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Sunday, 30 March , 2008 / ermes

Annoiati ed offesi


la-noia-e-loffesa.jpgNel 1976, per i tipi dell’editore Sellerio di Palermo, usciva in libreria un agile volumetto dal titolo “La noia e l’offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani – Antologia a cura di Leonardo Sciascia“. Si tratta di uno di quei rari scritti che se giungesse, per caso o per diletto, nelle mani di un interessato lettore di cose “letterarie e civili” in questa “Italia scombinata”, potrebbe ridestare d’un sol colpo la sua mente ormai impoltrita e sepolta da quelle immense vagonate di stanchezza, mediocrità, demagogia, populismi che nella nostra Penisola si portano da decenni…

In effetti, vado sempre più convincendomi che il nostro Paese pulluli di persone desiderose di dialoghi, confronto e dibattito, persone che però son già fiacche, dolenti, assonnate. Sconfitta dalle ideologie che continuano a spartirsi le vesti della e delle ragioni critiche, tanta gente vorrebbe cambiare, migrare, tornare, liberarsi da una cappa di pesantezza spessa quanto la notte e dura come il silenzio. E’ stata allevata al duro lavoro e alle poche domande, allattata al pregiudizio e alle virtù della tradizione. Non ha conosciuto mappamondi, errabondi doveri, errate strade e strani pensieri.

Sempre e solo inutili eroismi: màrtiri e martìri, santi penitenti in sembianza di statue, cera lacca e bolle ufficiali, cieli ben poco stellati, cementificazione della storia e delle teste… E’ difficile trovare qualcuno che sia cresciuto in antitesi qui da noi, dico in contrapposizione ai baronati, al chiacchiericcio, alla frustrazione. Il conformismo (rosso, nero, verde, bianco…) è stata l’aspirazione massima di milioni di individui costretti – e corretti – ad apprendere solo a menadito. Come pappagalli, come megafoni di regime. Piazza Venezia non è passata e mi convinco che non passerà.

Come “la pelle di zigrino” di Balzac m’appare la nostra Penisola: stinta pur troppo, incolore, destinata al grigiume: ché potrebbe adagiarsi delicata e leggera, mentre invece si fa vecchia e rabbrividisce nel freddo. Dimentica dei propri padri, vaga come spensierata nave di crociera, illuminata a festa e ubriaca di gioia: non conosce rotta però, né stasi, né freno. Finirà un giorno in luoghi oscuri che sarà impossibile lasciare, forse vi è già. Rimpiangerà gli attimi, le attese maltrattate, le speranze disilluse, la troppa coerenza, l’onesta indifferenza.

Lo stato comatoso del dibattito pubblico qui da noi rasenta il fondo del barile, inebriato di vapori alcolici ed ettolitri di esilaranti liquori. Dai tempi di Mussolini (Einaudi e in parte Salvemini direbbero dalle camarille di Giolitti, Gobetti e Rosselli parlerebbero della fine della “Destra storica” di Cavour), il livello di impreparazione e prostituzione delle classi dirigenti italiane farebbe impallidire qualsivogl’altro Paese occidentale. Specchio e artefice della società che sgoverna, l’élite intellettuale e politica nelle nostre diserte lande non cambia, non muta, e al contrario acceca: come nelle autocrazie, forma e finzione coincidono e si è sempre uguali a se stessi.

Non è data novità, solo eresie. Non gioco, ma seriosità da far spavento. I capelli imbiancano mentre le smorfie, le ironie, le spacconate si eternano. La fortuna salva taluni, gli affondati sono contenti. La più grande e purulenta e infetta piaga del nostro Paese è nell’assenza di uno Stato di diritto: la legalità, che sola nasce da fatica e rispetto per l’altro, è straniera in patria. Meglio, molto meglio le pose volgari della forza bruta, del sotterfugio atavico figlio del borbonismo partenopeo e dei vicereami della Trinacria. Avessimo conosciuto minima vigenza di un barlume di legalità, non avremmo regalato al modo la peste fascista, esportato integralismo religioso, fanatismo burocratico, pre-potere latifondista.

Il libro ritrovato, la riscoperta antologia curata da Sciascia, custodisce uno tra gli scritti più belli che credo la letteratura italiana possa vantare. E’ testo di Vitaliano Brancati: è passo che dice di Giuseppe Antonio Borgese, al cui proposito basterà accennare che fu dei dodici (tra più di mille e duecento) docenti universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al sedicente “Duce”, che duellò col Croce in teoria e pratica del liberalismo, che fu con Salvemini fondatore della Mazzini Society in quegli Stati Uniti che gli offrirono rifugio e vita, lontano secoli dalle miasmatiche paludi italiche ridotte a latrine dal tanto amato Uomo della Provvidenza (Pio XI copyright).

