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Monday, 28 July , 2008 / ermes

Libertà senza responsabilità


Dove tutti sovrintendono a tutto, può accadere che nessuno sovrintenda a nulla:

Obbligatorietà dell’azione penale, riformarla è una priorità

• da Il Riformista del 25 luglio 2008, pag. 6

di Tullio Padovani

Alle prese con il diluvio di processi che stabilmente inondano la giustizia italiana, le abbiamo provate (quasi) tutte: depenalizzazioni per liberare il campo dai reati “minori”, riti alternativi per incentivare la rapida definizione dei procedimenti, giudice unico per moltiplicare il numero dei magistrati utilizzabili, disciplina delle priorità nella trattazione dei processi (il poco ricordato articolo 227 del d.lg. n. 51 del 1998); e non è tutto. Risultati: scarsi, per non dire nulli.

Il problema è antico, cioè strutturale. Un tempo, per mitigarne la presenza, si ricorreva alle amnistie di “sfoltimento”, con cadenza più o meno quinquennale in epoca repubblicana, e biennale durante il regime fascista, costretto dalla penuria di misure alternative stabili a ricorrere con generosa frequenza alla sagra dell’impunità retrodatata (qual è in pratica l’amnistia). Ma dal 1992 il ricorso a questa causa estintiva è reso pressoché impraticabile dal fatto che, per introdurla, è richiesta una maggioranza qualificata, politicamente difficile da raggiungere.

Il ruolo dell’amnistia è stato allora assunto dalla prescrizione: il trionfo del tempo sulla giustizia, i cui fasti dipendono in sostanza dalle energie processuali investite nella definizione di questo piuttosto che di quel procedimento: dipendono cioè da come viene esercitata l’azione penale. D’altra parte, nessun pm potrebbe applicarsi con pari solerzia, pari determinazione, pari dispendio di mezzi investigativi per perseguire indifferenziatamente tutti i reati che si riversano sul suo tavolo: piaccia o non piaccia, è costretto a scegliere.

Attualmente, la scelta avviene dietro il paravento di una norma costituzionale che sembra escludere persino la pronunciabilità della parola: l’articolo 112 della Costituzione, secondo cui «il pm ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». La sua ragione genetica sta nella duplice esigenza di assicurare l’uguaglianza di fronte alla legge e di garantire l’autonomia del pm dalle interferenze del potere esecutivo. Ma si tratta di esigenze che, per quanto incontrovertibili in linea di principio, hanno determinato conseguenze paradossali e contraddittorie. L uguaglianza si è convertita nel suo contrario, se è vero, come è vero, che i reati non possono essere tutti, indifferenziatamente, perseguiti con pari effettività. E, del resto, nessuno si attende che la sottrazione di una bicicletta e lo svuotamento del caveau di una banca mobilitino lo stesso sforzo di indagine. Il principio di uguaglianza postula che situazioni sostanzialmente omogenee siano trattate allo stesso modo, e viceversa. Il piano di identificazione dell’uguaglianza può allora essere tracciato limitandosi a constatare che i due reati dell’esempio sono, in astratto, entrambi furti pluriaggravati?

Quanto all’autonomia del pm, non si può non considerare i rilievi di Giuseppe Di Federico: l’obbligatorietà dell’azione penale rende il pm irresponsabile delle decisioni discrezionali che compie, e non può non compiere: converte così l’autonomia in atto sovrano, eliminando ogni controllo democratico sulle scelte di politica criminale e cancellando qualsiasi responsabilità.

Anche se questo stato di cose si perpetua in forma ingravescente man mano che si incrementa il profluvio dei procedimenti, il tabù dell’articolo 112 della Costituzione ha per lungo tempo funzionato come una formula magico-religiosa. Mettere in discussione l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale, in qualunque modo e in qualunque senso, è equivalso sino a ieri ad una bestemmia dinanzi all’altare: una bestemmia che – va pure detto – solo i Radicali osavano pronunciare, sostenendo, a buon diritto, che si trattava in realtà di una preghiera della ragione.

Oggi, i tempi sembrano mutati, e maturi per aprire la discussione: le soluzioni non sono a portata di mano, ma non sono nemmeno irraggiungibili. Senza pensare di riformare l’articolo 112 della Costituzione, occorrerebbe piuttosto dargli un contenuto, che attualmente non ha. Che faremmo se la Costituzione sancisse che il debitore è tenuto ad adempiere il proprio obbligo? Considereremmo inutili o indebite le dozzine di norme che il codice civile dedica alla disciplina dei tempi, delle forme, dei modi con cui l’adempimento deve (o può) avvenire? In questa prospettiva, sarebbe anche il caso di ricordare che, il nostro codice di procedura colloca l’”inizio dell’azione penale” (l’”inizio”!) alla chiusura delle indagini preliminari (articolo 405), e cioè quando il pm ha svolto le indagini “necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale” (articolo 326).

La fase delle indagini preliminari è “coperta” dall’articolo 112 della Costituzione? Non pare davvero. E se non lo è, i doveri funzionali che ne caratterizzano lo svolgimento sono suscettibili di regolamentazione anche in termini di scelta e di priorità.

Il varco è aperto; anzi: è sempre stato aperto. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.

NOTE

L’autore è professore ordinario di diritto penale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

2 Comments

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  1. Dario Sche / Jul 29 2008 3:04 PM
  2. NotInItaly / Feb 18 2009 3:18 PM

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