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Saturday, 22 March , 2008 / ermes

Ex malo bonum


i-diavoli-di-loudun-aldous-huxley.jpgIn un precedente post, ho deplorato molto nettamente tanta parte della storia dei gesuiti: ho perfino accostato alcune loro opere al terrorismo verbale e inquisitorio di Giuliano Ferrara (ad maiorem Dei gloriam!) Che io abbia esagerato, non penso. Che debba concludere il mio ragionamento, invece, lo credo bene. Il mondo, in effetti, non mi appare né bianco né nero, bensì pieno di sfumature e soprattutto di colori. E così, anche nel giudizio storico sulla Compagnia di Gesù non ritengo opportuno azzardare un’opinione univoca e chiusa, ché finirebbe per farsi presuntuosa e banale.

Questa breve premessa per dire che è noto a tutti che molti gesuiti hanno compiuto, compiono tuttora, gesta notevolmente meritorie in larghe parti del mondo. Sarebbe doveroso, in questa sede, richiamare l’opera di acculturamento, emancipazione, promozione dell’individuo che hanno realizzato e realizzano tra le genti più derelitte della Terra. Ma tale sottolineatura non può prescindere in alcun modo, anzi trae ancora maggior valore, da una ineludibile e spassionata denuncia di tanti crimini perpetrati nel corso dei secoli da alcuni settari ed intolleranti iniziati al messaggio di Ignazio di Loyola.

Nel presente articolo, però, voglio abbandonare l’argomentare causale e derivativo, proprio dell’analisi storica cui sono stato abituato da tante letture. Desidero invece abbracciare l’insegnamento di Karl Raimund Popper, che vedeva in un modo tutt’affatto diverso di procedere il vero tratto caratteristico del tentare di fare storia, dello scrivere di storia. Il grande epistemologo di Vienna riteneva che lo studio interessato a comprendere la linearità degli avvenimenti del passato fosse molto meno fecondo della ricerca delle conseguenze involontarie scaturite dalle azioni dell’uomo.

Troppo semplice e perfino troppo scontato, scriveva Popper, guardare indietro nella storia dell’umanità e scorgere la diretta filiazione di determinati accadimenti, idee, emozioni. Financo troppo pericoloso, egli sosteneva, considerando la facilità di inventare (da in-venio: ‘trovare, pescare dentro’) discendenze autorevoli e la continua tentazione di tralasciare singolarità nascoste, così condannate al dimenticatoio. Molto più avvincente, e tanto più produttivo, un approccio basato sulla voglia di scovare l’imprevedibile e l’imprevisto, l’indesiderato, quanto non pre-figurato nei nostri disegni, il “tempo perduto”, l’ottica diversa dalla propria, l’osservazione in partibus infidelium

Ecco, un esempio di lettura “dalla parte degli infedeli” in merito alla storia dei seguaci della regola di Sant’Ignazio, si ha ne I diavoli di Loudun, straordinario romanzo dello scrittore inglese Aldous Huxley. Fiero avversario di ogni fanatismo durante tutta la sua vita, l’autore riesce in un impareggiabile affresco del gesuitismo di maniera del Seicento europeo. Epoca di tradimenti, delazioni, caccia alle streghe, esorcismi, auto da fé… Notti di civette e caproni, lupi e serpenti… In tale aria asfittica e superstiziosa, di tra loschi figuri e posseduti invasati, Huxley cambia in oro l’argilla, e sublima in eterno alcune tra le pagine più belle che io abbia mai avuto la fortuna di leggere.

E’ proprio a tali pagine che devo la maturazione di un grano di senso critico nel mio senso religioso. Furon proprio tali pagine a gettarmi un giorno in una confusione e sorpresa totale: io grande accusatore del probabilismo gesuitico, ché da sempre tacciavo di calcolo da ragioneria e volgare logica del baratto… io sommamente innamorato del rigorismo morale – puro e celestiale – del giansenismo ascetico e profetico di un Blaise Pascal… proprio io, in questo corpo e in questo rio tempo che mi ospita, dovetti scoprirmi sbalestrato dalla storia, sconcertato e smarrito dal procedere delle storie degli uomini. E al fine imparai che forse – forse – la sconfitta dei santi evitò, un giorno, un incontrollabile proliferare di demoni.

Le Lettere Provinciali vanno classificate tra i più raffinati capolavori dell’arte letteraria. Che precisione, che eleganza verbale, che suggestiva lucidità! E che delicato sarcasmo, che gentile ferocia! Il piacere che ci procurano le esibizioni di Pascal è tale da renderci ciechi al fatto che, nella polemica tra gesuiti e giansenisti, il nostro impareggiabile virtuoso combatteva per quella che, in sostanza, era la causa peggiore. Che alla fine i gesuiti trionfassero sui giansenisti non fu una beatitudine, ma per lo meno fu maledizione minore di quanto sarebbe stato, con ogni probabilità, il trionfo del partito di Pascal. Impegnata con la dottrina giansenista della dannazione predestinata quasi per chiunque e con l’etica giansenista del puritanesimo illimitato, la Chiesa sarebbe diventata facilmente strumento di danno quasi assoluto. In realtà invece prevalsero i gesuiti. Nella dottrina le stravaganze dell’Agostinismo giansenista furono temperate da una dose di semipelagico buon senso. (In altre epoche le stravaganze del pelagianesimo – quelle di Elvezio, per esempio, quelle di J.B. Watson e di Lysenko ai nostri giorni – avrebbero dovuto essere temperate da adeguate dosi di semiagostiniano buon senso.) In pratica il rigorismo dette luogo a un atteggiamento più indulgente. Questo atteggiamento più indulgente fu giustificato da una casistica il cui scopo era sempre di provare che ciò che sembrava un peccato mortale fosse in effetti veniale; e questa casistica fu razionalizzata in termini di teoria del probabilismo, per mezzo della quale la molteplicità delle opinioni autoritarie veniva usata allo scopo di dare al peccatore il beneficio di ogni possibile dubbio. Al rigido e fin troppo coerente Pascal, il probabilismo sembrò estremamente immorale. Per noi la teoria e la specie di casistica che esso giustificò, possiedono un enorme merito: insieme esse riducono all’assurdo l’odiosa dottrina della dannazione eterna. Un inferno, dal quale si può essere salvati da un cavillo che non avrebbe valore davanti al magistrato, non può essere preso sul serio. L’intenzione dei casisti gesuiti e dei filosofi della morale fu di conservare, con la mitezza, anche i più grandi peccatori nei confini della Chiesa e quindi a rinforzare l’organizzazione nel suo complesso e il proprio ordine in particolare. Fino a un certo punto essi raggiunsero questo fine proposto. Ma nello stesso tempo provocarono un notevole scisma nella Chiesa ed implicitamente, la reductio ad absurdum di una delle dottrine cardinali del cristianesimo ortodosso, la dottrina della pena eterna per colpe terrene. La rapida diffusione, dal 1650 in poi, del deismo, del “libero arbitrio” e dell’ateismo fu il risultato di molte cause concatenanti. Tra queste cause vi furono la casistica gesuita, il probabilismo gesuita e quelle Lettere Provinciali in cui, con un insuperabile bravura artistica, Pascal ne miniò con ferocia la caricatura.

(Aldous Huxley, I diavoli di Loudun, Milano: Mondadori, 1988 – pag. 84)

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