Vitaliano Brancati
Dialogo con Borgese

Sui vent’anni, io era fascista sino alla radice dei capelli. Non trovo alcuna attenuante per questo: mi attirava, del fascismo, quanto esso aveva di peggio, e non posso invocare per me le scuse a cui ha diritto un borghese conservatore soggiogato dalle parole Nazione, Stirpe, Ordine, Vita tranquilla, Famiglia, ecc. Per effetto di non so quale triste tendenza, che si annidava nel fondo della mia natura, e che ancor oggi mi fa dormire con un solo occhio come il custode nella casa già visitata dai ladri, sui venti anni io mi vergognavo sinceramente di ogni qualità alta e nobile e aspiravo ad abbassarmi e invilirmi con lo stesso candore, avidità, veemenza con cui si sogna il contrario. Forse a causa della mia gracilità (e un poco delle letture: Ibsen, Anatole France, Pirandello, Bergson, Gentile, Leopardi frainteso…) io guardavo con stupita ammirazione, come a statue di Fidia, a quelli fra i coetanei ch’erano più robusti e più idioti, e avrei dato due terzi di cervello per un bicipite ben rilevato. Davo al Pensiero (studio, meditazione, esame di coscienza, disamore per il pratico e l’utile) la colpa della mia magrezza, e lo ripagavo con una fortissima antipatia. Una parola mi abbagliava e riscaldava come un sole: istinto, e dietro le veniva, più filosofica ma non meno luminosa, l’altra parola di moda: intuizione. Facevo scherma e atletica leggera, portando il cigolìo delle mie ossa sugli anelli in cima alle pertiche e sotto il fischio delle piattonate (giunsi al punto da vincere un campionato schermistico; e la fotografia di un giornale mostra ancora una coppa d’argento fra le mani di un magrolino che appena la sa reggere); scambiavo il senso di benessere dopo la ginnastica (a me ignoto durante l’adolescenza sedentaria e poetica) per il più alto sentimento umano. Afflitto dall’idea della morte che, nello specchio, pareva guardarmi attraverso la mia pelle diafana, e della quale i miei nervi esauriti mi facevano spesso provare almeno due dei tre stati con cui essa progredisce e si conclude, il mio più grosso problema non era quello morale, ma l’altro di esistere. Star bene in salute era per me un attimo inebriante nel quale si compendiavano il pensar bene, l’operare bene, il sognar bene, l’esprimersi bene. Una confusione simile credo che non sia mai accaduta in un cervello umano. Il mondo era capovolto, col cielo in basso e l’inferno in alto: la salute mi avvicinava all’alto, e la malattia al basso, e poiché sapevo che in alto c’era Dio e in basso il diavolo, credevo in buona fede di vedere Dio sorridere alle mie smargiassate, e il diavolo trasparire fra la malinconia, la pensosità e il rimorso, i tre veli della mia adolescenza che ogni tanto cercavano di riavvolgermi. Provavo per Croce l’acuto fastidio che il dormiglione e poltrone prova per colui che lo scuote e sbatte per i capelli: sentivo in Croce l’unico serio pericolo, esistente a quei tempi, per i miei velenosi e ormai piacevoli sogni.
Il fascismo, lo reputai una religione; e in verità non potevo trovare un culto più macchinoso e fervido della bassezza e un odio più sincero e meglio armato per le cose alte e nobili. L’Italia fascista, la reputai un tempio: nessuna società infatti aveva mai dichiarato, con tanto concorso di popolo, grandiosità e strepito, dalle sue piazze, dalla sua radio, dai suoi giornali, dalle sue Camere, dalla sua scuola, guerra al Pensiero. Quel credere non si sapeva bene a che cosa, mentre non era moralità per il fatto che non era credere a Gesù Cristo né al Bene e dunque non imponeva alcuna altra rinunzia, era un gradevolissimo e sicuro antidoto del pensiero: quel credere si risolveva in sostanza nel categorico invito a non pensare. Mirabile credo per uno che si trovasse nello stato in cui allora mi trovavo io. Provai la gioia dell’animale da gregge: di essere d’accordo con milioni di persone (e di conseguenza coi loro prefetti, i loro giudici, la loro polizia, ecc.), e sentire, con un grado in più d’intensità, quello che, non esse, ma il loro insieme sentiva. Un ottimismo di terz’ordine s’impadronì di me, e un’ilarità da gitante in comitiva s’attardava sul mio viso anche nella più completa solitudine. La mia stupidità si atteggiava a genio, e del genio imitava i miracoli nel ridurre le cose più complesse e ingarbugliate a unità semplici ed eterne (com’è naturale, si trattava di un’eternità che avrebbe fatto ridere di disprezzo la meno longeva delle effimere!). Nello stesso tempo, amavo e ammiravo Borgese, ma non per le ragioni che dovrebbero indurre una persona ad amarlo e stimarlo, sibbene per altre, del tutto opposte, che io trovavo in seno alla confusione tenebrosa da cui ero occupato. Mi pareva che Borgese moralista celebrasse la vittoria dell’uomo attivo sul pensatore; vedevo in lui la stessa sfiducia nel pensiero che faceva battere il mio cuore e sulla quale credevo che potesse ergersi una nuova moralità. Il suo Rubè che si lasciava misticamente calpestare dai cavalleggeri, il suo Elio Gaddi che annunziava misticamente una generazione di barbari di gran lunga superiore a quella di uomini perbene a cui egli apparteneva, mi parvero i simboli poetici del fascismo. E con perfetta sincerità facevo le mie grandi meraviglie perché Borgese non fosse ancora esplicitamente fascista; e a lui che, da uomo tollerante e civile, sopportava le mie sciocchezze, mandavo lettere per esortarlo ad essere anche nelle apparenze quello che io credevo fosse già nella sostanza. A una lettera, che gli mandai in America, Borgese rispose con un’altra che mi giunse quando la mia ubbriachezza di stupidità era per dissiparsi, lasciandomi fra sofferenze e disordini morali talmente forti da non far capire che cosa andasse alla malora, se le mie larve o la mia gioventù o la mia vita stessa.
La lettera è dell’8 luglio 1933, e io la pubblico testualmente, togliendovi quei passi in cui l’affetto spinge il Borgese ad espressioni soverchiamente gentili nei miei riguardi:
« …Ella non può far nulla.
« Si tratta di questo. Non certo sollecitato da me l’Istituto di Cultura Italo Argentino, B. Aires, mi chiedeva fin dalla primavera del ‘31 un giro di conferenze nell’America del Sud. Tutto fu fissato per l’estate scorsa, poi prorogato a questa. Infine, a patti già conclusi, ostinatamente tacquero, e non ebbero nemmeno il coraggio di confessare il perché della rottura.
« Essa è stata voluta da Roma, o più precisamente dal gang dei miei nemici che fa capo a un certo Piero Panni.
« L’altro gang è a Milano, e fa capo al sen. Gaudenzio Fantoli, il quale dispone del Guf. Né l’uno né l’altro caso possono riportarsi, salvo che indirettamente, ad avversioni personali; né l’uno né l’altro ad avversioni letterarie (poiché tutti e due i capi sono illetterati). Sono casi di nequizia pura, d’imbecillità pura. Non sanno quello che fanno.
« L’azione combinata dei due gruppi mi procurò alquanti anni, molti anni, di una tortura inenarrabile e incessante: tale che non posso pensarvi senza una specie di raccapriccio per la più che cristiana virtù con cui la sopportai.
« Tale tortura non sarebbe stata possibile senza tolleranze superiori.
« Infine la banda di Milano mi costrinse all’esilio; quella di Roma, inseguendomi perfino in Argentina, mettendomi spie alle calcagna perfino nei recessi più rustici della Nuova Inghilterra, facendomi insomma in tutti i modi sapere quali accoglienze mi prepara il ritorno, m’impedisce ancora il ritorno.
« In relazione al mio programma di lavoro, l’impossibilità del viaggio in Sud-America è, come dicono qui, “una benedizione sotto mentite spoglie “; la solitudine in cui passo quest’estate è fertile e serena; ed è pur vero che i tre quarti dei nostri beni li dobbiamo ai nemici. Resta però il valore di sintomo.
« Le accuse che mi si fanno, e che mi hanno costretto all’esilio, sono di doppio ordine. Una è positiva, l’altra è negativa.
« L’accusa positiva si riferisce alla mia politica cosiddetta rinunziataria degli anni ’17 e seguenti.
« Supponendo che ciò ch’io feci allora fosse delitto, e che questo delitto sia prescritto, io devo poter vivere nella mia patria senza condanna. Se invece è soggetto a sanzione, mi si deve imputare e giudicare. Davanti a qualsiasi tribunale, se non mi si toglie la parola, io dimostrerò che la mia politica cosiddetta rinunziataria è il solo pensiero seriamente imperialista che si sia avuto in Italia da molti anni. Qualunque imperialismo territoriale è flatus vocis o catastrofe.
« L’accusa negativa è che io non abbia fatto e non faccia dichiarazioni fasciste. Lei pure me ne ha chieste; e da Lei, Brancati, non m’aspettavo questa richiesta.
« Lei ne ha fatte e ne fa; ma, senza dubbio, con animo convinto. Dunque la Sua servitù è libertà. (In verità, io non mentivo; ma questo scusava o aggravava la mia colpa? Non ero servo della menzogna, ma ero servo del diavolo « ch’è padre di menzogna »).
« Io — a prescindere dall’inumanità di chiedere che il torturato incensi gli aguzzini — fui nella mia verde gioventù dannunziano diciotto mesi, e non ortodossamente…; nemmeno nei momenti di misticismo più sentimentale, a cui accresceva attrattiva la nostalgia della patria in paesi protestanti, seppi decidermi alla comunione; non fui mai socialista o massone. Qualunque cosa valga la mia vita, essa è stata una testimonianza di dignità e di ragione. Non mi fingerò fascista a cinquant’anni sonati.
« Potrebbe darsi ch’io dovessi trovarmi davanti all’alternativa di rovinare la mia anima. In questo caso Lei che mi vuol bene mi dovrebbe consigliare di scegliere l’anima.
« Forse questa lettera Le spiacerà. Ma la riponga tra le Sue carte, ed aspetti a giudicarla dieci anni…»
Non dovevo aspettare dieci anni. E già nella lettera seguente, Borgese indovinava il mio stato:
« Probabilmente la crisi di salute che ha avuto in questi mesi dipende da incertezza e travaglio interiore. Non se ne affligga…»
Ma qui comincia per me una storia del tutto diversa, la quale, non facendomi il disonore che mi fa la prima, non conviene sia narrata.

