Skip to content
Thursday, 20 March , 2008 / Iperione

Ad imperitura memoria (Elettorale e non)


alitalia1.jpgIl seguente avrebbe potuto essere un commento ad uno degli articoli nei quali in passato si è parlato (o meglio, riportato) della turbolenza finanziaria statunitense, europea e mondiale. Invece credo sia meglio tenerlo qui in bella vista, per la memoria di chi vuole ancora “conoscere per deliberare” e per chi vuole guardare in faccia quei sedicenti esperti di economia e finanza che si apprestano ad accomodarsi sulle sedie più importanti del nostro Paese, con le mutande del PD o del PdL, coi calzini bucati del populismo dei comun-fasc-isti o con la canotta a righe bianca del centrismo neo-DC.

Credo sia meglio tenerlo qua perchè nella nostra bella Italia non si capisce un’acca di Economia, almeno quando va portata in abbinamento con i completini intimi della politica. C’è chi promette il “protezionismo stile USA, ma non l’autarchia”, chi il “liberismo con l’anima, o con la coscienza”, chi annuncia “l’abbattimento di ogni politica liberista/capitalista”, chi è ancora per le rendite di posizione di Alitalia (tutti) e ancora nutre alcuni centri di privilegio (Sindacati e Confindustria), purchè nel mercato libero e concorrenziale continui ad esistere il giocattolo, il ricettacolo di malagestione (di mala-economia) tutto italiano che abbiamo imparato a conoscere.

Ecco, questo articolo è per quelli che vogliono vederci chiaro, almeno in parte; farsi un’opinione, ed ogni tanto tirare le somme sui nostri “si, ma anche” e i nostri “è un indecenza, mi consenta”; sui nostri “1000 euro ai precari” e, tutto sommato, sul nostro continuo fare finta di essere brave persone.

alitalia2.gifSolo ieri in un commento è stato riportato un articolo contenente una battuta dell’on. Mussi sul fatto che gli USA non hanno fatto altro che esportare “debiti, inquinamento e guerra“, mentre Veltroni evangelizzava sulle brutture delle politiche economiche repubblicane (del partito repubblicano statunitense, s’ intende) e di Bush jr. in particolare. E non dimentichiamo che l’on. Berlusconi è ancora in missione per comporre la salvifica cordata finanziaria italiana che possa mettere delle belle pezze nuove alle ali tricolore.

Se non è questo dire tutto

LA FED E LA CRISI

Il capitalismo responsabile

di Francesco Giavazzi

Per quindici anni, dal 1992 al 2006, l’economia del mondo è cresciuta soprattutto grazie alla domanda che proveniva dagli Stati Uniti. I 18 milioni di nuovi posti di lavoro che l’Europa ha creato fra la metà degli anni Novanta e oggi sarebbero stati molti meno se gli Usa non fossero cresciuti a un ritmo tanto veloce. In questi anni gli Stati Uniti hanno importato di tutto, non solo beni e servizi ma anche persone: sedici milioni di nuovi immigrati ufficiali e nessuno sa quanti clandestini. Si capisce perché: gli Stati Uniti sono il Paese nel quale il tempo medio tra il giorno in cui un immigrato arriva e il giorno in cui può acquistare una casa è più breve: meno di dieci anni.

Certo, anche grazie all’ eccessiva facilità con cui le banche concedevano i mutui, e oggi alcuni di quegli immigrati perderanno la casa, ma se fossero arrivati in Europa il sogno di possedere una casa propria sarebbe rimasto tale, un sogno. Quando ci lamentiamo per gli effetti che la crisi americana ha sulla nostra crescita e sui nostri risparmi non dovremmo scordare i benefici di cui abbiamo goduto. E tuttavia, per crescere tanto più rapidamente del resto del mondo, gli Stati Uniti hanno accumulato ampi squilibri: la crisi di questi mesi è il modo violento in cui essi oggi stanno rientrando. Il primo è l’enorme differenza fra il volume di importazioni e di esportazioni, che ha fatto crescere rapidamente il debito estero americano. Oggi questo squilibrio si sta riassorbendo grazie alla caduta del dollaro. La debolezza della moneta americana non è l’effetto delle turbolenze finanziarie di questi mesi: per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti Usa il dollaro dovrà rimanere debole a lungo (fortunatamente le nostre imprese più accorte lo hanno capito da tempo e si sono attrezzate, spostando gli acquisti verso l’area del dollaro e le vendite verso Europa, Cina, India e Brasile).

