Skip to content
Saturday, 28 June , 2008 / ermes

“Perché non rinunciò a rinunciare?”


Così Borges ad introdurre le sue incredibili (credibilissime) riflessioni: “Schopenauer, De Quincey, Stevenson, Mauthner, Shaw, Chesterton, Léon Bloy, formano la cerchia eterogenea degli autori che continuamente rileggo. Nella fantasia cristologica intitolata Tre versioni di Giuda, credo di avvertire il remoto influsso dell’ultimo” [*].

Tre versioni di Giuda

“There seemed a certainty in degradation”.
T. E. Lawrence, Seven Pillors of Wisdom

Nell’Asia Minore o ad Alessandria, nel secolo II della nostra fede, quando Basilide annunciava che il cosmo è una temeraria o malvagia improvvisazione di angeli imperfetti, Nils Runeberg avrebbe diretto, con singolare passione intellettuale, una delle conventicole gnostiche. Dante gli avrebbe destinato, probabilmente, un sepolcro di fuoco; il suo nome arricchirebbe il catalogo degli eresiarchi minori, tra Satornice e Carpocrate; qualche frammento delle sue prediche, ornato d’ingiurie, durerebbe nell’apocrifo Liber adversus omnes haereses, o sarebbe perito quando l’incendio d’una biblioteca monastica divorò l’ultimo esemplare del Syntagma. Invece, Dio gli assegnò il secolo XX e la città universitaria di Lund. Qui, nel 1904, pubblicò la prima edizione di Kristus och Judas; e, nel 1909, la sua opera capitale Den hemlige Frälsaren (tradotta in tedesco da Emil Schering: Der heimliche Heiland, 1912).

Prima di tentare un esame di questi lavori, è necessario ripetere che Nils Runeberg, membro dell’Unione Evangelica Nazionale, era profondamente religioso. In un cenacolo di Parigi o anche di Buenos Aires, un letterato potrebbe benissimo riscoprire le tesi di Runeberg; queste tesi, così proposte in un cenacolo, sarebbero leggeri e inutili esercizi della negligenza e della bestemmia. Per Runeberg, furono la chiave che decifra un mistero centrale della teologia; furono materia di meditazione e di analisi, di controversia storica e filologica, di orgoglio, di giubilo e di terrore. Giustificarono e scompigliarono la sua vita. Chi leggerà quest’articolo, consideri che in esso non riferisco, di Runeberg, che le conclusioni, e non la dialettica e le prove. Alcuni osserveranno che le conclusioni precedettero senza dubbio, le “prove”. Ma chi si rassegnerebbe a cercar prove di cosa che già non creda, e di cui non gl’importi?

La prima edizione di Kristus och Judas porta questa categorica epigrafe, il cui senso, anni più tardi, sarebbe stato mostruosamente allargato dallo stesso Nils Runeberg: “Non una sola cosa, tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false” (De Quincey, 1857). Alla maniera d’un suo predecessore tedesco, De Quincey stimò che Giuda avesse consegnato Gesù Cristo per forzarlo a dichiarare la sua divinità e ad accendere una vasta ribellione contro il giogo di Roma; Runeberg suggerisce una giustificazione d’indole metafisica. Abilmente, comincia col sottolineare la superfluità dell’atto di Giuda. Osserva (come Robertson) che per identificare un maestro che quotidianamente predicava nella sinagoga e che faceva miracoli dinanzi a migliaia di persone, non era necessario il tradimento d’un apostolo. Ciò appunto, tuttavia, avvenne. Supporre un errore nella Scrittura è intollerabile; non meno intollerabile ammettere un fatto casuale nel più prezioso avvenimento della storia del mondo. Ergo il tradimento di Giuda non fu casuale; fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia della redenzione. Incarnandosi – prosegue Runeberg – il Verbo passò dall’ubiquità allo spazio, dall’eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte; per rispondere a tanto sacrificio, era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno. Giuda Iscariota fu quest’uomo. Giuda, unico tra gli apostoli, intuì la segreta divinità e il terribile proposito di Gesù. Il Verbo s’era abbassato alla condizione di mortale; Giuda, discepolo del Verbo, poteva abbassarsi alla condizione di delatore (l’infamia peggiore tra tutte le. infamie) e d’ospite del fuoco che non s’estingue. L’ordine inferiore è uno specchio dell’ordine superiore; le forme della terra corrispondono alle forme del cielo; le macchie della pelle sono una carta delle costellazioni incorruttibili; Giuda rispecchiava in qualche modo Gesù. Di qui i trenta denari e il bacio; di qui la morte volontaria, per meritare ancor più la Riprovazione. Cosi spiegò Nils Runeberg l’enigma di Giuda.

