritorno manca o è gravemente compromessa, allora la passione per la ricerca si mescola con il timore per le possibili conseguenze che il desiderio e la decisione di uscita possono avere nelle proprie scelte di vita. Questo timore, spesso fortissimo, mette in evidenza un vizio o un ostacolo nel sistema accademico e di ricerca italiano che è molto marcato e sarebbe nell’interesse del sistema educativo stesso, oltre che dei singoli studiosi, che venisse rimosso.

Nel corso di questi ultimi anni, la mobilità verso gli atenei stranieri è cresciuta anche in ragione del processo di integrazione europea e per gli effetti virtuosi dei programmi Erasmus. L’abitudine a lasciare il paesello sta finalmente attecchendo anche da noi. Dal mio osservatorio di Columbia University posso constatare che è da qualche anno cominciata una nuova forma di presenza italiana: quella di studenti che, completata l’università in Italia, concorrono a posti di dottorato nelle università straniere, tuttavia non con l’intenzione di trasferirsi all’estero. Sono le proposte formative che li interessano non il mercato del lavoro americano. Tuttavia le implicazioni psicologiche che una possibile ammissione al dottorato può produrre sui nostri giovani candidati mi hanno fatto conoscere una realtà che è inquietante, e che non è la fuga dall’Italia, ma invece il timore di non poter rientrare; un timore che può avere un effetto deterrente notevole. Non è difficile da comprendere il sentimento di esclusione che la condizione di emigrazione, o il solo suo pensiero, può provocare. Non è difficile da credere che i giovani che si apprestano ad andare a perfezionarsi all’estero siano messi di fronte a un problema esistenziale e psicologico grande e difficile, un problema che non dovrebbero avere.

Nell’ateneo dove insegno giungono studenti e ricercatori da tutti i paesi del mondo e la notizia dell’ammissione ad un corso di dottorato è per loro motivo di reale di meritata soddisfazione e gioia. Ma gli studenti italiani sono insieme felici e preoccupati perché sanno che rientrare potrà per loro essere un problema, per l´ovvia e perenne scarsità di risorse e quindi di opportunità di reclutamento degli atenei italiani; ma soprattutto e in primo luogo perché è noto che nell´accademia italiana vige il pessimo costume (che è anche regola) di considerare l’immobilità come un bene da premiare e la mobilità come un male da scoraggiare. Se poi si tratta di mobilità in università americane, allora la mobilità diventa un “lusso” da punire. I nostri ragazzi lo sanno e lo temono.

Questa è una situazione riprovevole e profondamente ingiusta che, mentre produce sofferenza in chi la subisce, non fa del bene al nostro aese. Se paesi come l´India o la Cina sono di tanto riconosciuto successo economico è anche perché non hanno emigrazione intellettuale: i loro studenti vengono a perfezionarsi nelle università occidentali ma per tornare nei loro paesi, non per emigrare. In questi paesi, la risorsa cultura non è vista solo come un bene personale di chi la coltiva, ma anche come un bene per la società, nella quale tra l´altro la formazione culturale è cominciata nella maggioranza dei casi con soldi pubblici ed è giustamente considerata un investimento che il paese fa per il proprio futuro. Dare la possibilità del ritorno risponde a un calcolo di convenienza che un paese previdente e oculato dovrebbe saper fare. E’ anche nell’interesse dell´Italia che “il ritorno dei cervelli” non sia un problema. E’ per questa ragione che mi sembra improprio parlare di “fuga dei cervelli” perché la questione vera non è l’uscita. I cervelli non scappano, vanno a nutrirsi. Sono le università italiane e i loro perversi meccanismi di reclutamento che troppo spesso chiudono le porte a chi esce, trasformando l’andata all’estero in una fuga.

11 Comments

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  1. Ugo Uti / Jan 23 2008 6:07 PM

    ..datela a me la notizia dell’ammissione blablabla, e poi vediamo se mi viene la saudade…

  2. Ugo Vern / Jan 23 2008 7:07 PM

    almeno un poco

  3. Minha Tristeza / Jan 23 2008 8:44 PM

    Esta cançao è mais que droga! Nao posso cessar de escutarla!