I fascisti invecchiano, 1946

(in Leonardo Sciascia, a cura di, La noia e l’offesa, Palermo, 1991, pagg. 78-82)

9 Comments

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  1. ermes / Mar 30 2008 12:19 AM

    “E qui bisognerebbe fare un lungo discorso su D’Annunzio in rapporto a tre generazioni di italiani: la generazione di Borgese, quella di Brancati, la nostra. Ma lo abbreviamo, il discorso, considerando come tutte e tre le generazioni abbiano dovuto fare – ovviamente con sempre minore intensità – lo stesso sforzo per liberarsene: e minore di quello di Borgese, e grazie appunto a Borgese, lo sforzo di Brancati (anche se d’altra difficoltà per la presenza del fascismo); e minore di quello di Brancati, e grazie anche a Brancati, il nostro. E s’intende che parliamo di tre generazioni d’italiani “colti”; ché più durevole, più effettuale, più complesso è stato l’influsso di D’Annunzio su tre generazioni d’italiani “incolti” (e forse non è ancora spento, se qualche traccia è possibile scorgerla nell’eversione di appena ieri)”.

    (Leonardo Sciascia, Per un ritratto dello scrittore da giovane, testo del 1985, ora nel terzo tomo delle Opere di Sciascia, edizioni Bompiani, anno 2004 – pp. 181-2)

  2. ermes / Mar 30 2008 12:19 AM

    “E’ uno stato d’animo che ha come causa immediata l’essersi sentito diverso e come reprobo a quel ballo popolare; ma si può senz’altro credere che, in pieno dannunzianesimo, nel culto dell’energia e della forza non disgiunto da quello della mondanità, questo rammarico, questo risentimento, in lui covasse e di tanto in tanto affiorasse. Ed è da ricordare che su questo tema – di una intelligenza coltivata dai familiari con “amore insuperabile” ma destinata alla sconfitta nel gioco della vita – si svolge quel non felice romanzo di Brancati che s’intitola L’amico del vincitore: col che vogliamo ancora una volta indicare un rapporto che potremmo dire di successione e continuità tra i due scrittori siciliani. L’educazione ideale e letteraria di Brancati viene senz’alcun dubbio – anche prescindendo da quell’elemento documentario che Brancati inserisce ne I fascisti invecchiano – da Borgese. Entrambi sono, in successione, i più veri ed effettuali scrittori liberali di questo secolo: Borgese di fronte al fascismo; Brancati, da un certo punto in poi, di fronte al fascismo e poi di fronte al marxismo; e perciò stanno come in disparte, solitari e quasi dimenticati. E in quanto all’educazione letteraria, crediamo si possa senz’altro affermare che gli scrittori che più contribuirono alla formazione del giovane Brancati – Stendhal, i grandi russi – gli arrivarono dalle appassionate letture che andava facendone Borgese”.

    (Ancora dal testo Per un ritratto dello scrittore da giovane, come già citato – pag. 183)

  3. ermes / Mar 30 2008 12:33 AM

    Lo stesso Sciascia, nella Premessa a La noia e l’offesa (op. cit., pp. 15-6):

    “Ci sono ormai tanti libri di storia, il fascismo è stato per ogni verso descritto ed analizzato, se ne conoscono le cause, le concause, gli effetti: ma sempre meno i giovani riescono ad immaginare il tempo fascista, sempre meno riescono a capire che cosa sia accaduto, a due generazioni di italiani: a quella che volle o fu chiamata a combattere la guerra del ’15-18 e a quella che intorno a quegli anni nacque.

    “Questa antologia vuol dare un’immagine del fascismo nel suo farsi e nel suo disfarsi, attraverso la più immediata trascrizione di coloro che lo hanno vissuto come scrittori, come artisti, come intellettuali – e insomma come uomini, per dirla pirandellianamente, che vivono e si vedono vivere: con tutte le implicazioni che comporta il ‘vedersi vivere’. L’immagine riguarda particolarmente la Sicilia, e viene dalle pagine di scrittori siciliani. Ma non per un criterio limitativo o, peggio, di sciovinismo regionalistico: soltanto per l’esigenza di conferire all’immagine quella concentrazione e concretezza che di solito la Sicilia offre per ogni male italiano”.

