Skip to content
Tuesday, 19 August , 2008 / ermes

“…gridando all’unisono le stesse sillabe”


Nella sua “Insostenibile leggerezza”, Kundera delinea un “piccolo dizionario di parole fraintese”. Recupero quanto scrive a proposito di tanto amato (e fin “troppo umano”) fenomeno…

CORTEI. Per la gente in Italia o in Francia è facile. Quando i genitori li obbligano ad andare in chiesa, loro si vendicano iscrivendosi a un partito (comunista, maoista, trockista, ecc.). Il padre di Sabina invece l’aveva mandata prima in chiesa e poi, per paura, l’aveva obbligata lui stesso a entrare nella Gioventù comunista.

Quando andava alla parata del primo maggio, Sabina non riusciva a tenere il passo, e la ragazza che le veniva dietro la insultava e le pestava i talloni. E quando si doveva cantare, non conosceva mai il testo delle canzoni e si limitava ad aprire e chiudere la bocca. Le sue compagne però se ne accorgevano e le facevano rapporto. Dalla giovinezza Sabina odiava ogni tipo di corteo.

Franz aveva studiato a Parigi e poiché era straordinariamente dotato, già a vent’anni aveva davanti a sé una carriera scientifica assicurata. Già allora sapeva che avrebbe passato tutta la vita tra le pareti di uno studiolo universitario, delle biblioteche pubbliche e di due o tre aule; questa idea gli dava una sensazione di soffocamento. Voleva uscire dalla propria vita come da un appartamento si esce in strada.

Per questo, quando viveva a Parigi, amava partecipare alle manifestazioni. Era bello andare a celebrare qualcosa, a rivendicare qualcosa, a protestare contro qualcosa, non essere soli, stare all’aperto e insieme agli altri. I cortei che affluivano dal Boulevard Saint-Germain o da Place de la République verso la Bastiglia lo affascinavano. La folla che marciava scandendo slogan era per lui l’immagine dell’Europa e della sua storia. L’Europa era la Grande Marcia. Una marcia di rivoluzione in rivoluzione, di battaglia in battaglia, sempre avanti.

Potrei metterla in un altro modo: a Franz la vita tra i libri pareva irreale. Desiderava fortemente la vita reale, il contatto con l’altra gente che gli camminava a fianco, le loro grida. Non si rendeva conto che ciò che lui considerava irreale (il suo lavoro nella solitudine di uno studio o delle biblioteche) era la sua vita reale, mentre i cortei che rappresentavano per lui la realtà non erano che teatro, una danza, una festa, o per dirla in altro modo: un sogno.

Al tempo dei suoi studi, Sabina abitava in una Casa dello studente. Il primo maggio tutti gli studenti dovevano trovarsi al mattino presto nel punto di raccolta del corteo. Affinché non mancasse nessuno, i funzionari studenteschi controllavano che l’edificio fosse vuoto. Lei si nascondeva nei gabinetti e tornava nella sua camera soltanto quando tutti erano via già da un pezzo. C’era un silenzio che non aveva mai conosciuto prima. Solo da molto lontano giungeva la musica del corteo. Era come essere nascosta dentro una conchiglia e sentir giungere da molto lontano il mare di un mondo nemico.

Un paio d’anni dopo aver lasciato la Boemia, si trovò del tutto casualmente a Parigi proprio nell’anniversario dell’invasione russa. Si teneva una manifestazione di protesta e lei non poté fare a meno di parteciparvi. I giovani francesi sollevavano il pugno urlando slogan contro l’imperialismo sovietico. Quegli slogan le piacevano, ma all’improvviso scoprì con stupore di non essere capace di gridare insieme agli altri. Non resistette nel corteo che pochi minuti.

Confidò quell’esperienza agli amici francesi. Ne furono stupefatti: «Ma allora tu non vuoi lottare contro l’occupazione del tuo paese?». Lei voleva dir loro che dietro il comunismo, dietro il fascismo, dietro tutte le occupazioni e tutte le invasioni si nasconde un male ancora più fondamentale e universale, e che l’immagine di quel male era per lei un corteo di gente che marcia levando il braccio e gridando all’unisono le stesse sillabe. Ma sapeva che non sarebbe riuscita a spiegarglielo. Imbarazzata, spostò la conversazione su un altro argomento.

(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Barcellona, 2002 – pagg. 83-85)

8 Comments

Leave a Comment
  1. ermes / Aug 19 2008 1:04 PM

    Sabina si era lasciata convincere a partecipare a una riunione di connazionali. Discutevano, come al solito, se si fosse dovuto o no combattere contro i russi con le armi in pugno. E naturalmente lì, nella sicurezza dell’emigrazione, tutti dichiaravano che si sarebbe dovuto combattere. Sabina disse: «E allora tornate là a combattere!».

    Non era una cosa da dire. Un uomo dai capelli brizzolati e arricciati puntò su di lei il lungo indice: «Non parli in questo modo! Siete tutti responsabili di ciò che è stato. Anche lei. Cosa ha fatto lei in patria contro il regime comunista? Ha dipinto dei quadri, e basta…».