L’unica cosa che l’Europa può fare è rimuovere gli ostacoli alla crescita che limitano consumi e investimenti: più crescita in Europa accelera la correzione del deficit americano e significa meno anni di dollaro debole. Il secondo squilibrio è il prezzo delle case che dal 2001 a oggi, negli Stati Uniti, come in Gran Bretagna, Spagna e Irlanda, è stato trainato da una vera e propria bolla speculativa. Sull’onda dell’aumento del valore della loro casa molte famiglie americane si sono indebitate e hanno aumentato i consumi. Ma, ancora una volta, prima di puntare il dito contro il sistema finanziario che ha consentito loro di farlo, non dimentichiamo che senza quei consumi le nostre economie sarebbero cresciute molto più lentamente. Oggi la discesa del prezzo delle case mette in difficoltà quelle famiglie e chi ha prestato loro denaro. Il problema è serio, ma limitato. Nel bilancio di Bear Stearns c’erano 33 miliardi di mutui, ma solo 2 miliardi di mutui subprime.

Un’ulteriore caduta del 20% del prezzo delle case (finora i prezzi sono scesi del 10% circa) metterebbe a rischio altri 10 miliardi di quei mutui: cifre sempre limitate considerando la dimensione del bilancio di Bear Stearns. E allora perché domenica la banca è arrivata sull’orlo del fallimento? Non perché fosse insolvente, ma perché era diventata illiquida. Aveva urgentemente bisogno di liquidità ma nessuno era disposto ad acquistare i suoi mutui, neppure quelli a basso rischio, neppure a prezzi di svendita. Come al mercato, quando si diffonde la voce che nelle cassette di un venditore di arance c’è qualche frutto marcio: nell’incertezza nessuno più si avvicina a quel banco, anche se la maggior parte dei frutti è buona e il banco è disposto a fare uno sconto. L’asimmetria informativa è un caso tipico di fallimento del mercato, che richiede l’intervento delle autorità. Non perché la banca centrale o il governo siano meglio in grado di riconoscere i mutui buoni da quelli «marci», ma perché solo le autorità tengono conto di quanto costerebbe alla società il fallimento di una grande banca. E per evitarlo sono disposte a correre rischi che un privato non ha interesse ad assumersi.

Questo spiega perché la Fed domenica sera ha assicurato l’intero magazzino mutui di Bear Stearns. Si tratta di capitalismo responsabile, non della fine del capitalismo come qualcuno vorrebbe interpretarla. Se la Fed ha compiuto un errore è aver atteso troppo a lungo, in questo ripetendo l’errore compiuto in settembre dalla Banca d’Inghilterra. Ma la cautela della Fed ha una spiegazione istituzionale. Negli Stati Uniti vige dal 1934 una separazione netta tra banche commerciali e banche di investimento. La Fed può prestare denaro alle banche commerciali, non alle banche di investimento: in cambio esse non sono sottoposte alla sua vigilanza. E’ anche per questo motivo che la Fed è intervenuta attraverso una banca commerciale, Jp Morgan. Da domenica quella separazione è di fatto sparita e le nuove regole pubblicate dalla Federal Reserve di New York (pur lasciando ancora ampie zone di incertezza che dovranno essere chiarite) aprono la strada al superamento della crisi.

Il modello europeo della banca «universale» non distingue fra banche commerciali e di investimento e quindi è più pronto a garantire liquidità: questo forse spiega perché nell’area dell’euro non vi siano stati finora casi altrettanto critici. Salvando Bear Stearns attraverso Jp Morgan (e azzerando la ricchezza degli azionisti della banca, a cominciare dai dipendenti e dai manager, il che dimostra che i loro tanto criticati compensi non sono sempre al sicuro) la Fed ha fatto un grande regalo agli azionisti di Jp Morgan, il cui prezzo in Borsa è salito in due giorni del 20%. A Londra in settembre, Gordon Brown, di fronte a una scelta analoga, decise di nazionalizzare Northern Rock: «Se lo Stato si assume un rischio deve anche godere dei potenziali vantaggi». La nazionalizzazione di Bear Stearns era una delle opzioni sul tavolo domenica sera a Washington, ma l’amministrazione Bush l’ha subito bocciata. E’ interessante chiedersi se un presidente democratico avrebbe deciso diversamente.