  4. ermes / Apr 9 2008 11:16 PM

    La noia nel ‘937

    Chi non conosce la noia, che si stabilì in Italia nel 1937, manca di una grave esperienza che forse non potrà avere più mai, nemmeno nei suoi discendenti, perché è difficile che si ripetano nel mondo quelle singolari condizioni.
    Non che tutti in Italia si annoiassero, o almeno credessero di annoiarsi. La maggior parte anzi credeva il contrario, di star bene o addirittura di essere felice. I giovani, nati dopo il ’15, non ricordavano una società diversa dalla propria; i vecchi, avviliti perché vinti , erano creduti soltanto quando non credevano più ai loro ideali, sicchè essi dovevano mentire per acquistarsi la reputazione di veritieri. Le donne poi, casalinghe contente che i loro mariti non fossero distratti dalla politica, le corrotte che i loro amanti non fossero indeboliti dal pensiero o resi freddi dagli ideali, aiutavano in tutti i modi a tenere in piedi l’inganno. Sì, erano felici! Come, non erano felici? Chi è quel pazzo che sostiene che non siamo felici? Perdio, che bei tempi! Tempi meravigliosi!…I giornali, approfittando di tanta ingenuità si buttavano a domandare: “perché siete contenti di vivere nella vostra epoca?”. E i lettori su a rispondere con un sacco di ragioni.
    Eppure sarebbe bastato che, dal mezzo di un giardino popolato di persone che si ritenevano felici, erompesse una risata dei vecchi tempi, una di quelle risate squillanti, energiche, di autentica e personale gioia, perchè tutti trasalissero di stupore, d’invidia e infine di vergogna, come un’accolta di suonatori stonati alla pura arcata di un Paganini.
    La noia era grande. Non si poteva sfuggire alla brutalità senz’annoiarsi mortalmente. La vita dell’uomo onesto e, naturalmente, appartato e solitario, mandava di notte e di giorno il sottile stridio di un vecchio legno intarlato.
    Proprio in quel periodo, capitò a Caltanissetta, e alloggiò nell’unico albergo riscaldato della cittadina, un uomo di appena trent’anni, chiamato Domenico Vannantò. Era alto, magro, il viso affilato e pallido sarebbe stato perfino tagliente se una luce ancora più pallida , piovendogli dagli occhi, non ne avesse estenuato gli zigomi e il mento, e sostituito la durezza con la stanchezza; quando camminava, teneva sempre una mano sul dorso, una mano che si serrava e si apriva di continuo, ciascun dito lottando con gli altri, specie il pollice che, dopo essersi cacciato fra l’indice e il medio, fra il medio e l’anulare, fra questo e il mignolo, soccombeva nella stretta dei suoi vicini e nemici.
    Solo chi gli andava dietro, e osservava attentamente quella mano, poteva vantarsi di conoscere la qualità più delicata e repressa di Vannantò: i nervi e l’inquietudine, perché nel resto della persona egli era ineccepibile. Chi gli sedeva accanto o di fronte, s’ingannava profondamente sull’indole di lui, al punto che persone colleriche, smaniose o irruenti, ma in sostanza poco sensibili, si riconobbero spesso il diritto d’invidiarlo: “Beato Lei, beato Lei che non ha nervi!”.
    Nel’37, come abbiamo detto, Vannantò, tornando da Roma, ove aveva perduto la prova scritta di un concorso, per esservi arrivato con un giorno di ritardo, si fermò a Caltanissetta, all’albergo Mazzoni. Vi si fermò col proposito di passarvi una giornata, ma sulla fine di febbraio erano già venti giorni ch’egli appariva, al tocco in punto, nella sala da pranzo dell’albergo, facendo tacere la vasta tavola a cui sedevano i giudici del Tribunale, il Presidente e il Pubblico Ministero, questi due ultimi con la zucchetto in testa e lo scialle addosso, la cui frangia andava continuamente a pescare nel fondo dei piatti e dei bicchieri. Tacevano, ma per un minuto, e subito riprendevano a tuonare, come se gettassero tutta l’eloquenza avvocatesca ch’erano stati costretti a ingoiare la mattina. Assordati dalle proprie parole, accecati dai propri argomenti, essi non prestavano più attenzione ad alcuno, e Domenico Vannantò, che, poco prima, sentendosi guardato da tanti occhi, aveva stabilito di lasciare subito Caltanissetta, tornava sulla sua risoluzione e stabiliva di rimanere ancora un giorno.
    Vannantò, se fosse vissuto nel’700, sarebbe stato un pensatore, e avremmo letto di lui un qualche articolo nella vecchia Enciclopedia; se fosse vissuto nell’800, sarebbe stato un poeta, e avrebbe combattuto per l’indipendenza greca; vivendo in Italia nell’epoca in cui gli era toccato di vivere, e avendo trent’anni nel ’37, faceva l’unica cosa nobile che potesse fare un uomo come lui: si annoiava.
    Ma come? Si dirà, un rimedio alla noia si trova sempre! Perché non lavorava?
    Il lavoro, a quei tempi, si riduceva a un compito da eseguire: Vannantò ne aveva ripugnanza.
    Perché non meditava?
    Nella fanciullezza e nell’adolescenza, aveva molto meditato,e l’aria del suo viso era stata quella di un ragazzo a cui dolesse fortemente il capo: il pensiero della morte lo aveva estasiato a tal punto da togliergli il respiro, come un vento piacevole, ma che troppo crescesse di rapidità e violenza; i suoi mattini più felici erano stati quando si svegliava dall’aver sognato che uno sforzo fortissimo, quasi sanguinoso, della memoria gli aveva riportato un ricordo dell’aldilà, di prima della nascita, ricordo che di nuovo s’era perduto, ma della cui dolcezza gli rimaneva una lacrima fredda all’orlo dell’occhio; una testa di lupo, premendo dall’esterno il vetro della finestra, non gli avrebbe dato il batticuore che gli dava, in quello stesso vetro, un cielo stellato; rimasto solo in un giardino, dopo essersi guardato attorno come chi si accinge a rovistare i cassetti in casa d’altri, s’inginocchiava davanti ad un cespuglio, v’immergeva la mano, li braccio, e si dava a frugare e tastare in tutta fretta, sperando di premere per caso, in qualche ramo o sassolino, il tasto segreto dell’universo, per il quale si spalancasse la porta del mistero e gli angeli vi apparissero gloriosamente; poi a scuola, le prime notizie scientifiche sul moto di rotazione terrestre, le aveva prese tanto sul tragico da guastarsi il piacere di veder sorgere e tramontare il sole come gli altri uomini sogliono vederlo comunemente; e di un tramonto egli vide, non più l’apparenza, ma la realtà vertiginosa: il lato occidentale della terra si avventava sul sole, lo copriva, lo nascondeva, il lato orientale, invece, precipitava lasciando scoperto un cielo bruno, poi nero, e tutto l’orizzonte si rovesciava come un gran piatto dalla parte della tenebra…ma alla fine questi pensieri e sogni e sensazioni gli si aggrovigliarono in tal modo ch’ egli disse: “Basta! Non sono un bambino! Sono un uomo!”, e pagò caramente l’aver meditato sul mistero dell’universo da bambino perché gli rimase il sospetto che il meditare su quell’argomento fosse proprio cosa da bambini, per nulla degna di un adulto. La lettura di alcuni filosofi del suo tempo lo confermò in questa supposizione. Egli andò oltre, naturalmente, e smise la meditazione non solo di quell’argomento, ma di qualunque altro di filosofia e scienza; e se talvolta ne era riassalito, il suo cervello ormai l’accoglieva come un principio di stanchezza o di sonno, al quale seguiva o un vago immaginare o il sonno vero e proprio.