I teologi di tutte le confessioni lo sconfessarono. Lars Peter Engström. l’accusò di ignorare, o di negligere, l’unione ipostatica; Axel Borelius, di rinnovare l’eresia degli gnostici, che negarono l’umanità di Gesù; l’inflessibile vescovo di Lund, di contraddire al terzo versetto del capitolo XXII del vangelo di san Luca.

Questi vari anatemi influirono su Runeberg, che parzialmente riscrisse il libro riprovato e modificò la propria dottrina. Abbandonò ai suoi avversari il terreno ideologico e propose oblique ragioni di ordine morale. Ammise che Gesù, “che disponeva delle considerevoli risorse che può offrire l’Onnipotenza”, non aveva bisogno d’un uomo per redimere tutti gli uomini. Confutò, poi, quanti affermano che nulla sappiamo dell’inesplicabile traditore; sappiamo, disse, che fu uno degli apostoli, uno di quelli che furono scelti per annunciare il regno dei cieli, per risanare infermi, per mondare lebbrosi, per risuscitare morti e per cacciare demoni (Matteo, X 7-8; Luca, X I). Un uomo cui il Redentore ha così distinto merita che noi diamo dei suoi atti l’interpretazione migliore. Ascrivere il suo delitto alla cupidigia (come hanno fatto alcuni, sull’autorità di Giovanni, XII 6) è rassegnarsi al movente più turpe. Nils Runeberg propone il movente contrario: un ascetismo iperbolico e addirittura illimitato. L’asceta, per la maggior gloria di Dio, avvilisce e mortifica la carne; Giuda fece la stessa cosa con lo spirito. Rinunciò all’onore, al bene, alla pace, al regno dei cieli, come altri, meno eroicamente, rinunciano al piacere[1]. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe. L’adulterio partecipa della tenerezza e dell’abnegazione; l’omicidio, del coraggio; le profanazioni e la bestemmia, d’un certo fulgore satanico. Giuda scelse quelle colpe cui non visita alcuna virtù: l’abuso di fiducia (Giovanni, XII 6) e la delazione. Agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d’essere buono. Paolo ha scritto: “Chi si gloria, si glorii nel Signore” (Ai Corinti, I 31); Giuda cercò l’Inferno, perché la felicita del Signore gli bastava. Pensò che la felicità, come il bene, è un attributo divino, cui non debbono usurpare gli uomini[2].

Molti hanno scoperto, post factum, che le giustificabili premesse di Runeberg già prefigurano l’assurdità della conclusione e che Den hemlige Frälsaren è una semplice perversione o esasperazione di Kristus och Judas. Verso la fine del 1907 Runeberg terminò e rivide il testo manoscritto; quasi due anni passarono senza che lo desse alle stampe. Nell’ottobre 1909 il libro uscì con una prefazione (tepida fino all’enigmatico) dell’ebraista danese Erik Erfjord e con questa perfida epigrafe: “Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe” (Giovanni, I 10). Il tema generale non è complesso, ma la conclusione è mostruosa. Dio, argomenta Runeberg, s’abbassò alla condizione di uomo per la redenzione del genere umano; ci è permesso di pensare che il suo sacrificio fu perfetto, non invalidato o attenuato da omissioni. Limitare ciò che soffrì all’agonia d’un pomeriggio sulla croce, è bestemmia[3]. Affermare che fu un uomo e che fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. Kemnitz ammette che il Redentore poté sentire fatica, freddo, turbamento, fame e sete; è anche lecito ammettere che poté peccare e perdersi. Il famoso passo: “Salirà come radice da terra arida; non v’è in lui forma, né bellezza alcuna… Disprezzato come l’ultimo degli uomini; uomo di dolori, esperto in afflizioni” (Isaia, LIII 2-3) è per molti una profezia del crocifisso, nell’ora della sua morte; per alcuni (per Hans Lassen Martensen, ad esempio) una confutazione della bellezza che per volgare consenso s’attribuisce a Cristo; per Runeberg, la puntuale profezia non d’un momento solo, ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia, avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda.

