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Tuesday, 18 March , 2008 / ermes

Damnatio memoriae


carlo-e-nello-a-bagnoles-1937.jpgSollecitato dal precedente stupendo articolo di Pandora, ripropongo parte del capitolo VII (dal titolo “La lotta per la libertà”) del Socialismo liberale di Carlo Rosselli. Si tratta di un’opera scritta di nascosto nel 1928-29 a Lipari, isola che allora ospitava numerosi dissidenti condannati al confino da Mussolini. Il testo è poi stato pubblicato per la prima volta in Francia nel 1930, dopo la rocambolesca fuga verso l’esilio parigino dell’autore. Come spesso capita per le gemme più preziose, dobbiamo la sua conservazione ad avvenimenti fortunosi e turbolenti: piccole e grandi astuzie contro le perquisizioni a tappeto dei carcerieri, camuffamenti e diversivi, nascondigli segreti (“un vecchio pianoforte lo ospitò lungamente”).

Le parole e le lotte di Carlo e Nello Rosselli hanno significato, a mio avviso, la più pregnante e decisiva possibilità di riscatto democratico per il nostro disperato Paese – da sempre terra di controriforme e giammai di vera “Riforma”. Spesse volte mi capita di pensare che la loro opera sia ormai scomparsa, distrutta, annientata… Sepolta viva sotto cumuli di violenza, macerie, menzogne, indifferenza da parte degli ideologhi e totalitari di turno… Ricordo spesso che Palmiro Togliatti amava definire Carlo un “fascista dissenziente”, ricordo sempre come del suo credo politico non si sia mai fatta menzione sul quotidiano L’Unità fino all’anno di grazia 1979… Siamo all’annientamento fisico e morale delle vite, alla cancellazione dei corpi e delle idee.

Ecco, in tale maniera Carlo e Nello sono passati, proprio perché Non vollero Mollare in termini di Giustizia e Libertà. Di tale destino sono state vittime: nomi scritti sulla sabbia, spazzati via dal vento della forza bruta e della bruta materialità degli utopisti fanatici di ogni tempo… Assassinati per tremebondo volere del cosiddetto “Duce” nel 1937, formidabilmente rimossi da tanti antifascisti intolleranti in un’Italia continuamente senza memoria. Nelle ultime righe del passo che ripropongo, tutta la fiducia illuministica in un futuro nonviolento che va ancora conquistato al nostro Paese e alle tante parti del mondo ancora oppresse da capipopolo fondamentalisti e demagogici: l’Oggi in Spagna, domani in Italia di Rosselli risuona ancora nel Que viva Cuba degli anticastristi e nel Libero Tibet in libera Cina del Dalai Lama.

Il problema italiano è, essenzialmente, problema di libertà. Ma problema di libertà nel suo significato integrale: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nella sfera individuale; e di organizzazione della libertà nella sfera sociale, cioè nella costruzione dello Stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero. Senza coscienze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione di classi. Il circolo non è vizioso. La libertà comincia con l’educazione dell’uomo e si conchiude col trionfo di uno Stato di liberi, in parità di diritti e di doveri, in uno Stato in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite alla libertà di tutti.

Ora è triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo -, è ancora in gran parte da fare. Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sì che l’italiano medio oscilli ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale, la consapevolezza dei limiti propri ed altrui, difettano. Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona, nei suoi valori e rapporti esterni, che della loro personalità. La loro vita intima è ricchissima, ma unilaterale; ricchissima soprattutto nella sfera sentimentale in cui erompe in forme istintive ed esasperate. La pacata riflessione sui massimi problemi della vita, l’abitudine al commercio col proprio foro interno, quel fecondo tormento spirituale che crea lentamente tutto un prodigioso mondo interiore che solo può dare la coscienza di sé come unità distinta e autonoma, mancano nei più. L’educazione cattolica – pagana nel culto e dogmatica nella sostanza – e la lunga serie dei paterni governi hanno esentato per secoli gli italiani dal pensare in persona prima. La miseria ha fatto il resto. Ancor oggi l’italiano medio abbandona alla Chiesa la sua autonomia spirituale; ed ora si vede costretto ad abbandonare allo Stato, elevato al rango di fine, anche la sua dignità di uomo, degradato a semplice mezzo. Disposto alla servitù nel dominio della coscienza, lo si forza ora alla servitù nel dominio sociale e politico. Logica conclusione di un processo di passive rinunzie.

