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Wednesday, 2 April , 2008 / Iperione

Buona politica?


Ecco un articolo di Valter Vecellio tratto da Notizie Radicali. Ecco quello che forse meriterebbe di essere il primo, il più importante fra i possibili e necessari disegni di legge che qualunque premier intellettualmente onesto dovrebbe presentare al Paese.

Non c’è e non ci sarà alcun futuro per l’Italia senza legalità e trasparenza nel Parlamento e nelle altre Istituzioni Repubblicane prima d’ogni altro luogo. Mi convinco che finchè mancheranno al Paese ed ai suoi cittadini questi diritti innanzitutto, non potranno esserci programmi credibili e continueremo a scrivere sulla sabbia.

La “Casta” dei “casti”. E poi ci sono i “comprati” che non sono in vendita. A partire da una bella “pagina” di “Anno Zero” di Michele Santoro…

di Valter Vecellio

Caro Pannella: tutti sozzi meno lei?

“Embé? Parlano i fatti: non c’è un solo radicale in Affittopoli. Non c’era in Tangentopoli e non ci sarà nello scandalo di Bancopoli. E infatti l’abbiamo sempre pagata, rispetto alla Mafia partitocratrica vincente, in buona parte progressista…”
(intervista a Marco Pannella a cura di Gian Antonio Stella in “Corriere della Sera”, 10 settembre 1995)

Per le elezioni Europee del 2004 i partiti spesero in tutto 87.988.791 euro. Ma quando passarono alla cassa ne ritirarono quasi il triplo, e cioè 248.956.810. Con un utile netto di quasi 161 milioni. Frutto di un’anomalia ipocrita e arrogante, introdotta da una legge approvata senza un battito di ciglio nel 1993… Esclusi i radicali, gli unici che hanno speso sempre più di quanto poi incassavano: l’eccezione, per una regola che dimostra in modo abbagliante come le forze politiche, negli ultimi anni, abbiano davvero esagerato…”. (da “La Casta”, di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella)

Bella, davvero, tecnicamente, e suggestiva, la “prima pagina” dell’ultima puntata di “Anno Zero”, la trasmissione di Michele Santoro. In un dialogo con Marco Travaglio, Santoro ha ripreso la questione – qualche settimana fa lanciata da “L’Espresso”, sugli appartamenti di lusso e di pregio che la “casta” si è accaparrata a prezzi di favore, in particolare nel centro storico di Roma. Anche nel “dialogo” Santoro-Travaglio, come con l’inchiesta de “L’Espresso”, occorreva essere occhiuti e attenti per cogliere la vera notizia: che non è, come a prima vista può sembrare: tutti i politici, si fanno gli affari loro che il cittadino comune “paga”. La notizia è: non tutti i politici lo fanno. Più che le “presenze”, sia nell’inchiesta de “L’Espresso” che nel dialogo Santoro-Travaglio, quello che ha un suo significato sono le “assenze”: non c’è, nello sterminato elenco di “casti” che fanno della “casa cosa loro”, Marco Pannella, Emma Bonino, un Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti, Maria Antonietta Farina Coscioni, Marco Cappato, un qualunque radicale. Sarà un caso? E, sia pure incidentalmente, non è il caso di farlo presente? Oppure lo si dà per scontato, che tutti meno i radicali possano e debbano fare quello che fanno?

Questo ci porta a un discorso più generale. Pare che di questi tempi vada assai di moda l’anti-politica, le parole d’ordine grillesche e quant’altro. Ed è ormai luogo comune dire che i politici sono tutti uguali, che tutti i partiti “rubano”.

Sicuri? Allora, come mai, quando si parla di politici arrestati, condannati, indagati per tangenti, concussione, appropriazione indebita, non c’è mai un radicale? E a proposito dell’odiosa legge sul finanziamento pubblico ai partiti, che obbligava a finanziare un partito anche quando se ne votava un altro, opposto: già nel 1976 i radicali raccolsero le firme per un referendum abrogativo. Eravamo una forza più o meno dell’1 per cento; tutti gli altri partiti, ad esclusione del PLI, si mobilitarono a favore della legge, ma più del 40 per cento degli italiani votò per la sua abrogazione. Grazie al voto massiccio, “clientelare”, quasi totalmente di regime, del Sud d’Italia, la legge non fu abrogata. I radicali poi ci hanno riprovato nel 1993: e la stragrande maggioranza dei votanti si pronunciò per l’abolizione della legge. Subito i partiti si sono messi d’accordo, e varato leggi non solo per annullare il voto popolare, ma per aumentare in modo esponenziale le loro “entrate”.

Oggi lo chiamano “rimborso elettorale”. E’ un finanziamento ai partiti mascherato. Il “rimborso” è concesso ogni volta che si rinnova il Parlamento italiano, quello Europeo, i Consigli regionali. Non importa quanto dura la legislatura: basta un anno, e lo Stato paga comunque per cinque. Il “rimborso” lo incassano tutti i partiti che superano l’1 per cento: un euro per ogni iscritto nelle liste elettorali. Per ogni legislatura scatta un credito di circa 50 milioni di euro l’anno per ogni istituzione: 1 miliardo per ogni legislatura.

Un danno e una beffa: con il finanziamento pubblico i partiti incassavano circa 30 milioni di euro l’anno; con il “rimborso”, ne incassano 200: il 650 per cento in più. In caso di elezioni anticipate, i finanziamenti si accumulano.

Lo chiamano “rimborso”: ma si rimborsano le spese sostenute. Per i partiti le spese non contano. Anche chi non spende nulla, incassa…

Dicono che tutti i politici sono uguali, che tutti i partiti rubano…Ma oltre ai radicali, chi altri denuncia lo scandalo dei “rimborsi” elettorali, che sono in realtà finanziamenti surrettizi ai partiti? Chi altri lotta per abolirli? Rispondere a queste domande significa anche spiegare come mai e perché di queste cose non se ne parla.

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