    E le donne? Perché non si dava alle donne, diamine? Donne ce n’erano, donne non ne mancavano!
    S’era dato alle donne…come no?…E con grande piacere le prime volte. Quando “riuscì nel suo intento ” con la signora Gallerati, gettò un urlo che fu sentito in tutto il caseggiato. Ma se il piacere gli piacque moltissimo, le donne finirono ad irritarlo. Le ragazze riflettevano, più di ogni altra creatura al mondo, la sinistra luce dei tempi. Frasi sportive o sciocche, modi barbari o indifferenti, s’erano impadroniti di quei corpi delicati. Vannantò perdette le staffe: egli non riusciva a sopportare uno sguardo maschile o stupido in due occhi di fattura quasi divina, né una manata cameratesca da una mano perfetta. La Bellezza, carica com’era di stupidità, gli divenne odiosa: egli prese una cattiva strada, cominciando a trovare voluttuoso il dare sfogo ad uno strano sentimento di vendetta e abiezione; e fuggendo il più possibile dalla Gioventù e dalla Bellezza, andò a nascondere il suo piccolo urlo supplichevole in seno ad alcune donne di cui ci risparmieremo di ritrarre le sembianze e in ogni caso di rivelare l’età. Ma questo non durò che tre anni: la castità più gelida venne a coprirlo dalla testa ai piedi come un sudario. Le donne del resto non lo degnavano di alcuna attenzione: alla sua persona alta e magra, il suo sguardo lento e chiuso, che nell’800, col solo apparire in una sala, avrebbero fatto steccare una fanciulla che cantasse, non piacevano nel’937, bastava che gli sedesse accanto un giovane dalla testa rapata, le spalle quadre, macinando un bocchino fra i denti scoperti dalle labbra sprezzanti, perché una ragazza non rispondesse più ai suoi molti saluti, talmente le diventava invisibile.
    Se odiava la tirannide, perché non sparava?
    Contro chi, avrebbe dovuto sparare? Giudicava che la tirannide avesse tante teste quante la servitù; che caduta la prima, tutte le altre, che le sonnecchiavano dietro, si sarebbero svegliate e rizzate più cupe che mai. “La tirannide non si uccide!”, soleva dire. “Si uccide la servitù! Ma io incontro, in ogni passeggiata, non meno di mille facce servili: non posso uccidere mille persone alla volta!”.
    Avrebbe potuto fare un bel gesto, ne conveniamo. Ma le parole “bel gesto” con quell’aggettivo tronco bel le reputava adatte piuttosto ad una donna che a lui: un bel gesto era una vanità di cui soltanto una persona vanitosa avrebbe trovato gusto ad ornarsi. Se egli lo avesse compiuto, la moltitudine lo avrebbe biasimato, questo non gli importava gran che; ma ne avrebbe anche riso, e questo gli importava molto, perché quell’infinito riso di sciocchi e di servi gli pareva il meno atto, tra i rumori del mondo, a lasciarlo dormire quietamente nel fondo della tomba, in cui di sicuro il bel gesto lo avrebbe gettato.
    Insomma non gli restava che annoiarsi, annoiarsi nei modi più strani e diversi, ma unicamente annoiarsi. E questo egli faceva, passando da una noia avida e feroce, che divorasse quanto c’era all’intorno di odioso, a una noia sorda e plumbea, in cui si spegnesse, come grido nella nebbia, quanto c’era di vanitoso e petulante, a una noia lugubre e nera che avvolgesse, nel pensiero castigatore della morte, quanto c’era di stupidamente giulivo. Gli altri credevano di agire, ed egli si annoiava; gli altri credevano di godere, ed egli si annoiava. Gli si annoiava quasi in faccia, con la cattiveria di chi sbadiglia sul muso dell’oratore per fargli intendere chi dice balordaggini. Ma anche quand’era solo, il che gli accadeva spesso, e nessuno lo vedeva, quel suo annoiarsi tenace, occulto, profondo gli pareva che lentamente, ma sicuramente andasse consumando tutto e tutti, specie la persona (e in questo non s’ingannava) che più di ogni altra col tempo gli era venuta in fastidio: se stesso.
    S’era fermato a Caltanisetta perché aveva subito intuito che qui la noia toccherebbe un punto che altrove non aveva mai sfiorato. La cittadina di Pietragialla, sospesa su una squallida pianura; l’albergo affacciato sulla piccola stazione da cui trenini affaticati gettavano ogni tanto uno stridulo grido; i portoni chiusi di prima sera, ai piedi dei quali i cani roteavano su se stessi cercando di mordersi la coda; le nuvole che passavano di gran corsa, cacciate da un vento che non aveva tregua; la statua del Redentore in cima ad un colle su cui piovevano gli sguardi dei carcerati dalle finestrine di un casamento livido; le fabbriche di chitarre ai piedi di vecchie chiese, il mantello del federale zoppo nella nebbia del tramonto, gli avvocati che gesticolavano davanti al portone di casa, mentre sul loro capo, stesa a un filo tra balcone e balcone, la loro camicia gesticolava anch’essa; le conferenze sull’impero, le paoline… cosa gli mancava per portare la noia al grado dell’esultanza?
    Come un gobbo, a cui venga presentato il più perfetto ed elegante degli abiti da gobbo, Vannantò, nel vedere quella città, ebbe un piccolo sorriso amaro. “Questa va bene!”, si disse, e annunziò al portiere dell’albergo che si sarebbe fermato un poco… Che poco! Gennaio passò via, febbraio volò, era già la metà di Marzo e Vannantò non si risolveva ancora a partire. Passava le giornate solo, perché l’unica persona che avesse conosciuto, il Pubblico Ministero, s’era molto scandalizzato nel sentirlo parlare: “Ma perché vi annoiate? Si può sapere per quale ragione vi annoiate? Che vuol dire, scusatemi, che vi annoiate?… La sera, venite a giocare a dama con me!”.