Il dolce far niente degli italiani – leggenda insultante nell’ordine materiale – ha purtroppo qualche fondamento nell’ordine morale. Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e di machiavellismo di basso rango che li induce a contaminare, irridendoli, tutti i valori, e a trasformare in commedia le più cupe tragedie. Abituati a ragionare per intermediari nei grandi problemi della coscienza – un vero appalto spirituale – è naturale che si rassegnino facilmente all’appalto anche nei grandi problemi della vita politica. L’intervento del Deus ex machina, del duce, del domatore – si chiami esso papa, re, Mussolini – risponde sovente ad una loro necessità psicologica. Da questo punto di vista il governo mussoliniano è tutt’altro che rivoluzionario. Si riallaccia alla tradizione e procede sulla linea del minimo sforzo. Il fascismo è, contro tutte le apparenze, il più passivo risultato della storia italiana. Gigantesco rigurgito di secoli e abbietto fenomeno di adattamento e di rinunzia. Mussolini trionfò per la quasi universale diserzione, attraverso una lunga rete di sapienti compromessi. Solo alcune ristrette minoranze di proletari e di intellettuali ebbero l’ardire di affrontarlo con radicale intransigenza sin dagli inizi.

Mussolini fornisce la misura della sua banalità quando considera il problema della autorità e della disciplina come il problema pedagogico essenziale per gli italiani.

Vivaddio, non è questo che occorre insegnare agli italiani! Da secoli si piegarono a tutti i domini e servirono tutti i tiranni. La nostra storia non offre sinora nessuna vera rivoluzione di popolo. In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo seno punte altissime, solitarie, inaccessibili; minoranze eroiche, ferrei caratteri; ma non ha saputo mai realizzare se stesso. L’Italia fu la grande assente nelle lotte di religione, lievito massimo del liberalismo, atto di nascita dell’uomo moderno. Il cattolicesimo italico, ammorbato dalla corte romana e dalla passiva unanimità, rimase estraneo anche al processo di purificazione che seguì la Riforma. Il cattolicesimo in terra di monopolio non ha nulla a che fare col cattolico in terra di concorrenza.

Per secoli vivemmo, nel mondo della politica, di luce riflessa e stanche e frastagliate ci arrivarono le grandi ondate della vita europea.

La stessa lotta per l’indipendenza fu opera di una minoranza, non passione di popolo. Solo alcuni centri urbani del settentrione parteciparono attivamente alla rivolta contro lo straniero. Nel centro e nel meridione i Savoia, passato il primo periodo di entusiasmo, equivalsero al Lorena e al Borbone.

La burocrazia piemontese avvolse nelle sue spire ordinate ma soffocatrici tutta quanta l’Italia, spegnendo gli estremi aneliti di autonomia. Il trionfo della corrente monarchica e diplomatica valse, come in Germania, a separare violentemente il mito unitario da quello libertario. Mazzini e Cattaneo furono i grandi battuti del Risorgimento. La stessa libertà politica, che verrà lentamente col passare dei decenni, sarà figlia di transazioni e taciti accomodamenti. La conquista della libertà non è legata in Italia a nessun moto di masse capace di adempiere ruolo mitico e ammonitore. La massa fu assente. Il proletariato non si conquistò le sue specifiche libertà di organizzazione, sciopero, voto, a prezzo di prolungati sforzi e sacrifici. Il suo tirocinio, attorno al ‘900, fu troppo breve; e il suffragio universale apparve, e fu, calcolata elargizione paternalista. La regola secondo cui non si ama e non si difende se non ciò per cui molto si è lottato e sacrificato, ha avuto la sua riprova più tipica nella esperienza fascista. L’edificio liberale crollò come cosa morta al suo primo ultimo e le classi lavoratrici assistettero inerti alla negazione di valori estranei ancora alla loro coscienza.