Invano le librerie di Stoccolma e di Lund proposero questa rivelazione. Gli increduli la giudicarono, a priori, un insipido e laborioso gioco teologico; i teologi la disdegnarono. Runeberg intuì in questa indifferenza ecumenica una quasi miracolosa conferma. Dio ordinava quest’indifferenza; Dio non voleva che si propalasse sulla terra il suo terribile segreto. Runeberg comprese che l’ora non era giunta. Sentì che stavano convergendo su di lui antiche maledizioni divine; ricordò Elia e Mosè, che sulla montagna si coprirono il volto per non vedere Dio: Isaia, che atterrì quando i suoi occhi videro Colui la cui gloria riempie la terra; Saul, che restò cieco sulla via di Damasco; il rabbino Simeon ben Azal, che vide il Paradiso e morì; il famoso mago Giovanni da Viterbo, che impazzì quando poté vedere la Trinità; i Midrashim, che abominano gli empi che pronunciano il Shem Hamephorash, il Segreto Nome di Dio. Non era egli stesso, forse, colpevole di questo crimine oscuro? Non sarebbe questa la bestemmia contro lo Spirito, quella che non sarà perdonata (Matteo, XII 31)? Valerio Sorano mori per aver divulgato l’occulto nome di Roma; quale infinito castigo sarebbe stato il suo, per aver scoperto e divulgato l’orrendo nome di Dio?

Ebbro d’insonnia e di vertiginosa dialettica, Nils Runeberg errò per le vie di Malmö, pregando a volte che gli fosse concessa la grazia di dividere l’Inferno col Redentore.

Morì della rottura d’un aneurisma, il primo marzo 1912. Gli eresiologi, forse, ne faranno cenno: aggiunse al concetto di Figlio, che sembrava esaurito, le complessità del male e della sventura.

[1944].

(Jorge Luis Borges)

——————————

[1] Borelius chiede ironicamente: “Perché non rinunciò a rinunciare? Perché non a rinunciare a rinunciare?”

[2] Euclydes da Cunha, in un libro ignorato da Runenberg, ricorda che per l’eresiarca di Canudos, Antonio Conselheiro, la virtù “era una quasi empietà”. Il lettore argentino ricorderà passi analoghi nell’opera di Almafuerte. Runenberg pubblicò, nel foglio simbolista “Sju insegel”, un accurato poema descrittivo, L’acqua segreta; le prime strofe narrano i fatti d’un giorno tumultuoso; le ultime, la scoperta d’uno stagno glaciale; il poeta suggerisce che il perdurare di quest’acqua silenziosa corregge la nostra inutile violenza, e in qualche modo la permette e l’assolve. Il poema conclude: “L’acqua della foresta è felice; possiamo essere malvagi e dolorosi”.

[3] Maurice Abramowicz osserva: “Jésus, d’après ce scandinave, a toujours le beau rôle ; ses déboirs, grâce à la science des typographes, jouissent d’une réputation polyglotte : sa résidence de trente-trois ans parmi les humains ne fut, en somme, qu’une villégiature“. Erfjord, nella terza appendice alla Christelige Dogmatik, confuta questo luogo. Osserva che la crocifissione di Dio non è cessata, poiché ciò che è accaduto una volta nel tempo si ripete senza tregua nell’eternità. Giuda, ora, continua a riscuotere i denari d’argento; continua a baciare Gesù Cristo; continua a scagliare i denari d’argento nel tempio; continua, in una campagna di sangue, a fare il cappio alla corda. (Erfjord, per giustificare quest’affermazione, invoca l’ultimo capitolo del primo volume della Vendicazione dell’eternità di Jeromir Hladík.)

——————————

[*] In Premessa ad Artifici, parte seconda delle Finzioni; come nel primo tomo delle sue Opere complete, edite nei Meridiani Mondadori, Milano 2005 – pag. 706. Per il testo di Tre versioni di Giuda: idem, pagg. 747-752

Advertisements

6 Comments

Leave a Comment
  1. ermes / Jun 28 2008 2:17 PM

    …che poi, singolarmente, pazzamente, mi ricorda tutto il Majorana di Sciascia.

  2. Etta Vign / Jul 4 2008 10:31 AM

    “Chi leggerà quest’articolo, consideri che in esso non riferisco, di Runeberg, che le conclusioni, e non la dialettica e le prove. Alcuni osserveranno che le conclusioni precedettero senza dubbio, le “prove”. Ma chi si rassegnerebbe a cercar prove di cosa che già non creda, e di cui non gl’importi?”

    Il che richiama Popper, e le sue congetture (e le sue confutazioni…)

  3. Eva Moviment / Nov 22 2011 1:11 AM

    “Mi è parso molto strano: ho avuto anche l’impressione che si facesse tutto così, che ci si occupasse solo…”

Trackbacks

  1. “Occorre che ci sia il diavolo perché l’acqua santa sia santa” « Abeona forum
  2. “La plupart de nos occupations sont comiques…” « Abeona forum
  3. “Il falso problema di Ugolino” « Abeona forum

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: