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Monday, 30 June , 2008 / ermes

“Occorre che ci sia il diavolo perché l’acqua santa sia santa”


Nella giornata di ieri, ho gustato d’un fiato il penultimo romanzo scritto da Leonardo Sciascia: Il cavaliere e la morte. Vi traggo alcuni passi come invito alla lettura. Ma anche come ideale continuazione delle osservazioni borgesiane (del Borges tanto amato dallo scrittore siciliano) riportate nel post precedente.

Stava intanto guardando Il cavaliere, la morte e il diavolo. Forse Ben Gunn, per come Stevenson lo descriveva, un po’ somigliava alla Morte di Dürer; sicché gli parve prendesse, la Morte di Dürer, un riflesso di grottesco. L’aveva sempre un po’ inquietato l’aspetto stanco della Morte, quasi volesse dire che stancamente, lentamente arrivava quando ormai della vita si era stanchi. Stanca la Morte, stanco il suo cavallo: altro che il cavallo del Trionfo della morte e di Guernica. E la Morte, nonostante i minacciosi orpelli delle serpi della clessidra, era espressiva più di mendicità che di trionfo. “La morte si sconta vivendo.” Mendicante, la si mendica. In quanto al diavolo, stanco anche lui, era troppo orribilmente diavolo per essere credibile. Gagliardo alibi, nella vita degli uomini, tanto che si stava in quel momento tentando di fargli riprendere il vigore perduto: teologiche terapie d’urto, rianimazioni filosofiche, pratiche parapsicologiche e metapsichiche. Ma il diavolo era talmente stanco da lasciar tutto gli uomini, che sapevano fare meglio di lui. E il Cavaliere: dove andava così corazzato, così fermo, tirandosi dietro lo stanco Diavolo e negando obolo alla Morte? Sarebbe mai arrivato alla chiusa cittadella in alto, la cittadella della suprema verità, della suprema menzogna?

Cristo? Savonarola? Ma no, ma no. Dentro la sua corazza forse altro Dürer non aveva messo che la vera morte, il vero diavolo: ed era la vita che si credeva in sé sicura: per quell’armatura, per quelle armi.

E già prima, a dare nuova parola e parole a Dostoevskij:

Richiuse cautamente la porta, nel cui spiraglio erano affluiti frenetici e avidi gli sguardi dei cronisti, aggrumati nel corridoio. Tra loro, rampante e schiumante come un purosangue capitato in una stalla di brocchi, era il Grande Giornalista. Dai suoi articoli, cui settimanalmente i moralisti di nessuna morale si abbeveravano, gli era venuta fama di duro, di implacabile; fama che molto serviva ad alzarne il prezzo, per chi si trovava nella necessità di comprare disattenzioni e silenzi.

Avviandosi il Vice verso il proprio ufficio, il Grande Giornalista lo fermò per chiedergli un colloquio: “breve, brevissimo”, tenne a precisare. Il Vice fece un gesto più di rassegnazione che di assenso; e dalla turba intorno si levò un mormorio di protesta.

“Questione privata” disse il Grande Giornalista; e dalla turba si levarono gli increduli e ironici “come no?”, “ma certo”, “ma si capisce”.

Nell’ufficio, seduti di fronte – tra loro la scrivania ingombra di carte, libri e pacchetti di sigarette – e misurandosi l’un l’altro in silenziosa diffidenza, quasi una gara a chi più a lungo sapesse tacere, il Grande Giornalista cavò da una tasca il taccuino, da un’altra la matita.

Il Vice levò l’indice della destra, lo agitò in un no lento e definitivo.

“Puro gesto, tic professionale… ho una sola domanda da farle; e non mi aspetto risposta.”

“E dunque perché farmela?”

“Perché né lei né io siamo dei cretini.”

“La ringrazio… ma venga alla domanda.”

“Questa storia dei figli dell’ottantanove l’avete inventata voi o ve l’hanno data già confezionata?”

“E io invece le rispondo: non l’abbiamo inventata noi.”

“Ve l’hanno dunque consegnata già pronta?”

“Forse… ne ho il sospetto, ma soltanto il sospetto.”

“Anche il suo Capo?”

“Credo di no; ma lei farebbe bene a chiederglielo.”

Il Grande Giornalista aveva ora un’aria diffidente, perplessa. Disse: “Mi aspettavo che lei non rispondesse alla mia domanda, e lei invece ha risposto; che lei negasse il mio sospetto, e invece vi ha aggiunto il suo. Ma che succede?” La sua mente, gli si leggeva in faccia, era tutto un meccanismo di scarti, correzioni, ritorni ed inceppi. “Ma che succede?”, angosciosamente.

“Nulla, direi. “E ad offenderlo: “Ha mai sentito parlare di amore alla verità?”

“Vagamente. “Lo disse con ironia sdegnosa, quasi che il consentire cinicamente all’offesa fosse il solo modo di reagirvi: dall’alto, con così basso interlocutore.

Il Vice rincalzò con un “già, già”. E aggiunse: “Domani, comunque, spero di poter leggere un suo articolo con tutti i sospetti e i dubbi che io, per opinione personale, le ho confermato”.

Il Grande Giornalista era rosso di collera. Disse: “Lei sa bene che non lo scriverò”.

“È perché dovrei saperlo? Ho ancora tanta fiducia nel genere umano!”

“Siamo nella stessa barca.” La sua collera fu attraversata da un lampo di cedimento, di stanchezza.

“Non lo creda: sono già sbarcato su un’isola deserta.”

(Il primo passo è riprodotto come alle pagine 449 e 450 del terzo tomo delle Opere di Sciascia, edizioni Bompiani, 2004. Per il secondo: idem, pp. 446 e 447. A titolo del post, è una frase rubata ancora alla sotie: ibidem, p. 457.)

3 Comments

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  1. ermes / Jul 8 2008 10:12 AM

    Altri passi dall’opera di Sciascia:

    “E la pena di morte? Ma la pena di morte non ha niente a che fare con la legge: è un consacrarsi al delitto, un consacrare il delitto. Una collettività sempre, a maggioranza, dirà che è necessaria: appunto perché è una consacrazione. Il sacro, qualunque cosa avesse a che fare col sacro… L’oscuro fondo dell’essere, dell’esistenza.”

    —–

    “Oggi non più: ci si spoglia facilmente oggi, nel teatro come nella realtà: e nella sua infanzia lo spogliarsi era considerato il vertice della follia. “Si spogliò nudo”: ragione sufficiente, se nudo si faceva vedere, alla camicia di forza, all’ambulanza, al manicomio.”

    —–

    “Pensò: che confusione! Ma era già, eterno e ineffabile, il pensiero della mente in cui la sua si era sciolta.”

    (idem, rispettivamente pp. 453, 455 3 465)

  2. Eva Link / Jun 30 2009 10:31 PM

    “Questo dovrebbe essere il giornalismo, dare il fatto del momento. Il giornalismo è come un tribunale in prima istanza, dove hanno valore i fatti. Invece oggi si pratica un giornalismo come cassazione, dove i fatti scompaiono, quello che gli avvocati chiamano “il merito” scompare, ed esiste soltanto la forma…”

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  1. “La plupart de nos occupations sont comiques…” « Abeona forum

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