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Sunday, 11 May , 2008 / ermes

Regno borbonico


“La stroke-unit sta all’ictus come l’unità coronarica sta all’infarto, ma mentre queste ultime sono diffuse abbastanza capillaremente su tutto il territorio nazionale, di stroke unit ce ne sono soltanto la metà rispetto a quelle necessarie. L’ultimo rapporto parla di 89 unità attivate a tutt’oggi: ne servirebbero il doppio. E di queste soltanto otto sono al Sud e nelle isole”.

Ictus, pochi centri di emergenza

dal Corsera di ieri

MILANO – Roma, 2 aprile 2008, ore 14: Marco (nome di fantasia per un ragazzo diciottenne, di quelli che studiano, giocano a pallone, fanno una vita normale) improvvisamente ha difficoltà a parlare e non muove più il braccio e la gamba sinistra. Ore 15: arriva al Policlinico Umberto I. I medici sospettano subito un ictus: è codice giallo (giallo e non rosso perchè non c’è immediato pericolo di vita, ci sono margini di intervento). Ore 15.30: il giovane viene sottoposto a una risonanza magnetica che vede un’arteria chiusa da un coagulo di sangue, una piccola zona del cervello già «morta» e un’area tutta attorno in sofferenza per mancanza di ossigeno. Ore 16: al paziente viene somministrato un trombolitico, una sostanza che scioglie i coaguli di sangue. Tutto accade nel giro di due ore. Il ragazzo si riprende bene, nei giorni successivi la risonanza magnetica fotografa soltanto una piccola cicatrice nel cervello, tutta la zona attorno si è salvata. Oggi ha ripreso la sua vita normale, poteva restare paralizzato a metà.

UNITA’ SPECIALIZZATE – Marco, una delle circa 180 mila persone che ogni anno in Italia hanno un ictus, deve dire grazie a una stroke unit, un’unità di cure intensive, specializzata nell’affrontare queste emergenze. La stroke-unit sta all’ictus come l’unità coronarica sta all’infarto, ma mentre queste ultime sono diffuse abbastanza capillaremente su tutto il territorio nazionale, di stroke unit ce ne sono soltanto la metà rispetto a quelle necessarie. L’ultimo rapporto parla di 89 unità attivate a tutt’oggi: ne servirebbero il doppio. E di queste soltanto otto sono al Sud e nelle isole. «Troppo poche. – commenta Roberto Sterzi, neurologo all’Ospedale Niguarda di Milano. Come dire che il nostro sistema sanitario nazionale non garantisce a tutti i cittadini uguali possibilità di cura e che è la geografia a decidere la sopravvivenza dei pazienti. Arrivare in una stroke unit significa, infatti, avere migliori probabilità di sopravvivenza (oggi l’ictus è la terza causa di morte in italia dopo infarto e tumore) e minori probabilità di uscire menomati dalla malattia. L’ictus non guarda all’età e nemmeno al sesso. Sharon Stone ne ha sofferto a 43 anni superandolo, Federico Fellini è morto a 73 anni e la malattia è in aumento fra i più giovani. Almeno 4.000 in Italia riguardano persone sotto i 45, oltre seimila fra i 45 e i 55, il resto dopo.

IL RISCHIO AUMENTA CON LE DROGHE – «I giovani utilizzano sempre di più le droghe, cocaina e amfetamine – puntualizza Marisa Sacchetti neurologa a Roma e Presidente di Alice un’associazione che ha lo scopo di diffondere le informazioni sull’ictus – Sono sostanze che fanno aumentare la pressione e provocano ictus da emorragia, cioè da rottura di un’arteria. Oppure provocano un restringimento delle arterie del cervello e quindi un ictus ischemico da mancato arrivo del sangue in una parte del cervello». Buona parte degli ictus (almeno il 75 per cento) sono provocati da un coagulo di sangue che chiude le arterie, proprio come avviene nell’infarto cardiaco.

FARMACI CHE «SCIOLGONO I TAPPI» – Così i neurologi hanno pensato di usare la stessa terapia (l’alteplase, un farmaco che scioglie i trombi) e l’Emea, l’ente europeo che controlla i farmaci, lo ha approvato nel 2002. E’ il farmaco che deve essere somministrato entro tre ore dall’inizio dei sintomi nelle stroke unit. «Se tutti i pazienti “candidati” a questo tipo di trattamento arrivassero entro questo lasso di tempo – commenta Toni – ne potremmo trattare il 25 per cento, ma la trombolisi viene oggi fatta in meno del’1 per cento dei pazienti con ictus. Questa terapia può ridurre la mortalità e l’invalidità del 45 per cento». Terapia acuta dunque, ma anche prevenzione del secondo ictus: dopo un primo episodio si ha una probabilità di ricaduta del 10-15 per cento dei casi nel primo anno. «Il farmaco di prima scelta per prevenire i trombi è l’aspirina – ricorda Roberto Sterzi neurologo all’Ospedale Niguarda di Milano.- Meglio se associata a un altro antiaggregante, il dipiridamolo. E poi una lotta più serrata ai fattori di rischio “di base”, ipertensione, colesterolo, fumo». Nuovi studi come lo studio Ontarget, appena pubblicato sulla rivista New England, hanno cominciato a dimostrare l’efficacia, per pazienti a elevato rischio di recidiva, di altri farmaci, come il telmisartan, nel ridurre la mortalità e i danni di un secondo ictus: si attendono a breve i risultati definitivi. Oggi in Italia si contano 800 mila sopravvissuti alla malattia: molti lo sono grazie ai farmaci, molti hanno recuperato grazie alla riabilitazione e alle terapie occupazionali. Proprio nella stroke unit di Niguarda (la ricorda la scrittrice Gina Lagorio nel libro postumo Càpita dove racconta la sua esperienza di malattia) si sta attivando un laboratorio di terapia occupazionale perchè i pazienti possano ritrovare una certa manualità nelle cose quotidiane come scrivere al computer, per esempio, o semplicemente prepararsi un caffè.

Adriana Bazzi

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