    Quel buon vecchio del Pubblico Ministero s’era anche provato ad accompagnarlo in una passeggiata serale sul colle del Redentore. Il vento fischiava dentro i loro baveri, e Vannantò pareva ascoltarlo con tanto interesse, ora aggrottando le ciglia, ora storcendo la bocca chiusa, che il compagno non osò disturbarlo con una sola parola. “Siete poco loquace!”, gli disse per giunta Vannantò, alla fine della passeggiata, “Il diavolo che ti porti!”, pensò il giudice. “Io parlo dalla mattina alla sera! Sei tu che fai cascare la parola di bocca!”.
    Vannantò era tornato a passeggiare solo. Leggeva poco, non scriveva nulla, osservava con attenzione cupida e vuota l’ultima mosca letargica che gli volava a mezz’aria nella camera, passeggiava… Chi sa quale poeta o eroe o filosofo moriva in lui piano piano, durante quelle passeggiate che lo riportavano diecine di volte davanti al medesimo specchio lesionato del corso, ove sempre, malgrado i giuramenti di non farlo più, apriva le labbra e si guardava i denti?
    Una mattina, la noia gli parve così insopportabile che ne parlò in un telegramma scherzoso ad un amico.
    Due giorni dopo, fu bussato alla sua camera.
    Vannantò, in quel momento, sedeva accavalcioni su una sedia, poggiando le braccia su una spalliera, sulle braccia il mento, e guardando torpidamente la porta e il muro bianco.
    “Chi sarà mai?”, si domandò, e non aveva ancora terminato di domandarselo che uno sconosciuto entrò lesto lesto e rinchiuse la porta dietro di sé.
    “Siete voi Vannantò Domenico di Pietro?”.
    Vannantò era così annoiato che la novità, invece di scuoterlo, parve addormentarlo maggiormente come un fastidio che gli portasse al culmine la stanchezza. “Sono io!”, mormorò.
    L’altro, con un fare sfacciato e confidenziale, si era seduto sul letto, e alzando un ginocchio per appoggiarvi un quaderno sul quale era pronto a scrivere, e scuotendo in aria la matita, domandò: “Posso darvi un consiglio?”.
    Vannantò non rispose nulla, ma il suo occhio, risalita lentamente la persona dello sconosciuto, gli arrivò in faccia così pieno di disgusto, che l’altro cambiò tono.
    “Dunque”, disse, “perciò…”. Tossì due o tre volte, cavando dalla raucedine una voce sempre più severa. “Dunque, egregio camerata, è vostro il seguente telegramma? Spero rivederti Roma… eccetera… partenza rimandata… eccetera… questi tempi noiosi… ecco, ci siamo! Chi vi ci porta a dire baggianate? Spiegatemi che cosa avete voluto dire con tempi noiosi?”
    Vannantò gli tenne a lungo gli occhi addosso, sbattendo ogni tanto le palpebre, come un cane più attento alla faccia di una persona che alle sue ingiunzioni. Finalmente parve svegliarsi. “Chi siete, per favore?”, domandò. “Io? Come? Io?”. Lo sconosciuto si mise a ridere, poi rovesciò il bavero della giacca e mostrò un dischetto di metallo: “Questura!”. Aspettò che il suo gesto avesse un effetto notabile nel viso di Vannantò, ma poiché in quel viso non si disegnava nulla, fece una smorfia e riprese: “Dunque, abbiate la compiacenza di spiegarmi questi tempi noiosi! Cosa c’è, sotto? Chi si annoierebbe? Non vorrete mica dire che si annoiano tutti?”. Ci fu una nuova pausa. Poi Vannantò disse: “Come piace a voi!”.
    “Come mi piace, a me? Come vi piace a voi! E state attento a quello che rispondete perché potrebbero aversi, ehm, mi capite? spiacevoli conseguenze! Dunque”, aggiunse, scrivendo a matita con difficoltà, “dunque si annoiano tutti!” Alzò il viso accigliato: “Si annoia anche il popolo?…Certo, anche il popolo… e perché si annoia il popolo?”.
    “Che ne so io?”.
    “Andiamo al sodo: non avete voluto per caso fare lo spiritoso, e dare a intendere che il popolo è scontento, il popolo se la passa male, il popolo si annoia perché ha come Capo?…”. Il poliziotto si alzò, buttandosi energicamente dietro le spalle la falda della sciarpa che gli pendeva sul petto, “perché ha come Capo Colui che sapete”.
    Vannantò lo seguì con gli occhi amareggiati senza staccare il mento dalle braccia.
    “Ehi, dico a voi! Devo scrivere la vostra risposta!”. Il poliziotto tornò a sedere sul letto. “E badate che dipendono da questa risposta le spiacevoli conseguenze a cui mi sono riferito…Dunque, perciò, poche chiacchiere! Perché si annoia il popolo?”.
    “Vi ripeto: non lo so !”.
    “Ma siete pronto a dichiarare che esso non è annoiato perché ha come Capo Colui che sapete, e che anzi è felice di averlo, ed è invidiato dagli altri popoli!…Ehi, dico a voi!”.
    “Ma che ne so io?”, ripetè Vannantò, con lo stento di chi è costretto a parlare in mezzo al sonno. “Che ne so io , se è invidiato dagli altri popoli?”.
    “Qui non si tratta di saperlo o di non saperlo: si tratta di dichiararlo, scrivendo a matita le parole che vi ho detto io e firmandole!”.
    “Scrivendo a matita…”, mormorò pesantemente Vannantò.
    “Scrivendo, per esempio, questo: io sottoscritto, ovvero meglio: il sottoscritto Vannantò Domenico Di Pietro dichiara sul suo onore, e conferma… ci mettiamo anche conferma, e conferma che nel suo telegramma mandato all’amico, eccetera, non vuole dire che il popolo si annoia perché ha come Capo eccetera… ma per altre ragioni… si annoia perché… anzi: non si annoia…”. Il poliziotto era diventato rosso fin dentro gli occhi, una vena scura gli si era gonfiata nel mezzo della fronte e pareva divorargliela piuttosto che alimentarla di sangue. “La frase non va…no, non va ! Rifacciamola da capo: il sottoscritto Vannantò eccetera dichiara che il popolo è felice di avere come Capo Colui che ha è contentissimo dei tempi presenti… Però resta il fatto che voi (vi fosse cascata la mano, quando l’avete scritto!) che voi nel telegramma ci avete messo: Tempi noiosi… dunque perciò bisogna ritrarre questo noiosi e dichiarare che le parole del telegramma vi sono scappate”.
    Vannantò, che aveva infilato le mani nelle tasche , le tirò fuori indolentemente sollevando un arnese che si appoggiò fra il collo e il mento, e poi d’un tratto fece esplodere con un fracasso che mandò a pezzi il vetro della finestra.
    “Ehi, dico a voi: che avete fatto?”, urlò il questurino, stravolto dalla paura.
    “Credo di essermi ucciso!”, rispose Vannantò, col consueto tono di noia, reso leggermente più roco dalla gola sfracellata.