  4. Valeria / Jan 24 2008 11:34 AM

    CONCORSOPOLI UNIVERSITARIA

    Il mondo accademico e in particolare quello dei concorsi universitari è da tempo sotto accusa. Molti i casi di “Concorsopoli” e “Parentopoli” finiti sotto ai riflettori della stampa e poi sotto forma di fascicoli della magistratura. E’ davvero una piaga, quella dei concorsi truccati, che investe tutti gli atenei e ogni facoltà? Quanto incide questo fenomeno sulla qualità e sul prestigio delle nostre università? Alessandro Milan ne parla con il prof. Massimo Federico, docente di oncologia a Modena, Ugo Calzolari, rettore di Bologna, Nicola Colaianni, ex magistrato della Corte di Cassazione e professore di diritto canonico alla Facolta di Giurisprudenza dell’Università di Bari e Gaetano Borrelli, professore ordinario alla Facoltà di Architettura Seconda Universita degli Studi di Napoli ed ex membro della commissione esaminatrice del concorso di Architettura finito lo scorso settembre sotto la lente della magistratura…

  5. Iperione / Jul 8 2008 11:53 AM

    Comunicato stampa del 6 Luglio 2008

    Giorni di nuvole per la ricerca universitaria

    L’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) esprime
    forte contrarietà ai provvedimenti su Università e Ricerca contenuti nel
    Decreto Legge n.112 collegato alla manovra finanziaria per il 2009.

    “Il Fondo di Finanziamento Ordinario subirà un taglio di 500 milioni di
    euro in tre anni, provocando conseguenze gravissime per gli Atenei
    Italiani” — dichiara Francesco Mauriello, presidente ADI e consigliere
    CUN — “Il taglio dell’FFO risulta ancora più pesante se si considera che
    va ad aggiungersi ai limiti imposti alle Università per le assunzioni
    legate al turn over e che corrispondono al 20% per il triennio 2009-2011
    e al 50% a partire dal 2012”.

    “Purtroppo questi provvedimenti sembrano indicare che per il Governo
    attuale l’Università e la Ricerca sono solo voci di spesa su cui
    tagliare in maniera indiscriminata” — spiega Giovanni Ricco, segretario
    ADI — “Dietro questi provvedimenti non c’è nessuna idea di strategia di
    sviluppo del paese ma, al contrario, la convinzione che l’istruzione e
    la ricerca siano inutili sprechi. Sembra quasi che il governo desideri
    un paese meno capace di produrre innovazione e cultura, un paese più
    arretrato quindi”.

    “Fino a ieri il nostro paese era in coda alle statistiche dei paesi
    avanzati sul terreno dell’investimento in Università e Ricerca” —
    continua Giovanni Ricco — “e domani sarà persino peggio: mentre gli
    altri paesi considerano la Ricerca un investimento strategico, e un
    elemento necessario a rafforzare le proprie posizioni, in Italia si
    continuano a decurtare i fondi e ci si allontana sempre di più dagli
    obiettivi della Strategia di Lisbona, che chiedevano un investimento del
    3% in Università e Ricerca”.

    “Le uniche note positive sono l’abolizione della doppia idoneità per i
    concorsi riservati ai professori universitari banditi dopo il 30 Giugno
    2008 e lo sblocco dei 40 milioni previsti nella finanziaria 2007 per i
    concorsi da ricercatore” — conclude Francesco Mauriello — “Questi ultimi
    però, a causa della sentenza della Corte dei Conti, che ha affossato la
    proposta di riforma del reclutamento dei ricercatori, verranno svolti
    con le consuete modalità concorsuali poco trasparenti”.

    ADI, Associazione dottorandi e Dottori di ricerca Italiani, 6 luglio 2008

  6. Eva Controvert / Nov 22 2010 10:31 AM

    “Si accentuerà la tendenza dell’Italia a divenire solo un mercato, senza una posizione realmente competitiva nel campo scientifico e tecnologico nell’Unione Europea. Paradossalmente, in questa situazione, i ricercatori formati nelle università italiane contribuiscono al declino dell’Italia stessa, creando nuova conoscenza e attirando capitale nel nuovo paese dove sono emigrati e dove riescono ad applicare con successo la loro formazione”.

Trackbacks

  1. “La Repubblica non ha bisogno di scienziati” « Abeona forum
  2. “…persino la sottoscritta vive momenti di scoramento” « Abeona forum
  3. “Prediche inutili”? « Abeona forum

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