Quando Mussolini elenca oggi le cifre delle sue greggia e delle sue mute di cani e vanta la unanimità, il partito unico, la scomparsa d’ogni sostanziale contrasto, d’ogni libera iniziativa di minoranze combattive, in nome di una rivoluzione carnevalesca, in realtà non fa che rinnovare i fasti del borbonismo, senza neppure lasciarci la consolazione di saperlo straniero e padrone per virtù di milizie preponderanti.

È bensì vero che la sua faziosità romagnola lo porterebbe alla battaglia; ma la battaglia egli non sa concepirla che in termini di forza bruta; l’ orgoglio dispotico del dittatore lo costringe a spegnere sistematicamente ogni ardore di contrasto e di lotta. Pure la sua intransigenza settaria serve la causa della libertà. Coi randelli e le manette, con le raffinate persecuzioni, Mussolini sta costruendo a diecine di migliaia gli italiani moderni, volontari della libertà. La sua furia persecutrice e la logica tremenda degli strumenti repressivi di cui è ormai prigioniero, stanno diventando i nostri migliori alleati.

Per la prima volta nella storia d’Italia la rivendicazione dei diritti inalienabili della persona e delle principio dell’autogoverno, si pone come problema di popolo, e non più come problema di una setta di iniziati. Nessun italiano, per incolto e misero che sia, può ignorare il fascismo e i problemi vita e di morte dal fascismo sollevati. L’ultimo infelice bracciante della Calabria può oggi soffrire e sperare per la stessa causa che fa soffrire e sperare il più raffinato intellettuale e lo stesso industriale moderno del settentrione. Attraverso tanti patimenti e umiliazioni la coscienza del valore della libertà sta sorgendo in modo drammatico in vaste zone del popolo italiano. Gli italiani sono forse psicologicamente più liberi oggi, in questa lotta disperata per la conquista delle autonomie essenziali, di quel che non fossero ieri con lo pseudo Stato costituzionale giolittiano e le migliaia di associazioni indipendenti.

Ciascuno vede il problema – com’è giusto – attraverso la lente del suo interesse e del suo partito, ma il fuoco va diventando unico: la libertà. Gli stessi comunisti, nonostante tanti facili scherni, si vedono costretti a spiegare la dittatura in termini di libertà. L’oppressione fascista prepara l’unità morale del popolo italiano.

(Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Torino: Einaudi, 1997 – pagg. 110-5)

6 Comments

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  1. ermes / Mar 21 2008 1:23 PM

    Riporto parte di un articolo di Carlo Rosselli, apparso sul nono numero dei Quaderni di Giustizia e Libertà, in data 9 novembre 1933 (e ritrovato in Scritti politici di Carlo Rosselli, a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Paolo Bagnoli, Napoli: Guida editori, 1988, pagg. 280-2):

    Sappiamo, a questo punto, l’accusa che si leva a seppellirci. Voi, antifascisti, dopo undici anni di regime fascista, volete la guerra, puntate sulla guerra, perché siete convinti che solo la sconfitta militare sarà capace di abbattere la dittatura feroce che vi opprime. Siete logici come rivoluzionari. Ma i popoli sono stanchi, schiacciati sotto il peso della guerra mondiale e della crisi. I popoli vogliono la pace a tutti i costi. I popoli sono anti-intervenzionisti, sono conservatori. I popoli — intendiamo riferirci alla psicologia francese — preferiranno subire i ricatti hitleriani piuttosto che liquidare oggi una partita che si può rinviare a domani.

    Rispondiamo: no. Noi non puntiamo sulla guerra Se non altro per averla fatta, l’aborriamo con tutte le nostre forze. Se dipendesse da noi, oggi, scegliere tra la rivoluzione a prezzo di una guerra e il perpetuarsi del fascismo coi benefici della pace, non esiteremmo. Ma l’alternativa non si pone. Il fascismo, non l’antifascismo, è la causa del fallimento della pace.

    Non puntiamo sulla guerra. Constatiamo che la guerra viene. Non riusciamo a far nostre le illusioni di Henderson e di gran parte della sinistra europea. Sappiamo che per qualche tempo ancora con i procedimenti dei falliti che tentano di procrastinare la dichiarazione di fallimento, si riuscirà a nascondere ai popoli la realtà della situazione.