    (Scritto di Vitaliano Brancati del 1958, come ne La noia e l’offesa, op. cit., pp. 42-50)

  5. ermes / May 3 2008 5:11 PM

    G.A. Borgese: ciò che insegna la sua fede letteraria e politica

    di Leonardo Sciascia

    Nel giugno del 1927, subito dopo la pubblicazione della raccolta di «ritratti di belle donne» che appunto s’intitolava Le belle, Giuseppe Antonio Borgese faceva delle «piccole confidenze» a una rivista letteraria che forse gliene aveva chiesto di «grandi». E non che di grandi confidenze non avesse da farne: solo che non poteva. «Se avessi — dice — qualcosa di veramente interessante da dire non saprei dirla che veramente in confidenza, senza i tanti testimoni che ci ascoltano mentre parliamo.» E ancora: «Quando ero molto giovane, ero pigro, e perplesso, e tormentato da mille dubbi. Una fede non mi si formò che parecchio dopo i trent’anni; e senza fede non c’è entusiasmo e felicità, e dunque non c’è arte. Ma qui, caro Cantini, dovrei farLe confidenze davvero gelose e difficili; e con tanti testimoni non posso».
    «Parecchio dopo i trent’anni», dunque: ma certo non nell’imminenza dei quarantacinque che al momento delle «piccole confidenze» aveva. Poiché era nato nel 1882, si può arguire che intorno al 1920 — e cioè quando scriveva Rubè — la sua fede si fosse già formata, la sua conversione fosse già avvenuta. E diciamo conversione non nel senso eclatante e solenne di cui lui fa tema nelle mirabili pagine sul Manzoni, ma piuttosto nel senso di «volgere e convertire gli occhi la persona da un oggetto a un oggetto», che il Tommaseo dà come «latinismo raro» ma che bene si attaglia al passaggio di Borgese dalla critica al romanzo, alla poesia; passaggio peraltro non privo di motivazioni che si potrebbero dire religiose, laicamente e politicamente religiose.
    Il fatto che dica impossibili l’entusiasmo e la felicità senza la fede, e che soltanto dall’entusiasmo e dalla felicità veda sorgere l’arte, se lo riscontriamo all’importanza che, tra tutte le sue opere, dichiaratamente conferiva a Rubè e alle Poesie (1921, 1922), ne consegue che appunto questi due libri erano da lui considerati — e sono da considerare — come consegnati dalla fede all’arte e che perciò interamente gli appartenevano, che interamente appartenevano alla sua conversione, all’uomo di fede che nell’anno 1927 ormai era. E questa osservazione, che può apparire ovvia, ha a sua volta una conseguenza per nulla ovvia e anzi di essenziale novità relativamente al giudizio che è corso su Rubè: ci permette di vedere questo romanzo non — come sbrigativamente è stato visto — come un’autobiografia, una confessione, una storia personale ambiguamente e aporisticamente in atto; ma come l’analitica contemplazione di una spoglia già deposta della propria storia, della propria disperazione, che però continuava ad essere la storia di altri, la disperazione di altri. E non di pochi altri, ma di tanti: al punto da diventare la disperata storia di un popolo intero.
    E non dispiaccia questa espressione che ha del religioso e suona leggermente d’enfasi: ma quando scrive Rubè, scrivendo Rubè, Borgese è già salvo. Si è come rifugiato in quella terra quasi di nessuno (o di qualcuno), in quell’esile striscia di territorio intellettuale e morale in cui — come sulla luna il senno di Astolfo e di tutti gli uomini che l’hanno perduto — sta il senno e il senso della storia d’Italia. Di una storia non realizzata, tralignata, impedita; ma che pure esiste, se negli italiani migliori sempre trova testimonianza e altissima l’ha trovata in Dante e in Manzoni. In questa terra quasi di nessuno si ritrova tutto ciò che nella pratica italiana, nel farsi della storia italiana, è stato ridotto a puro nominalismo, a vana retorica, a fittizia conflittualità, da un machiavellismo endemico e a momenti epidemico: vi si ritrova il cristianesimo nella sua essenzialità, il cattolicesimo nelle sue vene più limpide anche se tenui, il diritto più certo, l’aspirazione alla giustizia più fervida, gli ideali del Risorgimento più veri. E Borgese ve li ha ritrovati.
    E come Francesco De Sanctis il 20 settembre del 1870 interrompeva la Storia della letteratura italiana per annotare l’avvenimento della fine dello Stato del papa ed esclamare «sia gloria al Machiavelli!», nel giugno del 1927 Borgese avrebbe potuto riassumere la sua passione risorgimentale, [a sua passione italiana, in un’ammonizione di senso opposto: «Levatevi dalla testa Machiavelli». Ammonizione tuttora valida, e forse anzi più urgente.
    Coloro che hanno corta memoria — e i giovani cui pochissima memoria è trasmessa o che la rifiutano — si chiederanno come mai Borgese, ammettendo di poter fare delle confidenze «gelose e difficili», si rifiutasse di farle adducendo come giustificazione la presenza di «tanti testimoni». Uno scrittore, quale che sia la forma o il genere in cui si esprime, non si confida e confessa sempre? Nella sua opera non c’è già ogni confidenza, ogni confessione? Ogni buon lettore non è in grado di estrarle e di farne testimonianza?
    Ma dicendo di non poter parlare davanti a tanti testimoni, e nell’insistervi, è da credere Borgese volesse non sfuggire a una confidenza coi lettori, ma cifrarla, ma alludere alla condizione in cui lo scrittore — come del resto ogni altro cittadino di libero intendimento — si trovava a soffrire in Italia: che poteva ancora, in un’opera letteraria, attraverso vicende, personaggi e simboli, assottigliare una rappresentazione della realtà, una manifestazione del dissenso; ma non gli era permesso — pena l’emarginazione, l’ostracismo o addirittura il carcere — rendere espliciti, evidenti, apodittici i propri giudjzi sulle cose italiane, il proprio dissenso nei riguardi del fascismo dominante. I testimoni cui si riferiva non erano dunque i lettori, ma i fanatici del regime sul tipo di quel Gaudenzio Fantoli, rettore dell’Università di Milano, che proprio un anno dopo — e precisamente il 4 novembre del 1928 — inviava a Mussolini una documentata delazione contro Borgese, chiedendone «l’esclusione dai quadri della scuola italiana». Una delazione così mal scritta, che a dignità della scuola italiana avrebbe dovuto provocare l’esclusione del Fantoli.
    La confidenza del suo stato d’animo, della sua visione delle cose italiane, del suo giudizio sul fascismo, Borgese la fece dieci anni dopo, quando già da qualche anno si trovava negli Stati Uniti, scrivendo in inglese il libro Golia, la marcia del fascismo che noi italiani abbiamo letto in traduzione nel 1946. E dire «noi italiani abbiamo letto» è senz’altro un’esagerazione: pochissimi italiani allora lo lessero: e nessuno lo legge oggi. Eppure è sul fascismo, sull’Italia fascista, un libro di radicale importanza. Ed è il libro da cui bisogna partire per conoscere Borgese, scrittore oggi effettualmente sconosciuto e di cui ci si sbriga, anche nelle sedi che dovrebbero essere le più idonee, con qualche generica lode e con qualche orecchiata formula critica. E si ha l’impressione che quell’interdetto che Gaudenzio Fantoli implorava da Mussolini, meglio e più efficacemente di allora sia caduto sull’opera di Borgese dopo, negli anni dell’antifascismo, della Repubblica.
    Allora, quando Borgese si volse all’esilio americano, nel decennio che seguì e fino alla seconda guerra mondiale, il suo nome continuò a circolare in Italia; e si può anzi dire che di lui tacquero i nemici e parlarono soltanto gli amici. La Biblioteca Romantica dell’editore Mondadori continuò a portare la dicitura «Biblioteca Romantica diretta da G.A. Borgese» fino al cinquantesimo ed ultimo volume: che era il Candido di Voltaire, tradotto da Riccardo Bacchelli, uscito sulla soglia della guerra (e di questa collana a numero chiuso, in cui si raccoglieva il meglio della narrativa mondiale in traduzioni di scrittori, bisognerebbe parlare come di un’opera di Borgese, come di una summa della sua attività di critico). Ed anche a scuola era possibile scattasse la segnalazione del critico Borgese, del narratore: da parte di qualche professore o da qualche libro di testo. E io ricordo di avere allora cercato i suoi libri di racconti per quel che ne diceva la Storia della letteratura italiana del Momigliano, libro bandito poi dalle scuole per le leggi razziali.
    Il silenzio su Borgese, insomma, è calato dopo: nel trionfante antifascismo che dal fascismo, dall’eterno fascismo italiano, sembrò ricevere certe consegne. Perché bisogna dire che se i fascisti volgarmente lo odiavano (ma al vertice con una certa timidezza o pudore: ci volle l’emigrazione e il rifiuto di prestare il giuramento fascista perché Mussolini si decidesse — ma nel 1936, otto anni dopo la becera denuncia del rettore Fantoli — a chiudere il caso Borgese con questa annotazione: «Gli si poteva perdonare il passato. Non l’oggi. Continua ad essere un nemico»; parole che a noi oggi suonano come il più sintetico e giusto elogio che a Borgese si potesse tributare); se, dunque, i fascisti volgarmente lo odiavano, molti che fascisti non erano più o meno sottilmente lo detestavano («la detestazione comincia da forte disapprovazione, per lo più manifestata in parole»). Lo detestava «La ronda», anche se forse non tutti i «rondisti».
    E si può anche mettere i conto del fascismo, di un modo di esser fascisti. Ma lo detestava («forte disapprovazione») anche Croce. Tilgher diciamo che non lo anava. E Gramsci ne parlava (ne parla nei Quaderni) con una sufficienza addirittura derisoria. E nell’italia antifascista e repubblicana tutto ciò che non era crociano stava per diventare gramsciano, grazie anche al congruo apporto delle conversioni dal gentilianesimo (e qui è da dire che Gentile, che non aveva nessuna ragione di amarlo, e anzi le aveva tutte per non amarlo, non pesò per nulla nella persecuzione fascista verso Borgese). Il silenzio, dunque. E Borgese resta in quella terra quasi di nessuno.

