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Sunday, 6 April , 2008 / ermes

La pancia del Paese


Traggo da un articolo di Alberto Mingardi sul Riformista del 4 aprile scorso:

Il nodo irrisolto del nostro paese è l’incapacità dei ceti dinamici e produttivi di trovare adeguata rappresentanza politica. Fra tutti coloro che si sono acconciati a fornirgliela, Berlusconi è l’unico sempre in grado di sintonizzarsi col proprio elettorato. Storicamente, biograficamente, retoricamente, lui è l’Italia operosa. E ne ha consolidato le domande, con non troppa coerenza ma molta efficacia. Per anni, il barometro meglio tarato su che cosa pensasse il Paese erano i discorsi di Silvio Berlusconi. Il problema è che ora sembra che le speranze di quel pezzo d’Italia si siano talmente affievolite, da non farsi più neanche registrare nelle promesse berlusconiane. Il debutto politico di Forza Italia è nell’emergenza, e nell’emergenza forse le si spara grosse: cambieremo l’Italia, da cima a fondo. Quando finisce la traversata nel deserto, nel 2001, il Cavaliere è più cauto: cambieremo l’Italia al 50%. Eppure, delle sue trentasei riforme, soltanto due (la legge Biagi e lo scalone Maroni) si fanno ricordare come tali. Ora, a un nuovo appuntamento con la leadership, Berlusconi oscilla verso toni consolatoli. Spergiura di essere il “nuovo Fanfani”, non la Thatcher italiana. Si fa votare perché è il meno peggio, senza promettere rivoluzioni. Paradossalmente forte di una congiuntura a tinte fosche, lui, il ganassa del milione di posti di lavoro, usa il vocabolario della circospezione. Come parlare agli elettori, è ovviamente affare suo. Vale la pena sperare però che il barometro si sia rotto. Che il Cavaliere sia sfasato rispetto al suo popolo, tornato a votare turandosi il naso. Perché se invece Berlusconi è ancora oggi quello di ieri, un rabdomante del consenso, c’è da preoccuparsi. Se ha ragione lui, se i suoi elettori si aspettano di sentirsi dire ciò che lui dice, vuol dire che quattordici anni di vana attesa hanno spento non solo l’entusiasmo, ma persino le speranze dei ceti produttivi. Sulla base dell’impeccabile teorema che, se persino uno come Berlusconi, che l’Italia del fare la incarna, ha sostanzialmente fallito nel fare le riforme, nessuno ce la potesse fare. E allora meglio una decadenza dolce, una eutanasia, persino al fianco e non contro i sindacati, che la fatica di risalire la china. L’Alitalia siamo noi?

3 Comments

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  1. Nella Cate / Apr 9 2008 9:06 AM

    Le sue opere non mi piacciono molto, ma credo che abbia ragione da vendere….

  2. Nella Nebbia / Apr 9 2008 11:06 AM

    Da Wiki:

    …Nel 1985 conclude il suo lavoro e parte per Milano, dove nel 1986 fonda e dirige fino al 1989 un laboratorio didattico sperimentale no-profit, la “Architecture Intermundium”. Libeskind poi lascia l’Italia, sostenendo esser un grande paese ma un luogo dove è “impossibile fare l’architetto”, e accetta l’invito della “Paul Getty Foundation” a lavorare come Senior Scholar al “Center for the Arts and the Humanities” a Los Angeles…

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  1. Pulpiti e prediche « Abeona forum

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