    Nei paesi comunisti la valutazione e il controllo dei cittadini è l’attività sociale principale e costante. Se un pittore deve ricevere il permesso di esporre, se un cittadino deve ottenere il visto per andare in vacanza al mare, se un calciatore deve entrare nella nazionale, per prima cosa si devono raccogliere tutti i giudizi e le informazioni su di lui (dalla portinaia, dai colleghi, dalla polizia, dalla cellula di partito, dai sindacati), giudizi che poi vengono addizionati, soppesati e riassunti da particolari funzionari a ciò preposti. Questi giudizi però non hanno mai a che fare con la capacità del cittadino di dipingere, con la sua capacità di giocare a pallone o con la sua salute che necessita di un soggiorno al mare. Hanno a che fare semplicemente con quello che viene chiamato il «profilo politico del cittadino» (ciò che il cittadino dice, ciò che pensa, (come si comporta, come partecipa alle riunioni o ai cortei del primo maggio). Dal momento che ogni cosa (la vita di ogni giorno, l’avanzamento nel lavoro, anche le vacanze) dipende da come il cittadino sarà valutato, chiunque (se vuole giocare a pallone nella nazionale, oppure organizzare una mostra o passare le vacanze al mare) deve comportarsi in modo tale da ricevere un giudizio favorevole.

    A questo stava pensando in quel momento Sabina mentre ascoltava parlare l’uomo dai capelli grigi. Egli non si preoccupava di sapere se i suoi connazionali giocavano bene al calcio o dipinge- vano bene (nessun ceco si era mai interessato a quello che Sabina dipingeva); gli interessava solo stabilire se si erano opposti al regime comunista in maniera attiva o passiva, sul serio o soltanto in apparenza, fin dall’inizio o soltanto adesso.

    Essendo una pittrice, Sabina aveva occhio per i visi e fin dai tempi di Praga conosceva la fisionomia delle persone la cui passione è valutare gli altri. Avevano tutti l’indice leggermente più lungo del medio e lo puntavano sugli interlocutori. Del resto, anche il presidente Novotný, che era stato al potere in Boemia per quattordici anni fino al 1968, aveva quegli stessi capelli grigi arricciati dal barbiere col ferro rovente e vantava l’indice più lungo di tutti gli abitanti dell’Europa Centrale.

    Quando l’emerito emigrante sentì dalle labbra di quella pittrice, i cui quadri lui non aveva mai visto, che assomigliava al presidente comunista Novotný, si fece paonazzo, impallidì, tornò a farsi paonazzo, impallidì di nuovo, voleva dire qualcosa, non disse nulla e ammutolì. Tutti tacevano con lui, e Sabina finì per alzarsi e uscire.

    (idem, pp. 80-82)

  2. ermes / Aug 21 2008 12:24 AM

    Quarant’anni fa, in queste ore, una delle più grandi infamie del Novecento.

  3. ermes / Aug 21 2008 12:08 PM

    “There was no CNN”.

  4. ermes / Aug 29 2008 12:17 AM

    L’origine del Kitsch è l’accordo categorico con l’essere.

    Ma qual è il fondamento dell’essere? Dio? L’individuo? L’amore? La donna?

    Le opinioni sono diverse e perciò sono diversi anche i tipi di Kitsch: cattolico, protestante, ebraico, comunista, fascista, democratico, femminista, europeo, americano, nazionale, internazionale.

    Dai tempi della Rivoluzione francese una metà dell’Europa viene chiamata sinistra, l’altra metà riceve l’appelativo di destra. E’ quasi impossibile definire l’una o l’altra parte sulla base dei principi teorici sui quali esse si appoggiano. Non c’è motivo di stupirsi: i movimenti politici non si fondano su posizioni razionali ma su idee, immagini, parole, archetipi che tutti insieme vanno a costituire questo o quel Kitsch politico.

    L’idea della Grande Marcia che tanto inebriava Franz è un Kitsch politico che unisce la gente di sinistra di tutte le epoche e di tutte le tendenze. La Grande Marcia è questa meravigliosa avanzata, questo cammino verso la fratellanza, l’eguaglianza, la giustizia, la felicità, e ancor più lontano, oltre tutti gli ostacoli, perchè devono esserci ostacoli, se la Marcia deve essere la Grande Marcia.

    Dittatura del proletariato o democrazia? Rifiuto della società dei consumi o aumento della produzione? Ghigliottina o abolizione della pena di morte? Non è questo l’importante. Ciò che fa di un uomo un uomo di sinistra non è questa o quella teoria, ma la sua abilità a far sì che qualunque teoria diventi una parte di quel Kitsch chiamato Grande Marcia in avanti.

    (ancora Kundera, ancora L’insostenibile leggerezza dell’essere, come sopra citata, p. 210)

Trackbacks

  1. La sinistra come Kitsch « Abeona forum
  2. “Ragione e sentimento” « Abeona forum
  3. Giocare a guardie e ladri « Abeona forum
  4. “Il falso problema di Ugolino” « Abeona forum

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: