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Friday, 28 March , 2008 / ermes

Realpolitik


“Trovo triste, per esempio, che la campagna elettorale di un paese come l’Italia, ma non è l’unico caso, non affronti le questioni del mondo esterno, non parli di Tibet, Cecenia e magari nemmeno di Europa”.

il-discorso-dellodio-glucksmann.jpg«Europa, svegliati: la democrazia non è un’utopia»

di Francesca Pierantozzi, Il Messaggero, 28 marzo 2008

Altro che utopia morale o belle parole: una Cina democratica è una necessità vitale per l’Europa e l’Occidente. Il filosofo André Glucksmann, l’intellettuale francese più «dentro» l’attualità, lancia un grido d’allarme. E chiede a tutti, anche all’Italia, di non trincerarsi in un pericoloso provincialismo.

A Londra Nicolas Sarkozy ha elogiato i meriti del buonsenso e della ragionevolezza. E’ ragionevole per l’Europa lasciare crescere una superpotenza come la Cina senza preoccuparsi che sia democratica?

«L’Europa è sempre riuscita ad unirsi davanti ad un pericolo, mai in nome di un valore comune. Dunque no, non è ragionevole ricominciare a discutere dei valori supremi, sui quali non troveremo mai un accordo, ma cercare di unirci contro i mali supremi».

La Cina è, o può diventare, un male supremo?

«Bisogna adattare i nostri mezzi di negoziato, pressione e discussione in funzione di quello che la Cina è. Non credo che la stampa e le classi dirigenti lo abbiano capito. Tutti si sono giustamente estasiati davanti al miracolo economico che in trent’ anni ha trasformato un agglomerato di villaggi nella terza superpotenza del mondo, ma nessuno ha pensato al pericolo che questo comportava. Molti sono convinti che il libero mercato porterà automaticamente democrazia. Nulla è meno sicuro: il miracolo economico tedesco o giapponese all’inizio del XX secolo non ha affatto portato la democrazia».

Dunque non possiamo limitarci a stare a guardare le Olimpiadi e a contare le medaglie.

«La Cina è oggi uno stato eccezionale, nessun manuale marxista o liberale aveva previsto tale fenomeno. Al vertice governa un faraone collettivo, il partito comunista, che controlla tutto, e la base è popolata da un miliardo di individui, operai e contadini, che non gode di alcun diritto. Nessuno sa quale strada questo sistema può imboccare: una lenta democratizzazione, o un nazionalismo aggressivo e molto pericoloso. I governi devono cercare finalmente di capire qual è la situazione e fare in modo che la Cina imbocchi la strada della democrazia. L’idea di difendere i diritti umani in Cina non è affatto un’utopia morale è una necessità anche per l’Occidente, se vogliamo che la Cina collabori all’ordine mondiale e non giochi da sola una partita che la Germania e il Giappone hanno già tragicamente giocato nel secolo scorso. Sarebbe una catastrofe mondiale. La questione del Tibet e dei diritti in Cina non è affatto una questione puramente morale o etica».

Dunque sì al boicottaggio.

«Bisogna aiutare quelli che chiedono più diritti, che siano i tibetani o i rari e coraggiosi combattenti cinesi per i diritti umani. Se scegliamo il boicottaggio, dobbiamo essere sicuri che sia un successo, altrimenti meglio optare per altri mezzi, magari più modesti ma più efficaci. Boicottare la cerimonia d’apertura mi sembra un’opzione decisamente migliore e più realizzabile di un boicottaggio di tutti i Giochi. Ci sono anche altre iniziative: una commissione d’inchiesta internazionale sul Tibet, l’apertura del Tibet ai giornalisti indipendenti, il rilascio dei prigionieri civili, l’apertura dei negoziati con il Dalai Lama, tutto questo potrebbe aiutare alla libertà dei cinesi e dei tibetani ed evitare che l’Occidente commetta un pericoloso e macroscopico sbaglio. L’opinione europea – parlo dei non pacifisti – ha già dimostrato di essere capace di resistere alla minaccia nazionalista e totalitaria. Con la Cina abbiamo almeno un punto in comune, siamo entrambi giganti con i piedi d’argilla, dipendiamo uno dall’altro. Sì, bisogna agire prima dell’inizio delle Olimpiadi. Tutti sono liberi di agire: anche giornalisti e sportivi possono assumersi delle responsabilità».

Lei dice che l’opinione pubblica europea è pronta e capace di agire per la difesa dei diritti umani. Eppure i diritti umani non sono al centro del dibattito pubblico.

«L’Unione europea potrebbe arrivare, nella totale assenza di segni di miglioramento da parte della politica cinese, a boicottare la cerimonia d’apertura. Sarebbe un segnale molto forte. Invece di criticare Sarkozy come un attore di Hollywood, molti farebbero bene a valutare il livello del dibattito in casa propria. Trovo triste, per esempio, che la campagna elettorale di un paese come l’Italia, ma non è l’unico caso, non affronti le questioni del mondo esterno, non parli di Tibet, Cecenia e magari nemmeno di Europa».

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