    ***

    Fu fatta circolare, e ancora circola, una sua immagine di uomo che dalla vita aveva avuto tutto e troppo presto, e da quel tutto e da quel presto traeva arroganza e insieme disperazione. Non aveva avuto tutto: si era conquistato, come critico, il posto e l’autorità che giustamente gli spettavano e che noi gli riconosciamo leggendo i suoi saggi. Cecchi, il «rondista» Cecchi, diceva: «Se si dovesse ricercare quante idee critiche, su autori nostrani e stranieri sono in circolazione, che Borgese enunciò per la prima volta, ce ne sarebbe del lavoro da fare, e proficuo». Un lavoro, inutile dirlo, che nessuno ha fatto. E in quanto al presto, è facile sfatarlo con i dati cronologici alla mano. Considerando che a vent’anni, nell’Archivio per le tradizioni popolari, pubblicava quel saggio (dimenticato, che non figura nelle schede bibliografiche che portano i suoi libri) su Giganti e serpenti, di vasta informazione riguardo agli studi di folclore, e specialmente germanici; considerando un tal punto di partenza, che se non sapessimo l’età che aveva attribuiremmo a uno studioso maturo e sicuro, non meraviglia — in rapporto a tanta precocità — che qualche anno dopo la Storia della critica romantica in Italia, sua tesi di laurea, diventi libro di durevole valore.
    Né meraviglia che ancora qualche anno dopo Borgese faccia, con acume non disgiunto da buon senso (il buon senso, per esempio, di quel «ma ci sono i carabinieri» con cui argina la tirata del superuomo), i conti con d’Annunzio e che tra il 1910 e il 1913 aduni, nei tre volumi di La vita e il libro, una mole ingente di lavoro critico tanto intelligente e sagace da resistere al senno del poi, da essere ancora oggi illuminante. Pur essendo un precoce, insomma, Borgese non ebbe subito successo e prestigio, ma gradualmente se li conquistò: senza risolverli in arroganza e senza averne poi disperazione. E in quanto all’arroganza, è da dire invece che è impressionante la cordialità con cui si accosta ad ogni scrittore, ad ogni libro (e specialmente ai piccoli scrittori o in esordio, ai piccoli libri); la generosità su cui ogni suo giudizio, anche nella severità, si fonda: quasi che la sua divisa di critico fosse quella frase di Whitman che dice «chi tocca un libro tocca un uomo». E può in un solo caso il suo giudizio apparire arrogante: quando — più tardi, nel 1933 — scrive di Proust. Ma non lo è nemmeno in questo caso. Personalmente, lo scritto su Proust mi pare una delle più esatte e splendide pagine critiche di Borgese; ma è comprensibile che in coloro che hanno letto Proust con felicità, e particolarmente in coloro che non l’hanno affatto letto, il giudizio provochi insofferente dissenso.
    Nonché condividerlo, il giudizio su Proust a me pare sia una chiave per intendere Borgese nella estensione e varietà di tutta la sua opera. Egli vedeva nella letteratura una sintassi — parola che gli era cara — della vita, del mondo, dell’uomo, di tutti gli uomini. Pure incantevole, l’angusto e particolare spazio di Proust lo respingeva. Tra i vertici di questa sintassi che era per lui la letteratura — e le arti, e la politica — erano Stendhal e Tolstoj. Eugenio D’Ors diceva che non si può avere una nozione della poesia tanto vasta da comprendere La Fontaine e Victor Hugo. E nemmeno — specialmente da parte di uno scrittore — si può avere una nozione della letteratura tanto vasta da comprendere Stendhal e Proust. Giustamente dunque, coerentemente, Borgese si tenne a Stendhal e a Tolstol, lasciando cadere Proust.

    ***

    E per finire. Nelle «piccole confidenze» che abbiamo ricordato in principio, Borgese ad un certo punto dice: «Aspiro, per quanto sia morto, a una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio». E’ una lode che possiamo pienamente tributargli. Possiamo aggiungere, ricordando una frase che è nella voce «letterati» del dizionario di Voltaire— «La più grande sventura dell’uomo di lettere forse non è quella di essere oggetto della gelosia dei colleghi, vittima dell’intrigo, disprezzato dai potenti; ma quella di essere giudicato dagli imbecilli» — possiamo aggiungere, ricordando questa frase, che Borgese ebbe, davvero in questo senso, «tutto»: tanti altri scrittori lo invidiarono, qualche intrigo fu ordito a suo danno, qualche potente lo disprezzò al punto da volerlo perdonare. Ma soprattutto ebbe quella che, secondo Voltaire, è la sventura maggiore: che molti imbecilli lo giudicarono e forse ancora, senza conoscerlo, continuano a giudicarlo.

    (Lo scritto qui riportato, composto in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Giuseppe Antonio Borgese, è tratto dal «Corriere della Sera», 11 settembre 1982. Come anche in Appendice a G.A. Borgese, Rubè, Milano, 1994 – pp.397-403)

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