    Ma i popoli alla fine comprenderanno. Comprenderanno perché per quindici anni fu detto loro che la pace non è possibile senza il disarmo e senza l’organizzazione di una comunità internazionale capace di imporsi a tutti i dissenzienti. Quando vedranno che in luogo di disarmare si riarma, che su sette grandi potenze mondiali quattro sono fuori della Lega, (e delle tre che restano una è l’Italia fascista!), che la Germania non ritorna a Ginevra, allora l’idea della fatalità della guerra, che nella psiche prebellica era latente ma velata dallo stesso scetticismo secolare sulla possibilità di una pace definitiva, si impadronirà dei popoli con una violenza, con un’angoscia così grandi da precipitare non la rivoluzione, come pensano certi estremisti, ma il conflitto.

    E ancora! non contiamo troppo sulla stanchezza dei popoli. I popoli che si dicono stanchi, proprio in ragione della loro stanchezza, della loro miseria, di questa crisi senza uscita, crederanno di trovare nella guerra la salvezza o almeno l’evasione dal tragico quotidiano. Vorremmo essere cattivi profeti, ma noi temiamo che già oggi quella parte del popolo tedesco che è fanatizzata da Hitler andrebbe alla guerra con frenesia, con gioia; come con tripudio vi andrebbe una parte della gioventù italiana. Mussolini non faceva solo della retorica quando diceva che egli avrebbe potuto portare la temperatura del popolo — o di quella parte di popolo che ne subisce l’influsso — a un grado mai visto. Perché sa che cosa ha seminato in questi anni. Sa quali valori, quali passioni ha agitato nella fantasia dei giovani. La solenne consegna delle mitragliatrici di guerra ai giovani avanguardisti nell’anniversario della Marcia su Roma, non fu una commemorazione, ma un auspicio, e come auspicio fu presentato. Che cosa volete capire voi, vecchi o giovani saggi dei paesi dove regna la ragione, la libertà, lo spirito critico, della mistica della dittatura, della mistica della servitù? Voi non potete capire. E se capite, subito dimenticate. Continuate a ragionare e ad agire come se la ragione avesse molti adepti in Europa, come se il fascismo fosse capace di rinsavire. E non vi accorgete che l’irrazionale sta perdendo anche voi.

    La guerra viene, la guerra verrà.

    Un solo modo esiste per scongiurarla: prevenirla. Prevenirla con un’azione risoluta, con un intervento rivoluzionario che nei paesi dove il fascismo domina rovesci le parti nella guerra civile.

    In luogo di organizzare la guerra, o di subirla passivamente, aiutare la rivoluzione.

    Questa è, nell’ora attuale, l’unica forma di pacifismo virile che si conviene a dei rivoluzionari; l’unico, l’ultimo metodo di salvare la pace.

    Trionferà? Non crediamo. I rivoluzionari che hanno il coraggio di guardare in faccia le realtà sono rari in Europa.

    Le diplomazie democratiche continueranno la loro vana schermaglia coi Mussolini e cogli Hitler.

    I partiti socialisti continueranno a invocare il disarmo, la pace, l’intesa dei popoli.

    Intanto le fabbriche d’armi lavoreranno e gli Stati Maggiori perfezioneranno i piani di mobilitazione.

    Nell’ora che nessuno può prevedere, per una causa che nessuno può anticipare, la nuova catastrofe piomberà sull’Europa.

    Si rimpiangeranno allora le occasioni perdute, le iniziative trascurate, tutte le cecità e le impotenze del pacifismo sentimentale e teorico.

    Ma sarà troppo tardi.

    Quanto a noi, piccolo pugno di rivoluzionari italiani, la nostra strada è segnata. Non ci recheremo in pellegrinaggio al muro delle lamentazioni; e neppure aderiremo alla guerra. Ci serviremo della guerra contro il fascismo. Trasformeremo la guerra fascista in rivoluzione sociale.

    Mussolini può lanciare sin d’ora il suo anatema contro i traditori della patria fascista.

  2. Eva Ammazz / Oct 5 2009 10:11 PM

    Chi era davvero il tanto amato “Migliore”…

  3. Eva Depenn / Sep 4 2012 1:32 PM

    AD 2012, ancora sull’Unità.

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