9 Comments

Leave a Comment
  1. Iperione / Mar 22 2008 12:04 PM

    Ancora su Alitalia, dall’ Economist del 19/03/2008:

    Alitalia
    Rapid descent

    Mar 19th 2008 | ROME
    From The Economist print edition

    Air France-KLM makes an offer that Italy’s troubled airline cannot refuse

    BEGGARS cannot be choosers: the threat of insolvency can push even the most politically motivated managers to make tough decisions. When the board of Alitalia, Italy’s state-controlled national airline, met on March 15th, it had no choice but to accept a takeover offer worth €139m ($217m) made the day before by Air France-KLM, a large Franco-Dutch airline group which began exclusive negotiations with Alitalia in December. The conditions that Air France-KLM has set are harsher than expected, but Alitalia’s tattered finances mean any bid is better than none.

    If the deal goes ahead, it will be the final stage of a privatisation that began at the end of 2006 when Italy’s economics and finance ministry, which has a 49.9% stake in the airline, invited expressions of interest for its shares. Alitalia’s plight has worsened significantly since then. Having lost about €2.6 billion between 1999 and 2005, it lost €605m in 2006 and a further €364m last year. It is losing around €1m a day and had €282m in cash and short-term credits at the end of January, and net debt of €1.3 billion. Air France-KLM says it will also buy Alitalia’s convertible bonds for €608m and has promised to underwrite a capital increase of €1 billion immediately after the closing of its offer.

    Unsurprisingly, the offer comes with strings attached. One is the price that Air France-KLM is willing to pay for Alitalia’s shares: it has offered one of its own shares for every 160 Alitalia shares (less than half of what had been rumoured), valuing each one at around €0.10, against a market price of €0.54 per share on March 14th. A second is that Air France-KLM will pay only the market value of convertible bonds that Alitalia issued, rather than their nominal value.

    A further condition of the deal concerns the controversial airport at Malpensa near Milan, a white elephant backed by local politicians where operations cost Alitalia €200m a year. When it announced its summer schedule last month, Alitalia slashed its intercontinental flights to and from Malpensa and said that Rome’s Fiumicino airport would be its main hub. Air France-KLM’s offer gives only Fiumicino a significant role as an intercontinental airport.

    Under the salvage plan, Alitalia’s fleet will be cut and jobs will go. Given the fractiousness of Alitalia’s staff, Air France-KLM has wisely made its offer conditional on trade unions formally signing up, and was talking to them as The Economist went to press. It also wants to be indemnified against any legal action taken as a result of its plan to reduce operations at Malpensa. The Italian government accepted the offer from Air France-KLM on March 17th, although it is open to a higher offer and the question of Malpensa remains. Italy’s trade unions now face a simple choice: accept the offer and keep Alitalia flying, or reject it and ground the airline.

  2. ermes / Mar 27 2008 2:07 PM

    Editoriale del WSJ del 25 marzo scorso:

    Silvio and Alitalia

  3. Gina Francesca Gior / Apr 23 2008 11:38 AM

    Se il patriottismo diventa una politica industriale – Massimo Mucchetti, Corsera, 22.04.08

  4. Gina Stica / Apr 23 2008 3:39 PM
  5. Uccio Cald / May 1 2008 9:42 AM

    Il liberismo e la speranza – Francesco Giavazzi, Corsera, 30.04.08

  6. Etta N / Jun 6 2008 3:30 PM

    Sarà un caso???

  7. Eva Apprezz / Dec 4 2010 1:43 PM

    Più chiaro di così…

Trackbacks

  1. Prometeo illiberale « Abeona forum
  2. Essere o non essere: questi sono il problema « Abeona forum

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: