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Wednesday, 21 May , 2008 / ermes

“Fatti non foste a viver come bruti”


Avevo cominciato a stendere un po’ di argomenti per la scrittura del presente post nella giornata di ieri, alcune ore prima che la mitica ed introversa Giarda ci rendesse il drammatico e stupendo articolo di Javier Marìas. I miei appunti vertevano innanzitutto sull’importanza del linguaggio politico, quale forma di progresso (o devastazione) di una società. Cercavo di evidenziare come l’utilizzo di una certa forma verbale debba spesso essere valutata come la prima manifestazione di un determinato modo di pensare dell’attore politico, la prima rappresentazione del proprio agire, del suo “vivere” (o lasciarsi vivere…) ed influenzare le vite altrui. In diversi termini, la parola “considerata” vera “semenza” dell’uomo ed in particolare dell’uomo pubblico .

Ribadivo la mia convinzione che il più delle volte la e le qualità di un soggetto politico siano già tutte, se non completamente sussunte, quanto meno decifrabili, già leggibili, prefigurabili alla luce della sua propria maniera di esprimersi. Credo sia osservazione tanto più verificabile e corroborata nel contesto italiano, ove financo non son più “lucciole giù per la vallea”. Paese che non vive dibattito, ma solo prevaricazione, non conosce confronto, bensì soltanto forza del branco. La Penisola che fu la casa di Cesare Beccaria ed Alessandro e Pietro Verri è ora terreno di cultura dei peggiori integralismi e massimalismi dell’età nostra: nella sfera religiosa come in quella economica, nello studio del diritto così pure nella ricerca storica. Altro che l’ambizione di “trasumanar e organizzar“: gente qui si crepa.

Siamo ad un livello che mi fa spavento definire di “filosofia zero”: l’amore per la cultura in sé, il piacere di conoscere, investigare è sentimento straniero qui da noi. Poco “ardore”, in sintesi, “a divenir del mondo esperti, e de li vizi umani e del valore”. L’ultima moda (e l’ennesimo strazio) imposta alle nuove generazioni – già costrette a crescere a pane e tv – è l’idea che il sapere debba essere produttivo, foriero di lavoro e lavoretti, facitore di nuovo danaro ed eterna pancia grassa. E’ difficile trovare nelle nostre città un ingegnere cui piaccia leggere di Caravaggio, un barbiere che ascolti le arie di Verdi, un medico che (si) provi a discutere di testamento biologico. Tutti e solo operai, tecnici superesperti nel loro minuscolo microsettore, impigriti come neppure il più anziano e stanco pensionato dell’isola di “Circe“…

Eterno villaggio vacanza, immenso parco giochi la nostra Italia che corre dietro a slogan e cori da curve da stadio. Inestricabile guazzabuglio di illegalità e protervia il nostro Stato tutto legittimato soltanto da forma e formalismi. Accade qui giù che ogni minima scicchezza gossippara ottenga cittadinanza e pari (se non più) rango della qualità di un grande parto della mente, di una straordinaria scoperta scientifica, di un’imprevista e decisiva applicazione tecnologica. Tutto è costretto a mediocrità e nella mediocrità s’ode chi grida più forte. Tutti attenti a non sortir dalla palude “acciò che l’uom più oltre non si metta”, a che non cada “per l’alto mare aperto”. Tutti “vecchi e tardi”, sommamente paurosi di far “de’ remi” dell’ingegno “ali al folle volo”.

Quanto di più grave è la rincorsa alla chiacchiera e al tono dozzinale che vede protagonista la nostra classe politica e più in generale dirigente. Si insegue la spacconata, la volgarità (sia detto non in senso moralistico, ma pasoliniano), l’infima cafonaggine. Chi ha ruolo di responsabilità pubblica qui giù vede la propria plebe sottomessa nutrirsi di fango e parimenti brama limo e rende mota. Si rincorre il tribalismo e, dimentica, la civiltà imbarbarisce. E se giganti perirono “com’altrui piacque”, giacché l’oceano di “virtute e canoscenza” anelato e “seguito”, per propria immensa e deliziosa natura, “infin fu sovra lor richiuso”… a noi ben diverso destino e più crudele attende: non “fiamma”, né “faville” da spengere saremo, né ci “allegreremo” punto, per “tosto tornare in pianto”, bensì solo sparsa sabbia in un aere diserto chiaramente sanza “lume”…

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